Anelli di fumoScuola: il recupero del prestigio sociale passa anche per la valutazione di proff e presidi

Occorre istituire un ufficio analogo a quello dell'OFSTED britannico

Proseguo qui su Linkiesta la serie di articoli sulla Scuola estrapolati dal capitolo 20 del mio volume Lo so f@re! (Mondadori Education, 2020).

Nei quattro articoli precedenti siamo partiti dall’analisi del come mai la professione docente non goda a oggi di grande prestigio sociale presso gli italiani; abbiamo poi osservato come sia possibile aumentare le ore effettivamente retribuite delle docenti e alcuni meccanismi di valutazione del loro operato; abbiamo visto come sia possibile incrementare lo stipendio delle docenti evitando di insistere sempre e solo sulle casse del Tesoro, applicando delle buone pratiche già in uso in diversi altri Paesi; infine abbiamo spiegato la necessità di introdurre un Tribunale interno al MIUR che vada a sostituire l’operato oggi demandato al TAR per i ricorsi delle famiglie contro i Consigli di classe (una misura molto gradita a docenti e presidi).

Oggi vedremo come sia necessario migliorare i meccanismi di valutazione delle Dirigenti scolastiche e delle docenti, fatto che è alla base di un’effettiva efficienza del sistema scuola. E’ il famoso tema del chi controlla i controllori, dopotutto.

Dalla parte degli studenti e delle famiglie: per parafrasare Mina, non si può, da insegnanti, morire in eterno. Se la misura contro i ricorsi giudiziali delle famiglie sarà senza dubbio accolta bene dal corpo docente e delle Ds, allo stesso tempo, sarebbe necessario rendere possibile l’allontanamento di quelle docenti e quelle presidi che, detta male, ormai odiano il loro mestiere. Come lo dimostrano? Mancando di rispetto alle studentesse e agli studenti. O, se sono Ds, mancando di rispetto alle docenti e ai docenti. Ma non semplicemente trattandoli a male parole: quello è il meno. Si manca di rispetto in modo grave agli alunni e ai docenti stessi non aggiornandosi mai, non formandosi su nulla, non svolgendo interrogazioni e compiti in classe, non sapendo accendere un computer nel 2020. Reiterando un modello pedagogico o gestionale che è la pallida imitazione di ciò che quelle insegnanti subirono da studentesse. Magari 30 o 40 anni fa.

Sì, perché contro ogni corporativismo, atavico male italiano, ci sono insegnanti meravigliose, ma ci sono anche tante prof che non fanno più il loro mestiere. Che omettono in modo sistematico degli atti che spettano loro, o che collezionano ogni anno ricorsi e lamentele ufficiali di vario genere. Perché finché l’insegnamento sarà un settore dal quale, una volta entrate, non si potrà mai essere allontanate o licenziate per quasi nessun motivo a meno di pesante crimini penali, avremo sempre un certo tipo di attitudine lasca da parte di molte insegnanti, molto spesso supervisionate per modo di dire da parte di dirigenti scolastiche che (è sempre una generalizzazione: ce ne sono di in gambissima) tutto sanno fare, tranne gestire il loro corpo docente. Introdurre il principio della deontologia professionale del mestiere educativo, anche nella docenza e nella dirigenza scolastica, è dunque un traguardo, anzi, un punto di partenza che vedo come irrinunciabile.

Come farlo? Il Miur potrebbe imitare in questo il modello britannico e istituire un ufficio analogo all’Ofsted (Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills) inglese. Si tratta di un dipartimento non ministeriale del governo britannico che riferisce al Parlamento. Come spiega il sito dell’ente, «L’Ofsted è l’Ufficio per gli standard in materia di istruzione, servizi per l’infanzia e competenze. Ispezioniamo i servizi fornendo istruzione e competenze per studenti di tutte le età. L’Ofsted è responsabile dunque non solo dell’ispezione di una serie di istituzioni educative, tra cui le scuole statali e alcune scuole indipendenti, ma regola anche la formazione iniziale delle insegnanti e valuta l’operato delle presidi inglesi assegnando alle loro scuole una valutazione che è tenuta in alta considerazione dalle famiglie britanniche per decidere se iscrivere o meno i loro figli in quell’istituto. Se una scuola non soddisfa i criteri dell’Ofsted, che sono uno standard nazionale, chi rischia il posto è la preside, ma nei casi estremi l’intera scuola può essere prima commissariata e poi anche chiusa.

La valutazione delle Ds da parte dell’Ofsted italiano dovrebbe poi portare anche a una valutazione delle docenti. Una parte di questa valutazione dovrebbe spettare proprio alle presidi, ma troverei giusto che una piccola ponderazione della loro votazione – un 5-10%? – spettasse ai giudizi espressi dagli studenti. E accolgo con una standing ovation l’idea di Marco Campione (2020, 273) di introdurre il meccanismo della «ispezione richiesta» da parte della stessa prof, per far vedere i propri risultati e metodologie agli ispettori ministeriali, al fine di ottenere un riconoscimento formale e uno scatto retributivo.

Nel prossimo post, offrirò qualche altra idea su come valutare l’operato di una docente.

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