Politica e biopoliticaGoverno e stato d’emergenza

Nella percezione collettiva “dichiarazione di stato di emergenza”non è un semplice passaggio burocratico con cui si attivano e si destinano risorse per alcuni milioni di euro alla Protezione Civile, ma il presupposto politico, culturale e giuridico per la limitazione dell’esercizio o la sospensione di molti diritti costituzionalmente garantiti. Se è così allora si tratta di un conferimento al governo di poteri necessari. E a conferirli deve essere il parlamento, il governo non se li può dare da solo.

Uno spettro si aggira per l’Italia, ma non è il COVID 19, quasi scomparso dalle terapie intensive della gran parte delle regioni, no, è un fantasma giuridico, una chimera costituzionale: lo “stato d’emergenza”. Un concetto che non esiste nel testo della nostra Carta Fondamentale, e che invece viene maneggiato con un certa qual disinvoltura, per non dire faciloneria, ma sul quale occorre fare alcune puntualizzazioni.

31 gennaio 2020 il Governo con una delibera dichiara lo “Stato di emergenza” che trae la sua fonte normativa da un decreto legislativo, il Dlsg 2 gennaio 2018 n.1. Sostanzialmente è un atto che disciplina l’attivazione del servizio di Protezione Civile. Ora, non è chi non veda la sproporzione tra disposizioni finalizzate ad attivare i corpi di Protezione Civile generalmente per emergenze localizzate, e lo stravolgimento di vita civile, economica e democratica sopraggiunto alla pandemia COVID 19.

Del resto quando è stato dichiarato il 31 gennaio lo Stato d’emergenza, nessuno avrebbe potuto prevedere o aveva effettivamente previsto cosa sarebbe accaduto e cosa sta accadendo in molte parti del mondo. Esiste allora una profonda discrasia tra un testo, quello della delibera governativa che assegna 5 milioni di euro alla Protezione Civile per il contrasto della pandemia, e quello che ne è seguito in termini di sconvolgimento dei bilanci nazionali e comunitari, nonché in termini di sospensione dei diritti civili e politici, vissuto dal nostro e da altri paesi in questi mesi.

E’ evidente che “dichiarazione di stato di emergenza” nella percezione collettiva non è un semplice passaggio burocratico con cui si attivano e si destinano risorse per alcuni milioni di euro alla Protezione Civile, ma il presupposto politico, culturale e giuridico per la limitazione dell’esercizio o la sospensione di molti diritti costituzionalmente garantiti tra cui la libertà di circolazione, di riunione, di associazione, di culto, il diritto allo studio, il diritto di voto, il diritto al processo, solo per enumerare quelli più evidenti e generali.

Ora, che questa limitazione dei diritti fosse costituzionalmente garantita compreso il discusso uso dei DPCM è stato detto da molti e anche ribadito da chi scrive in un articolo, “il governo è il commissario” pubblicato su questa stessa testata nel mese di marzo. Che però ad oggi,  luglio 2020, si possa pensare che con una semplice deliberazione del Consiglio dei ministri, o con un DPCM si debba prorogare lo stato d’emergenza per come è stato conosciuto in questi mesi sarebbe una forzatura inopportuna non solo dal punto di vista politico ma anche giuridico e costituzionale.

Infatti se davvero il “governo è il commissario”, e quindi ha facoltà di emanare atti fortemente limitanti l’esercizio delle libertà fondamentali per gestire un’emergenza, tuttavia ha senso che lo faccia se e solo se ha un committente che gli assegna tale compito. E allora se riavvolgiamo il film di questa pandemia dovremmo riconoscere che l’inizio effettivo dello stato d’emergenza non è il 31 gennaio, giorno della deliberazione del Consiglio dei Ministri, ma bensì il 23 febbraio allorché fu emanato il DL n. 6 con cui si creavano le prime zone rosse e si sospendevano alcune libertà e diritti. Come si sa, per emanare un DL c’è bisogno della firma del Capo dello Stato e del voto del Parlamento, ebbene in quel caso esso non mancò venendo quel decreto approvato in tempi di record quasi all’unanimità, ecco, anche questa verrebbe da dire, è una condizione politica fondamentale per vivere in uno stato d’emergenza. Ma poi c’è una ulteriore valutazione politica: le condizioni del luglio 2020 non sono oggettivamente quelle della fine di febbraio. Sabino Cassese ha opportunamente distinto tra “urgenza” ed “emergenza”, per la prima il nostro ordinamento conosce l’istituto del decreto legge, per la seconda abbiamo cominciato a imparare anche se connotato da uso improprio, quello dei DPCM.

Ammettendo, e chi scrive è tra questi, che il DPCM sia stato uno strumento formalmente problematico ma sostanzialmente idoneo a gestire la fase acuta della pandemia, sarebbe davvero inspiegabile, sia dal punto di vista formale ma sopratutto sostanziale, che, in una fase di normalità vigilata come la presente, il governo faccia di nuovo ricorso al DPCM per prorogare lo stato di emergenza e governare la pandemia. Se infatti questo strumento che garantisce una eccellente rapidità di esecuzione e sopratutto un aggiustamento in corso d’opera, venisse continuato ad essere utilizzato, vorrebbe dire due cose: la prima sarebbe riconoscere che stiamo al punto di partenza e che quindi tutto il lavoro fatto, i sacrifici compiuti e soprattutto i comportamenti e le abitudini mutate, non avrebbero prodotto nessun apprezzabile effetto in termini di contrasto e superamento dell’emergenza, cosa che invece dovrebbe essere un punto di merito di qualsiasi governo; la seconda conseguenza è la permanenza di una eccessiva autoreferenzialità del governo a discapito dei ruoli costituzionali del Capo dello Stato e del Parlamento.

Ora, una simile concentrazione di potere nell’esecutivo la nostra Costituzione la contempla, e si chiamano i “poteri necessari”, che non sono i pieni poteri e che sono conferiti dal Parlamento e riguardano, non a caso, lo stato di guerra, il parente costituzionale più prossimo allo “stato di emergenza”. Ebbene, questo esercizio concentrato di potere ha senso se e solo se c’è un espresso mandato da parte del Parlamento. Per questo non è né politicamente né costituzionalmente sostenibile la prosecuzione dello stato di emergenza per DPCM.

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