Ipse DixitCasa del Manzoni – ultima parte

La mia visita a Casa Manzoni termina qui. Mi rimane il rimpianto di avere dovuto accorciare, sforbiciare, sintetizzare, sorvolare per questione di spazio su tantissime notizie che i miei ospiti hanno messo a mia disposizione.

Casa del Manzoni – parte prima

Casa del Manzoni – seconda parte

Il costo di acquisto della casa, la sua manutenzione, le spese vive relative alla sua gestione ordinaria e straordinaria richiesero negli anni un esborso significativo. Come abbiamo detto in precedenza i cespiti immobiliari erano adeguati al blasone della famiglia, ma la liquidità era tutt’altro che illimitata. L’attività letteraria del Manzoni garantiva entrate adeguate?

Novelli: No, decisamente no. Dalla pubblicazione dei suoi testi, compreso il romanzo più famoso, guadagnò poco o niente. Ai suoi tempi non esisteva quello che oggi chiamiamo “il diritto d’autore”.

Esistevano delle convenzioni che cercavano di limitare la pirateria editoriale, ma non erano siglate da tutti gli Stati. A titolo di puro esempio, il regno di Napoli non aderiva ad alcuna forma di tutela delle opere di ingegno. Era semplicissimo riprodurre i libri di successo oltre i confini del Lombardo-Veneto, ricordiamoci quanto fosse frastagliata la geografia politica della penisola nel 1840. 

Durante i primi anni Manzoni non diede particolare peso al ritorno economico che poteva derivare dall’enorme successo del suo romanzo, in fondo ciò che lo interessava era la stima che raccoglieva in modo pressoché unanime nel mondo della cultura. 

Nella mentalità di un nobile nato alla fine del settecento l’idea di lucrare proprio non esisteva, anche se un giusto guadagno non era cosa da disprezzare. Quando pubblico’ la cosiddetta “quarantana” pensò che non ci sarebbe stato nulla di male se anche lui avesse raccolto qualche beneficio economico dalla diffusione sua opera. 

L’edizione precedente, la “ventisettana”*** , era stata piratata senza riguardo; si stima in oltre sessantamila copie il monte delle pubblicazioni non autorizzate, tirate da un’infinità di editori.

Ritenne opportuno rendere riconoscibile l’originalità della pubblicazione proponendo “i promessi sposi” non con il classico volume unico; il testo uscì a dispense arricchito da un serie di illustrazioni pregevolissime, opera di illustratori di grande fama provenienti anche dall’estero.

Se un testo è facilmente copiabile, immagini tanto preziose sarebbero state (pensava il Manzoni) irriproducibili in edizioni pirata di basso valore artistico. Ed invece il suo romanzo continuò ad essere letto anche al di fuori dei canoni della legalità.  La gente continuò a leggere le copie della “ventisettana” quasi sino a fine ottocento. Manzoni provò ad indossare anche i panni dell’editore. 

Fece stampare qualcosa come diecimila copie della quarantana, che rappresentavano un investimento significativo, e riesci a piazzarne circa la metà. L’altra metà dovette tenerla a suo carico stipandola qui in casa, lasciando che la pila dei volumi si esaurisse piano piano nel tempo.

La sua esperienza come editore andò malissimo!

Riva: ci furono momenti nei quali fu necessario fare scelte economiche radicali. Per pagare il proprio soggiorno a Parigi Enrichetta dovette vendere una parte dei suoi gioielli, per comprare il palazzo di via Morone Manzoni dovette vendere la casa di famiglia di Lecco e successivamente furono alienati anche terreni e cascine in Lombardia. Come ha spiegato il prof. Novelli, in mancanza di una tutela del diritto d’autore, vivere con gli introiti delle pubblicazioni era poco più che un sogno ad occhi aperti.

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NdR.

La ventisettana*** Differente per struttura narrativa, cornice, presentazione dei personaggi e uso della lingua è la prima edizione de “I promessi sposi”, rivisitata dal Manzoni grazie all’aiuto degli amici Ermes Visconti e Claude Fauriel. Questa stesura dell’opera (la cosiddetta ventisettana, che è la prima edizione a stampa) fu pubblicata da Manzoni nel 1827 (in tre tomi distinti tra il 1825 e 1826) con il titolo “I promessi sposi”, con l’aggiunta del sottotitolo “storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni”. 

La quarantana **. L’edizione definitiva de “I promessi sposi”, realizzata tra l’ottobre del 1840 e il novembre del 1842 con l’aggiunta in appendice de “la Storia della colonna infame”, fu decisa per la volontà da parte dell’autore di rinnovare l’impianto stilistico e linguistico della ventisettana dopo l’esperienza fiorentina.

I Promessi Sposi – edizioni “pirata”

Ci spostiamo nella stanza che un tempo veniva utilizzata come camera da letto matrimoniale.

Riva: Questa era la camera matrimoniale che il Manzoni condivise prima con Enrichetta e successivamente con Teresa Stampa. Dopo la morte di Teresa (avvenuta nell’agosto del 1861) Manzoni riprese in casa con se il figlio Pietro, la moglie Giovannina ed i loro quattro figli. E’ molto probabile che in quell’occasione egli abbia ceduto questa camera matrimoniale al figlio, ritirandosi definitivamente in una piccola camera adiacente, dove dimorò sino alla morte.

Nessuno di questi ambienti era dotato di servizi igienici e di altre comodità che oggi sono scontate.

Riva: avevano tanti camerieri, tanta servitù che si occupava delle necessità della famiglia. Mi diceva il prof. Giorgio Mauri che Casa Manzoni è stata una delle primissime case milanesi a godere dei “servizi all’inglese” ovvero quelli con l’acqua corrente. Servizi all’inglese che all’inizio erano semplicemente rappresentati da un cameriere che faceva cadere l’acqua nelle tubature dall’alto…

Se dovessi ricostruire l’arredamento di questo ambiente lo immaginerei  con un letto matrimoniale, o con due letti separati, una coppia di comodini gemelli, un tavolino per scrivere, una chaise longue per il riposo di Enrichetta. E di sicuro ci sarà stata sempre una culla per l’ultimo nato ed un lettino per i bimbi che, a rotazione, si ammalavano di pertosse piuttosto che di morbillo e che dovevano essere separati dagli altri fratelli.

Novelli: quante stagioni ha visto questa stanza, questa casa. Manzoni entro’ in questa casa con i francesi per le strade, ascoltò l’eco della via durante l’omicidio del Prina (*) da dietro le imposte, vide realizzarsi l’unità d’Italia da queste finestre. Una vita intera passata in queste stanze.

(*) NdR

Il conte Giuseppe Prina in epoca napoleonica ricoprì in particolare l’incarico di Ministro delle finanze del Regno d’Italia. Detestato per tale ruolo, alla caduta del Regno e del periodo napoleonico, finì tragicamente linciato a Milano dalla folla inferocita il 20 aprile 1814.

Accanto alla grande camera da letto matrimoniale si affaccia un locale più piccolo. In questa stanza Manzoni, ormai anziano, organizzò la propria camera da letto e qui morì.

Riva: è molto probabile che Manzoni utilizzasse questo ambiente anche in età adulta e non solo da anziano. Dobbiamo immaginare che nella sua camera da letto non vi fossero sempre la pace e la tranquillità giusti per consumare magari un riposino pomeridiano oppure un sonno ristoratore notturno; tanti figli in giro, Enrichetta che magari allattava l’ultimo nato, qualche figlio malato…

Manzoni, un po’ per non disturbare ed un po’ per non essere disturbato, molto probabilmente si ritirava in questo piccolo locale, dotato di un divano, un letto e di altri componenti di arredamento moto semplici. 

Anche nella sua villa di Brusuglio aveva una cameretta con un letto singolo in una nicchia a propria disposizione; evidentemente amava avere a disposizione un luogo tranquillo ove riposare da solo.

Chi si aspetta di vedere un ambiente solenne, riccamente decorato, riflesso di fama e gloria e si affaccia a questa stanzetta rimane quantomeno perplesso. Gli arredi trasudano modestia ed essenzialità. 

Il locale non è accessibile al pubblico, l’ambiente si osserva attraverso la porta d’ingresso,  ma i miei ospiti mi invitano ad entrare con loro per guardare meglio tutti i particolari della stanza.

Novelli: io dico sempre che questa, più che la stanza di un grande d’Italia, è la cella di un frate trappista. Manzoni era totalmente indifferente alla “fama”, che anzi spesso lo infastidiva, figuriamoci se poteva mai pensare di arredare uno dei suoi spazi più intimi in modo pomposo e solenne.

A parte la tinteggiatura delle pareti tutto è rimasto identico a come era quando Alessandro Manzoni vi morì. 

I mobili, la toeletta, l’ottomana, il letto, il pavimento in cotto lombardo; tutto è rimasto come era allora.

Riva: questa stanza commuove nella sua semplicità. Non è stato toccato nulla dopo la morte del Manzoni. Guardi (apriamo insieme il comodino posto accanto al letto) questi sono il suo ultimo paio di scarpe e le sue ultime pantofole. Osservi le scarpe, sono modernissime per i tempi. Hanno la punta quadrata ed un elastico posto sul dorso che gli consentiva di calzarle e toglierle senza l’aiuto del cameriere.

Le faceva realizzare da un calzolaio di Belgirate, un artigiano che stimava e che gli aveva preso le impronte dei piedi in modo da poter realizzare sempre calzature perfette, anche ricevendo ordini per corrispondenza.

Qui sono conservati gli ultimi oggetti che utilizzò in vita: un campanello per chiamare i domestici, un bicchiere per l’acqua della notte, un piccolo candelabro con quanto rimane di una candela.

Questa camera ha una sua magia. Ho visto tanti ragazzi, trascinati qui in gita scolastica dai propri insegnanti, giungere sulla soglia con la tipica aria adolescenziale di chi vuol fare credere di essere insensibile a tutto. E ne ho visti molti uscire da qui toccati ed affascinati. Vanno certamente “accompagnati” con le dovute spiegazioni, però questa casa ha la capacità di sapere ancora “parlare da sola” e regala grandi emozioni.

Come morì Manzoni?

Novelli: cadde il 6 gennaio del 1873 sui gradini della chiesa di san Fedele che si trova proprio vicinissima a questa casa, battendo la testa in modo violento.

Sopravvisse qualche mese, mesi passati con continui miglioramenti e ricadute, con momenti di lucidità e momenti di perdita di coscienza. Spirò alle sei ed un quarto del pomeriggio del 22 maggio; la causa di morte che venne dichiarata diceva meningite. Non sappiamo se la caduta ed il trauma cranico conseguente scatenarono la meningite oppure se la caduta stessa fu conseguenza di questa patologia che stava avanzando. 

la “Galleria”

Lasciamo le stanze da notte e torniamo sui nostri passi attraversando un lungo corridoio.

Riva: Questo spazio lo abbiamo chiamato “la galleria” perché qui conserviamo numerosi volumi e pubblicazioni d’epoca all’interno di una serie di espositori a vetro.

Ai tempi di don Lisander questo era un passaggio di servizio, ampio e facile da attraversare, che consentiva alla servitù di accedere alle camere da letto, sia quella matrimoniale sia quella più privata dello scrittore. 

Qui abbiamo sei bacheche dove, in ordine cronologico, abbiamo esposto l’intera produzione letteraria del Manzoni, dalle opere giovanili siano agli scritti sulla lingua.

Abbiamo le prime edizioni e le edizioni più rare, così come scritti molto particolari; ad esempio il manoscritto de “Il Trionfo della Libertà” che egli scrisse in collegio, quindicenne, che compose e mai pubblicò.

E poi, tra gli altri esposti, i tre tomi de “i Promessi Sposi” che portano  la data 1825, 1825 e 1826, ma che escono nel 1827: la famosa “ventisettana”. Noi leggiamo attualmente la versione che è stata ricorretta da un punto di vista linguistico, la “quarantana”.

Un’operazione accurata di revisione linguistica, la cosiddetta “risciacquatura dei panni in Arno”.

Novelli: si è trattato di un lavoro certosino che ancor oggi impegna gli specialisti ed i filologi. 

Non è solo importante avere il risultato finale di questa revisione, è anche importante capire in quale realtà sociale sia stata fatta questa operazione di risciacquatura. 

Nella sua vita quotidiana Manzoni non usava abitualmente il toscano; parlava in dialetto milanese ed in francese, una lingua che padroneggiava perfettamente, forse anche meglio del toscano. L’uomo che ha dato una lingua ed una letteratura al Paese riunificato, nella vita comune il più delle volte non usava quella lingua. 

Era molto amico di Carlo Porta(*), lo apprezzava tantissimo e amava il dialetto; ma Manzoni sapeva perfettamente che non era quella del dialetto la strada da percorrere per dare una lingua al Paese che avrebbe dovuto venire, e che poi è venuto, il Paese che lui aveva già in mente. 

La cosiddetta “risciaquatura” è stata anche un’ un’operazione politica, un’azione tendente a rendersi partecipe in modo attivo a quell’ideale di unità nazionale che gli era così caro.

(*) Carlo Porta (Milano, 15 giugno 1775 – Milano, 5 gennaio 1821) è stato un poeta nato a Milano sotto la dominazione austriaca. È considerato il più importante poeta che abbia utilizzato il dialetto milanese nelle composizioni letterarie.

Continuiamo il nostro cammino attraversando alcuni locali di dimensioni più contenute.

Riva: queste erano molto probabilmente le stanze dei figli. Oggi ospitano ricordi, ritratti ed oggetti sempre ordinati secondo un principio tematico.

Nella stanza in cui ci troviamo ora, ad esempio, ci sono i cimeli di Alessandro Manzoni agricoltore. In questo espositore abbiamo la sua paglietta ed il suo bastone da passeggio; il cappello, che gli fu donato dal genero Giorgino, solitamente era appoggiato al secrétaire dello studio e don Lisander lo indossava nelle giornate di sole prima di uscire in giardino.

Novelli: Manzoni era davvero un gentiluomo di campagna, un sincero amante della natura ed un cultore della botanica.  Ci sono delle bellissime lettere, che nei prossimi anni vorremmo valorizzare, che riguardano proprio questi temi. Fece, ad esempio, arrivare dei semi dall’estero per provare nuove colture, anche se non sempre fu apprezzato come innovatore agricolo;  ci sono delle pagine  molto divertenti nelle quali  il Manzoni viene ritenuto responsabile di avere importato e piantato la robinia lungo gli argini, una “pianta infestante”.

Lasciamo il primo piano e scendiamo al piano terreno dove era posizionato lo studio privato di Alessandro Manzoni. 

Novelli: probabilmente Manzoni scelse questa stanza come studio privato proprio perché era lontana dal primo piano dove viveva la famiglia. Con dieci figli, la moglie, la servitù, lassù era difficile trovare pace e tranquillità. C’è una bella lettera di Mary Elisabeth Clarke che racconta di avere visto Enrichetta giocare a mosca cieca in casa con i bambini mentre Manzoni chiacchierava con gli amici ed osservava contento. 

Quindi individuò questa stanza che dava sul giardino e che era prospiciente alla stanza dove a lungo visse il suo carissimo amico Tommaso Grossi come rifugio privato.

Come la camera da letto, anche questo ambiente è rimasto sostanzialmente intatto, con i libri negli scaffali  che sono rimasti nell’ordine esatto che era stato loro  imposto dal padrone di casa nei suoi ultimi anni di vita.

Riva: anche in questo locale si respira un’aria particolare, magica. Lei mi chiedeva se Manzoni fosse un uomo che dava importanza alla ricchezza; guardi le tre poltrone del suo studio. Sono tutte diverse e non sono proprio ben tenute. Una gli sarà servita per fare un riposino, quest’altra più rigida l’avrà utilizzata quando aveva il mal di schiena, l’ultima per fare sedere le signore in maniera più composta. 

E’ questo studio che ribattezzò “l’isola di Giava”?

Riva: No, l’isola di Giava era la stanza di fronte, dove viveva l’amico Tommaso Grossi.  Alessandro e Tommaso erano davvero grandi amici e durante tutto il periodo in cui il Grossi visse qui la produzione letteraria di entrambi fu floridissima. 

Lavoravano ciascuno per conto proprio al mattino e poi, dopo pranzo o dopo la passeggiata del pomeriggio, leggevano l’uno all’altro i passi più recenti del proprio lavoro. Oppure leggevano le gazzette, commentavano i fatti di cronaca, cospiravano idealmente all’italico risorgimento! Anche se non in forma palese, qui per un certo tempo… si cospirò

Era l’Isola di Giava perché vi si dicevano le “giavanate” che in dialetto milanese sono le stupidaggini, le barzellette, le celie. 

Torniamo allo studio di Manzoni. Non mi sembra costruito in stile lombardo.

Novelli: ha ragione, non lo è per niente. Guardiamo ad esempio questo particolarissimo soffitto, straordinariamente valorizzato dal grande restauro patrocinato nel 2015 da Banca Intesa;  di soffitti così a Milano non se ne vedono molti.

Questo solaio arriva dalla proprietà che precedette quella di Manzoni . Il palazzo apparteneva ad uno straniero che probabilmente in alcuni elementi costruttivi intendeva richiamare lo stile montanaro delle sue terre; ecco il motivo di un soffitto così colorato ed anche la presenza nella stanza di una stufa da montagna.

Riva: qui sul tavolo da lavoro sono conservati alcuni dei suoi oggetti di uso comune. Ad esempio abbiamo una delle sue inseparabili tabacchiere, di forma rotonda, mentre abitualmente a quel tempo si usavano rettangolari. Il tabacco veniva conservato all’interno di scatole di legno, sbriciolato, e poi passato in piccole dosi nelle tabacchiere. Veniva quindi annusato. Amava aprire la tabacchiera con la stessa mano che la reggeva e spesso gli sfuggiva, cadeva e si rovinava. Ne commissionava allora un’altra identica. 

Su questo tavolo furono scritti i Promessi sposi. 

Novelli:  una parte è stata scritta su questa scrivania, una parte invece su quel tavolino pieghevole che è appoggiato sotto la finestra che da sul giardino e che riceve meglio la luce diretta del giorno. 

Vedo una grande libreria ed un numero importante di libri.

Riva: quando Manzoni acquistò la casa chiamò un falegname affinché gli costruisse in questo ambiente una libreria. Il bravo falegname fece una cosa molto semplice e funzionale, con un legno non particolarmente pregiato, senza nemmeno fare il fondo agli scaffali; la libreria poggiava direttamente a muro.

Fu molto bravo a rispettare la simmetria della stanza, creando anche una falsa porta che non portava da nessuna parte se non ad un armadio. Specularmente alle porte vennero ricavati degli elementi architettonici che rendevano l’ambiente equilibrato; in uno fu inserita una stufa tipicamentmontanara, che probabilmente era già presente da qualche parte nella casa, nell’altro una porta che consentiva l’accesso alle cucine e ad una scaletta (che non abbiamo più trovato) che portava al primo piano.

Riguardo i libri credo che inizialmente Manzoni li avesse divisi per argomento; laggiù abbiamo i dizionari, qui i libri di storia, qui i tomi sulla rivoluzione francese, i libri teologici e poi i classici latini. Poi a mano a mano che gli acquisti procedevano l’ordine mutò, in base allo spazio disponibile sugli scaffali ed alla praticità di accesso ai testi.

Conosceva perfettamente a memoria la posizione di ogni singolo volume; ci sono alcune lettere che scrisse al figlio Pietro da Lesa nelle quali diceva “ho bisogno di quel tal libro che si trova nella libreria a sinistra del camino, nel terzo scaffale in posizione centrale…”

Vedo spuntare da moltissimi libri dei bigliettini.

Riva: tutti i testi sono stati oggetto di uno studio particolare. Grazie ad un finanziamento del Ministero sono stati sfogliati ad uno ad uno, pagina per pagina, per individuare le tracce di lettura lasciate da Manzoni. Quindi sottolineature, postille a margine, un’orecchia o una pagina piegata; guardando l’enorme quantità dei nostri biglietti si capisce quanto Manzoni abbia lavorato su questi libri. 

Erano i suoi strumenti di lavoro, trattati con rispetto ma senza un riguardo esagerato

I miei ospiti mi accompagnano quindi in alcuni ambienti che non sono raggiungibili al pubblico in quanto attualmente non fanno parte del percorso museale, come le cucine, le cantine, le dispense, i guardaroba, la sala da pranzo della servitù, ed infine le camere da letto della servitù che possiamo classificare “di bassa lega”. La servitù qualificata (precettori etc) dimoravano al secondo piano. Secondo piano che oggi è occupato dagli uffici e dalla biblioteca del Centro Nazionale Studi Manzoniani.

Attualmente le sale situate al piano terreno sono utilizzate per accogliere eventi, presentazioni, conferenze, giornate di studio. Il primo piano è occupato dal percorso museale, al secondo piano trova posto il Centro. 

Sempre al piano terreno troviamo un altro vasto ambiente; qui è ospitata la biblioteca di Stefano Stampa. E’  probabile che negli ultimi anni della sua vita Manzoni abbia prestato o ricevuto in prestito alcuni libri da Stefano.

Ed infine ecco il giardino di Casa Manzoni, non accessibile.

Novelli:  è un giardino che stava particolarmente a cuore a Manzoni essendo egli un grandissimo appassionato di botanica. Il giardino che vediamo ora non è proprio uguale a quello che aveva voluto Manzoni; oggi questo giardino non è accessibile da Casa Manzoni in quanto da tanto tempo è stato alienato ed oggi fa parte del percorso museale delle Gallerie d’Italia.

Riva: il cancelletto che chiude l’accesso dal giardino alla Casa (e viceversa) è dotato di sole due chiavi: una è nelle mani delle Gallerie d’Italia ed una nelle mani del Centro. Capita che a volte si decida di azionarle congiuntamente.

Vedo sotto quei grandi alberi che dominano il giardino un bel coccodrillo rosso extra large.

Novelli: è’ un’opera d’arte importante, Cracking Art, il coccodrillo è lì da oltre dieci anni; è probabile comunque che qualche commento su quell’oggetto Manzoni lo avrebbe fatto. Amava molto il suo giardino e questo mi fa pensare che due paroline le avrebbe spese di sicuro. Se di critica o di apprezzamento nessuno può dirlo.

Riva: Nessun rimpianto per il non potere accedere a questo spazio; è di proprietà di un istituto bancario che tanto ha fatto per il restauro di Casa Manzoni ed al quale i milanesi devono gratitudine. 

La mia visita a Casa Manzoni termina qui.  Mi rimane il rimpianto di avere dovuto accorciare, sforbiciare, sintetizzare, sorvolare per questione di spazio su tantissime notizie che i miei ospiti hanno messo a mia disposizione.

Colgo l’occasione per ringraziare la dott.ssa Riva ed il prof. Novelli, anfitrioni perfetti. Compatibilmente con le limitazioni che derivano dalla pandemia in corso, il mio invito è quello di andare, prima o poi, a visitare Casa Manzoni, un gioiello della grande Milano.