PromemoriaResilienza? Chiamiamola strafottenza

Speravamo fosse resilienza ma rotto il guscio della retorica parte del paese si è lasciato andare alla strafottenza e all'egoismo.

Dall’iniziale fascino al rigetto finale, passando per l’inflazione reiterata.

Parliamo del concetto di  “resilienza”, un modus vivendi che prima del virus viveva una sua nobile dignità, era sconosciuto ai più e col senno di poi avremmo dovuto preservarlo dall’abuso retorico; e col passare delle settimane l’aver perso lo spirito di comunità a favore della guerra degli egoismi ci lascia quell’amara conclusione che sotto il guscio vuoto della resilienza si nascondeva un concentrato di strafottenza, convinti di avere quella capacità – Treccani alla mano – di reagire di fronte a traumi, difficoltà e alle avversità con atteggiamento costruttivo, senso collettivo e responsabilità. Speravamo fosse possibile ma dobbiamo ricrederci. Era il libro dei sogni di un paese sovrastimato.

Pensate che il mio sia un giudizio esagerato e ingeneroso?

Eppure guardiamo gli stessi fatti di cronaca con perplessità crescente: ci lamentiamo delle norme quando tutto sarebbe largamente risolvibile con auto responsabilità e comportamenti prudenti, invece se non ci fossero i DPCM affolleremmo le strade alzando i calici dello spritz, penseremmo a cenoni di natale, alla baita in montagna, al capitone da mettere a tavola, al luccichio consumista di fine anno dei mercatini aperti anche se le scuole sono chiuse da fine febbraio con costi sociali e professionali di cui sentiremo il peso nell’immediato futuro.

Sì ma guai a dire che non siamo resilienti anzi #andratuttobene ma non mi pare.  Forse che continuiamo ad esserlo a parole oppure sulla pelle di medici e infermieri, stremati dalla stanchezza e travolti dalla sofferenza che scorre nei loro reparti ai quali abbiamo riservato il più indegno dei voltafaccia, da eroi a collaboratori del complotto di fantomatici nuovi ordini mondiali, salvo poi aggrapparci ai loro camici se ci viene il Covid. E – come si nota dal video di un’infermiera di Pescara, virale sul web – comincia a montare la rabbia e la frustrazione che sale dagli operatori sanitari al limite della rottura dei nervi. A loro va tutto il nostro grazie per esserci nonostante certa ingrata italia.

 

Ciò detto, io credo che siamo inadeguati anche ai valori che ci illudiamo di possedere.  Forse che siamo – da molti anni – diseducati, orfani (prima del virus) di punti di riferimento e in piena solitudine morale, pervasi dal devastante e proverbiale “ognuno per sé e dio per tutti” ? Forse siamo impreparati o poco allenati alla coerenza tra il dichiarato e il vissuto?

Certo essere “contraddittori” è una debolezza antica quanto l’uomo e tutti siamo chiamati al discernimento, nessuno escluso. Ma non possiamo consentire che ancora scorra a fiumi l’ipocrisia di un paese che vive al di sopra delle proprie possibilità e chiamare per nome i limiti sarebbe un primo passo per la costruzione di un paese migliore per davvero. Ferruccio De Bortoli lo scrive chiaramente nel suo ultimo saggio, ammonendo noi lettori che un’intera classe dirigente incapace di essere consequenziale con i principi urlati dal pulpito della demagogia. Bisogna dire agli italiani i loro limiti e a quel punto valorizzare il paese che ce la fa, le migliori energie e competenze isolando una narrativa di comodo che piace ai populisti ma che diventa un giogo pesante per i nostri figli e nipoti.

Va rivisto – di conseguenza – il sillabario di questa crisi. E sapete cosa ho capito?

Che non era resilienza ma la supponenza di un paese che sul piano economico come su quello etico-politico vive al di sopra delle sue reali possibilità e che continua ad accumulare debito finanziario e deficit valoriale.

Non era resilienza ma ostinata disobbedienza nel procedere contromano rispetto alla sfida  lanciata dalla pandemia, quella cioè  di raccordare l’esigenza libertaria (difesa dei miei diritti) con l’istanza comunitaria (la protezione dei diritti altrui), Come non perdere, in definitiva, il senso soggettivo della libertà e insieme non tradire lo spazio dell’altro ma salvaguardarlo, avere (dice un passaggio liturgico) occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli.

Non era resilienza ma incoscienza difficile da scardinare, e sinceramente non potremo reggere a lungo di fronte ai prossimi mesi.