PromemoriaUna “pedagogia” dei media al tempo del Covid

E’ poco televisivo ma non nel senso di presenza davanti al video  quanto piuttosto che  Nicola Magrini – direttore generale dell’agenzia italiana per il farmaco (AIFA) –  in televisione ci va pochissimo e solamente nelle occasioni in cui ha qualcosa da dire, il che lo rende di gran lunga più interessante di tanti verbosi camici bianchi in giro per la tv.  Ad una domanda di Lucia Annunziata (Rai3) osservando su come  la Germania si sta preparando il piano vaccinale di massa, Magrini ha dapprima dichiarato che il nostro paese non è per nulla “dormiente” rispetto al progetto di vaccinazione  sia sul piano della fornitura (parliamo di un bando europeo globale)  che su quello organizzativo e distributivo. E che il lavoro del governo e del commissario Arcuri  si sta muovendo nel rispetto di tempi e modalità molto più – e qui arriva la coda di fioretto del direttore  Magrini  –  di quanto si voglia far intendere leggendo il mondo dell’informazione.

 Il quale  (e a questo punto il direttore dell’AIFA  dispensa sorrisi  e gioca elegantemente con le mani a “pacchettino”) sembra avere avuto sul Covid  un approccio  “eccessivo” quasi maniacale, monotematico, con una quantità smisurata di offerta informativa rivelatasi in alcuni momenti  più caotica che armonica,  preoccupata di aggiungere voci, opinioni, lamentele, disagi e le immancabili emozioni. L’obiezione di Magrini non aveva risparmiato nemmeno un collega di peso  come Crisanti che aveva parlato di legittimi dubbi nei confronti dei vaccini prossimi all’approvazione clinica e alla produzione su larga scala.  L’Aifa su questo punto aveva replicato con un comunicato ufficiale sul sito dell’agenzia prendendo le distanze siderali da Crisanti 

 

Tornando alla critica garbata sui media, essa ha elementi su cui interrogarsi e va  raccolta  con altrettanto spirito critico.  Cosa c’è di vero nel feedback di Magrini? E perchè possiamo distinguere tra dichiarazioni chiare e situazioni tendenti al travisamento o all’alterazione a cui incappano oggi i Crisanti e i  Galli, domani ai Bassetti, Viola o Capua (omni)presenti su quasi tutti i canali televisivi dalla prima mattina fino a tarda notte? 

Siamo in una crisi nella crisi che suggerisce inconsapevolmente la questione della ricerca (spesso infruttuosa) di un baricentro tra quantità e qualità dell’offerta informativa, non fosse altro che dinanzi alla salute il pubblico legge  la notizia non solo con gli occhi e la mente ma soprattutto con il cuore, investendo sui fatti tutte le proprie emozioni. Ciò detto, un’informazione buttata in onda senza le opportune verifiche  sarebbe capace di provocare un’altrettanta onda anomale di ritorno, con reazioni  incontrollate e  irrazionali da parte di chi è più vulnerabile e suscettibile al valzer disinvolto  delle opinioni, sbattuto tra le onde di una voce rispetto ad un’altra, con il bisogno trovare subito soluzioni che richiedono il giusto tempo di elaborazione, con il desiderio trovare spiegazioni immediate e , con esse, di rintracciare un  responsabile.  Questo alto tasso di emotività ci rende un pubblico fragile, la vittima  perfetta  del proliferare di falsi o verosimili  pericolosamente destabilizzanti.

La comunicazione al tempo del covid – come ricorda uno studioso dei media come James W. Carey  – non è un semplice passaggio di mano di notizie, un fatto meramente  “tecnico” di trasferimento d’informazione ma è un’azione  strategica sia per il funzionamento di un corpo sociale (caratterizzato dalla pervasività e dell’istantaneità dei media digitali) che per assolvere al compito democratico di pungolo e controllo del potere politico. 

In questo senso vedo il problema: se nella scorsa primavera si faceva  fatica a dare una forma visibile allo tsunami del virus, questa seconda ondata non può giustificare  – almeno sul piano mediatico – l’incertezza dei primi giorni ma l’informazione dovrebbe possedere  le coordinate per cercare le fonti, verificarle e cucinarle adeguatamente, effettuare successivamente un check incrociato delle dichiarazione e continuare a chiedere dati sintetici che analitici e disaggregati al fine di elaborare conclusioni meno grossolane. Ma non si sono del tutto abbandonate le sirene della caciara facile, e non si vede quel  passaggio dalla condivisione (sharing) alla partecipazione e comunione d’intenti (fellowship) in ordine a obiettivi non procrastinabili e di interesse comune. 

Non sembri retorico ma in alcuni passaggi si è più pensato a riempire il palinsesto che a dettare l’agenda su punti essenziali. Mi viene da pensare a esempi di strabismo mediatico come aver martellato mezza estate la gente sulla scuola solo per i banchi a rotelle quando i veri nodi erano altri  (da un lato la gestione e il rafforzamento dei trasporti locali e dall’altro la riconfigurazione degli orari delle lezioni con l’adeguato reclutamento del personale coinvolto).  O la polemica sulle discoteche e la patetica retorica della libertà ritrovata quando bastava limitare coraggiosamente gli spostamenti interregionali o fuori confine (vedasi Grecia, Croazia, Svizzera ma anche Spagna e Portogallo) devolvendo quelle piccole dosi di libertà per abbassare il tasso di scambio virale come purtroppo è accaduto sia tra paesi europei che sopratutto tra regioni del nord e sud d’italia.  Sì,  erano decisioni politiche ma non era anche  un dovere dell’informazione concentrarsi sul decisivo anziché sul superfluo? 

Credo sia giunto il tempo di chiedersi se di fronte al Covid non si possa parlare di una missione pedagogica dei media in considerazione del fatto la teoria della “crowdwisdom” (saggezza popolare) non funziona ovvero in fatto di medicina e salute non esiste l’autoregolamentazione e nemmeno l’auto-informazione. Non possiamo permetterci l’accumulo seriale di opinioni, l’una accanto all’altra,  come se fossero tutte uguali. Occorre sapere ex audito  e affidarsi alle migliori competenze diffidando dalla medicina fai-da-te e dalle competenze nate dopo qualche minuto sui social. Le vere competenze distinguono i fatti oggettivi dai pensieri in libertà. E attraverso le migliori competenze noi lettori sapremo distinguere tra un programma televisivo e un altro.

Compito dei media quindi  è proprio quello di cercare di mantenere la lucidità e procedere per sottrazione che non significa censura ma neanche  trattare la salute dei cittadini come fosse un dopo-partita della nazionale al bar dello sport. 

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