E(li's)booksTrump e Moschetto, intervista a Anna Camaiti Hostert e Enzo Antonio Cicchino

Manipolazione dell'informazione, misoginia, leadership proteiformi

Oggi vi propongo un libro molto particolare: Trump e Moschetto, ve ne parlano gli autori grazie ad alcune domande che gli ho fatto e a cui hanno risposto ampiamente.

Intervista

Dallo scorso settembre, quando Trump e Moschetto è stato stampato ad oggi sono successe così tante cose che devo chiedervi subito: come si intitolerebbe oggi il capitolo IX?

il titolo del nuovo capitolo potrebbe suonare più o meno così: Assalto a Capitol Hill. Quello che non avremmo mai potuto immaginare e che invece è successo.

Quello che possiamo dire è che al di là della provocazione che il nostro libro ha rappresentato, avevamo visto giusto. E potremmo chiosare il titolo di questo nuovo capitolo partendo dalle parole di Mussolini alla Camera dei deputati del novembre 1922: Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. Trump invece l’ha voluto e l’ha messo in pratica. Con grande pericolo per le istituzioni democratiche americane.

In Trump e Moschetto analizzate tutti gli aspetti che avvicinano l’ex presidente degli Stati Uniti a Mussolini. Nel capitolo III “Leadership proteiformi” raccontate anche del muro ai confini con il Messico. La mia domanda è: il muro in realtà esiste da anni e Trump è il presidente che ne ha costruito meno metri rispetto anche ad Obama. Se avesse comunicato in modo diverso sarebbe stato assolto come gli altri?

Il muro è stato iniziato da Bush padre negli anni ’90 e la sua costruzione è continuata durante tutti i presidenti che si sono succeduti dopo di lui: Clinton, Bush figlio, Obama e Trump. Non credo sia una questione di metratura, ma di simbologia, di quello che il muro rappresenta per il problema dell’emigrazione che è stato uno dei cavalli di battaglia di Trump. L’emigrazione infatti è stato ed è un grosso nodo per gli Stati Uniti specie a partire dagli ultimi trent’anni. Trump però l’ha gestita in modo bellicoso, dando la colpa ai messicani di essere ladri, violentatori, diffusori di droga etc. Ovviamente non tutti quelli che vengono dal Messico sono delinquenti. Dunque il fatto di avere criminalizzato un intero popolo, assieme ai musulmani (accusati di terrorismo e per questo esclusi dall’ingresso negli Stati Uniti), e di volerli respingere tutti a priori ha determinato una politica aggressiva che mal si coniuga con la tradizionale strategia dell’accoglienza dell’America che sull’emigrazione è basata. Diventa uno scudo di difesa contro l’Altro, il diverso, una cosa che va contro i principi della Costituzione americana. Dunque non mi pare si possa parlare di assoluzione o meno per chi lo propone. Ma semplicemente di obiettivi politici che con la costruzione del muro si vogliono raggiungere. E proprio il volerlo assumere a simbolo di deterrenza nei confronti delle invasioni straniere, in un paese come l’America, gli si è ritorto contro.  Comunque questa questione, a nostro avviso, è estremamente complessa e richiederebbe certamente uno spazio più ampio di quello consentito da una domanda o da una singola intervista.

Il capitolo “La manipolazione dell’informazione” è il mi preferito. Voi citate il documentario di Michael Moore, ci raccontate del paragone che fece tra Trump e Hitler?

Nel documentario Fahrenheit 11/9 del 2018 il cineasta americano fa un parallelo tra il dittatore tedesco e il presidente americano basandosi sul libro Friendly Fascism scritto da Bertrand Gross il quale analizza la veste in cui il fascismo odierno si manifesterebbe: senza svastiche, senza sparatorie, ma invece con una sorta di lavaggio del cervello generale, con un diminuito potere della stampa e con una faccia di felicità. Che è quello che anche noi abbiamo evidenziato nel nostro saggio. Moore si dimostra assai preoccupato da questa eventualità che non ritiene tanto remota. E anche per noi è motivo di grande inquietudine.

Seppure noi abbiamo ritenuto che Trump abbia preso più dal fascista Mussolini che dal nazista Hitler, pensiamo che su una cosa Moore abbia ragione, cioè quando per bocca di Steve Bannon, fa dire al guru di Trump che la differenza tra i conservatori e i liberal consiste nel fatto che i primi “mirano alla testa”, per uccidere, mentre i secondi si accontentano di “innocue cuscinate”. Questi ultimi pertanto si rendono vulnerabili e facilmente sconfiggibile. E dunque è arrivato il momento che i democratici elaborino una teoria seria e corposa in risposta alle minacce di distruzione che vengono già messe in atto dagli avversari. In un’intervista a Democracynow.org del settembre 2018 Moore dice inoltre che in questo momento il 70% degli americani è costituito da donne, da gente di colore e da giovani tra i 18 e i 35 anni i quali sono per natura progressisti. Dunque il gruppo sparuto e minoritario degli angry white men che sta perdendo il controllo, deve agire adesso se vuole risolvere il problema e mantenere il potere. E i democratici lo devono tenere ben presente.

 Ma a differenza di Moore noi riteniamo che, mentre il Fuhrer riponesse la sua forza in una retorica messianica tipica di un carisma psicotico, ma il suo linguaggio del corpo trasmettesse un che di asfittico e malaticcio, creando un vuoto e una distanza che solo il fanatismo ideologico della sua politica poteva colmare, Mussolini fosse non solo un grande oratore e avesse il fascino di una corporeità vitale e integra, ma si servisse di una gestualità e di una dialettica estremamente comunicative e fatte di espressioni colorite e immediate dalle quali i suoi sostenitori si sentivano rappresentati. Trump ha chiaramente mutuato da quest’ultimo una fisicità eccessiva, ridondante, la retorica esagerata e la capacità di fare in modo che i supporter si identifichino con le sue parole e con il suo sentire pur nella estrema differenza dei ruoli.

Parliamo dell’organizzazione del consenso interna al partito. Ci fate un esempio eclatante che fa capire subito quali analogie avete trovato tra il rapporto di Trump con i Repubblicani e quello di Mussolini all’interno del PNF?

Pur con le dovute differenze storiche ci sembra di individuare alcuni tratti comuni. Sia Mussolini prima nei confronti del movimento fascista e poi del partito (PNF Partito nazionale fascista) che pure contribuì a fondare, sia Trump riguardo al GOP (Grand Old Party cioè il partito repubblicano), che ovviamente si è trovato già costruito e rodato, hanno assunto un atteggiamento di distanza, se non in certi momenti addirittura di fastidio. Mussolini guardò con avversione alla strutturazione del PNF , alla cui disciplina si sentiva estraneo seppure a essa si sarebbe dovuto sottomettere, così come Trump  si è sentito stretto dentro un partito repubblicano che ha immediatamente qualificato come ingessato (non bisogna dimenticare l’atteggiamento nei suoi confronti di alcuni notabili del partito come i Bush, i McCain, i Romney che lo hanno accolto con  alcuni distinguo e in molti casi con un certo disdegno) e a cui non ha giurato fedeltà (pledge) fin dal primo momento quando si è presentato con altri 15 candidati repubblicani alle prime elezioni presidenziali. In seguito tuttavia quando poi ambedue, Mussolini e Trump, sono diventati personaggi indispensabili nei rispettivi partiti, in grado di manovrare folle di sostenitori che li seguivano ciecamente e di muovere in modo diretto o indiretto capillarmente le leve del partito, Mussolini ha nominato nel 1932 l’obbediente Achille Starace e Trump si è trincerato dietro il favore dei suprematisti bianchi (stand back, stand by). Ambedue hanno determinato lo spostamento dei rispettivi partiti su posizioni molto più ideologicamente estreme e connotate in modo divisivo rispetto alle loro origini, anzi sono stati di questa trasformazione gli attori principali.

Che ruolo ha la violenza, anche solo minacciata, nella comunicazione di questi due leader?

Nella diversità dei periodi storici e delle situazioni politiche entro cui si sono mossi Mussolini prima e Trump poi, hanno trovato nella violenza, onnipresente nella retorica dei loro discorsi, un elemento determinante del successo della loro strategia di conquista del potere. Mussolini ne rivendicò inizialmente la natura a volte morale “sacrosanta e necessaria” specie nel caso di situazioni “cancrenose” come quelle che si erano venute a creare in Italia tra il 1919 e il 1920 soprattutto a causa delle lotte contro i socialisti e i bolscevichi, la cui violenza, a sua detta, era stata molto più estesa e reiterata. Come se nel caso della violenza fosse una questione di quantità, di colore ideologico e non invece una questione, attraverso il suo uso generalizzato, semplicemente di avvelenamento irreversibile dei pozzi della democrazia. Addirittura nel caso delle battaglie contro i socialisti la definì “moralissima” e attraverso il suo uso spietato arrivò a una pacificazione sociale sotto un assoluto controllo del regime, conquistandosi in tal modo però il favore della maggioranza del popolo italiano stanco delle brutalità di quegli anni. In un secondo momento passò alla forza della persuasione attraverso un diverso tipo di controllo, più sottile di quello della violenza: quello della propaganda, facendo rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta. Il regime acquisiva un’aura di normalità dalla quale la violenza pubblica sembrava essere bandita. Anche nei suoi discorsi il suo ruolo assunse caratteristiche diverse; le sue parole divennero meno infiammate e meno demagogiche e più da uomo di stato.

Trump che parla dal pulpito della più grande e celebrata democrazia del mondo, compie il processo inverso. Per sdoganare la violenza di cui ha bisogno non adotta il manganello come hanno fatto gli squadristi. Al potere è arrivato democraticamente senza essere stato accompagnato da essa. Adotta inizialmente la strategia dello shock, della retorica fatta di frasi aggressive, dure, come non si erano mai sentite prima, la filosofia del noi contro loro, contro i nemici, gli altri, gli estranei, gli immigrati. Contro qualcuno invece che per qualcuno. Incoraggia il razzismo dei suprematisti bianchi, insulta pesantemente i suoi oppositori (particolarmente feroci e brutali sono state le offese dirette a Hillary Clinton), si prende gioco degli andicappati, minaccia paesi come il Messico, la Cina, l’Iran. Innesca emozioni torbide che riemergono dalla pancia del paese dove per decenni erano rimaste dormienti, ma non erano scomparse. Con loro riaffiorano meccanismi pericolosi. Come si legge sul New York Times “non basta dire che questo è il suo modo di parlare” perché con lui se ancora “gli Stati Uniti non sono esposti al rischio di una generalizzazione della violenza, le sue parole corrodono la democrazia e la sicurezza pubblica”. E Steve Levitsky nel saggio scritto con Daniel Ziblatt How Democracies Die scrive che “Trump rende lentamente e inesorabilmente normale la violenza politica, trasformando discorsi, idee, fatti prima indicibili e innominabili in cose dicibili e nominabili”. Come quando ha parlato di brave persone appartenenti al Ku Klux Klan durante i disordini dell’agosto 2017 a Charlottesville in Virginia nei quali un adepto di quell’organizzazione razzista uccise una giovane donna del movimento antirazzista Black Lives Matter. Il risultato è che nei due anni successivi alla sua elezione, secondo l’FBI, c’è stata una crescita esponenziale dei crimini razziali.

 “Potrei stare in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno e non perderei alcun elettore, ok? È incredibile”. Questa è una frase che pronunciò Trump durante un comizio in Iowa (trovate il video su Youtube) durante la campagna elettorale del 2016. Secondo voi in Italia una frase così che reazioni avrebbe suscitato?

Questa sua sfrontata e provocatoria affermazione apparsa su tutti media del mondo è una delle più famose pronunciate da Donald Trump. Rientra in quel modo scioccante e spettacolare ma non meno pericoloso di presentarsi ai suoi fan, un comportamento da uomo televisivo che ha una strategia di comunicazione ben precisa. Una sfida tipica di chi sa che può permettersi di tutto senza preoccuparsi delle conseguenze. E questo è davvero grave per un politico di un paese democratico. Di nuovo un’incitazione alla violenza, all’evasione della legge. Un’ affermazione che detta in una qualsiasi piazza europea avrebbe suscitato di sicuro qualche sberleffo, certamente indignazione e un ampio disprezzo. Ma che data la diffusione delle armi negli States e soprattutto i legami di Trump con l’NRA (National Rifle Association) e il suo carattere da sbruffone, meraviglia poco e trova consenso, continuando a mandare un messaggio molto pericoloso. Soprattutto per chi decide di emularla. Forse l’unico che in Italia avrebbe potuto avvicinarsi ad un comportamento del genere è stato Silvio Berlusconi: tuttavia egli si è limitato ad affermazioni che ha ritenuto scioccamente spiritose a partire dai suggerimenti nei confronti degli amanti della moglie o dall’aver definito il suo ruolo di primo Ministro come secondario, “a tempo perso”, per farsi bello di fronte alle giovani escort che frequentava ai tempi del Bunga Bunga che peraltro lo ha reso famoso nel mondo. È importante ribadire dal nostro punto di vista, che la gravità di questa affermazione trumpiana non si può neanche pallidamente paragonare alle sciocchezze di Berlusconi. Bisogna tuttavia riconoscere che il danno che ques’ultimo ha causato all’immagine del ruolo di un uomo politico come il Primo Ministro è comunque grave, in quanto gli toglie quell’aura istituzionale, quella gravitas che un capo di stato deve avere per espletare il difficile compito di rappresentare dignitosamente l’identità del proprio paese.

La misoginia è un altro tratto comune che avete individuato in Trump e Moschetto. Cosa ha spinto secondo voi le donne del passato e quelle del presente ad appoggiare dei leader così apertamente maschilisti?

Di Mussolini è nota la voracità di predatore sessuale e anche per Trump si può dire la stessa cosa. Basta ricordare quando durante la campagna elettorale del 2016 in un’intervista a Billy Bush per il programma televisivo di intrattenimento Access Hollywood e riportata dal Washington Post fece affermazioni pesanti sul suo modo di considerare le donne e sul suo comportamento nei loro confronti. Riteniamo che il rapporto con loro, soprattutto con il corpo femminile, sia l’emblema del loro rapporto con il potere: un usa e getta che ha bisogno di essere rinnovato quotidianamente per riconfermare il dominio di un ego narcisista e insicuro che si deve alimentare di un controllo totale di soggetti/sudditi subalterni per non sentirsi invisibile. Per questo nel libro li abbiamo definiti predatori seriali. La differenza con molti altri uomini di potere da Roosevelt a Clinton che peraltro hanno tradito ripetutamente le proprie mogli e hanno avuto fama di tombeur de femmes, è quella di avere il bisogno spasmodico di una sessualità vorace e quotidiana come conferma del loro ruolo di potere. Le amanti giornaliere di Mussolini che si succedevano senza sosta nel suo ufficio di Piazza Venezia e la partecipazione di Trump nel concorso di Miss mondo che lo faceva sentire in controllo totale dei corpi di queste giovani alla ricerca del successo e della notorietà ne sono la prova. Cosa che non autorizza a fare di queste donne oggetti di proprietà come nel caso di Trump che si sentiva autorizzato a dare in pubblico giudizi estetici sul loro corpo o a entrare nelle loro stanze per baciarle o toccarle. Non ci sentiamo viceversa di criminalizzare queste donne per essersi prestate a questo puro gioco di potere, in quanto la loro subalternità le metteva sin dal principio in una condizione di svantaggio. Credo si possa dire, sia nel caso di Mussolini sia in quello di Trump, a differenza di Hitler, il cui corpo dava segnali di debolezza e di scarsa virilità, che le donne siano state affascinate dalla vitalità e dall’espressione di una potenza sessuale esibita che in aggiunta al ruolo di potere, costituivano una miscela di fascino e insidia capace di attrarre molte donne, specie se giovani, in cerca di successo e di una conferma di sé stesse. Tutto ciò le ha portate a buttarsi nelle braccia di questi predatori seriali o a sostenerli politicamente. L’appoggio da parte di molte donne a questi uomini di potere non credo si possa trovare una motivazione unica che anima allo stesso modo tutte le donne. Come se esistesse un’essenza unica del femminile. Allo stesso modo che per gli uomini deriva da pulsioni individuali e da scelte personali nei confronti della loro strategia politica che evidentemente non è stata percepita come misogina o maschilista.  O perlomeno non lo è stata a sufficienza. Soprattutto perché sia nel caso di Mussolini che di Trump le donne hanno assunto anche ruoli preminenti o che non avevano avuto in precedenza o che solo in rari casi avevano ricoperto. Mussolini restituì visibilità al corpo femminile nelle competizioni sportive nelle quali eccelsero, infrangendo così il binomio inossidabile e consolidato di madre/prostituta entro il quale il ventennio aveva rinchiuso il ruolo della donna. Tanto è vero che anche la Chiesa si risentì di questa novità. Trump in molti casi ha promosso donne a capo di alcune delle sue aziende preferendole agli uomini e riconoscendo loro meriti e una professionalità senza uguali, pur mantenendo l’ossessione sull’aspetto dei loro corpi. Queste considerazioni non spostano tuttavia di un millimetro la loro immagine subalterna della donna che rimane territorio di dominio, di caccia e di conquista che generalmente risponde a un’immagine stereotipata che essi hanno del corpo femminile. L’eccezione conferma la regola: per Mussolini è la fattrice di figli dai fianchi larghi o la mercenaria dai grandi attributi, per Trump la bionda, esile e formosa ma sottomessa, come tutte le sue donne, incluse le figlie e le nuore, ai suoi diktat.

Vi faccio un’ultima domanda. Cosa immaginate farà da ora in poi il tycoon che è stato anche assolto dal Senato nel secondo processo d’impeachment, nel quale era accusato di istigazione all’assalto del Congresso?

Si parla poco perfino negli States di cosa farà Trump in futuro. La sua mancata condanna da parte dei repubblicani dopo l’accusa di impeachment ha mandato su tutte le furie la speaker della House Nancy Pelosi che li ha accusati di codardia. Ma cosi facendo i suoi compagni di partito gli hanno praticamente salvato il futuro politico. La sua storia infatti non è finita e il suo seguito neanche. E tantomeno le sue idee.

Per ora il partito repubblicano si sta dividendo tra coloro che vogliono continuare a sostenerlo e coloro che invece lo vogliono mollare. E non sarà una questione di facile soluzione. Da ambedue le parti si contano maggiorenti del partito. Tra i primi c’è Lindsay Graham senatore di peso che vuole approfittare e servirsi dei grandi numeri di sostenitori su cui può contare l’ex presidente; tra i secondi invece troviamo quel Mitch McConnel portavoce repubblicano al Senato che lo ha sempre difeso e che ha anche votato contro il suo impeachment, ma che almeno apparentemente sembra averlo abbandonato. Bisognerà vedere che cosa faranno in futuro. Siamo infatti abituati a repentini cambiamenti di rotta nei confronti di Trump da parte di uomini politici repubblicani come nel caso di Ted Cruz o per l’appunto di Mitch McConnell.

Si sa già che per le elezioni di midterm del 2022 in cui si rinnoveranno i rappresentanti della House e un terzo di quelli del Senato, Trump si è messo a disposizione del partito non certo come candidato, ma a sostegno di qualche nome emergente. E visto il seguito che ha, non crediamo saranno in pochi ad aspirare al suo supporto e a salire sul suo carro.

Ma c’è anche chi parla della possibilità che fondi un suo partito o che crei un canale di informazione tutto suo.

Infine ci sono coloro che sperano che il corso della giustizia si svolga come dovrebbe e che sia soggetto a diversi processi penali di cui potrebbe dover rispondere a cominciare da quello che lo vede imputato di evasione fiscale. Ma di certo al momento non c’è niente.

 Il libro: Trump e Moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto

Mussolini e Trump: li divide un secolo e l’atomica, la Guerra fredda e due conflitti mondiali, un centinaio di milioni di morti e la globalizzazione. Eppure il secondo pare essere l’imitatore dei vezzi e dei vizi del primo. Analoghe le strategie che li conducono al potere: un insolito talento nel controllare e usare i mass media e la comunicazione scritta e verbale, di cui sono anche imprenditori, lo spregiudicato ricorso agli slogan e i modi di creazione del consenso. Perfino alcuni tratti della loro personalità sono simili, inclusi i rapporti con le donne. Mussolini alle soglie della società di massa, Trump a quella dei social network, di cui entrambi individuano i rispettivi punti di forza. L’oratoria, il gesto, il corpo sono utilizzati come armi indirizzate verso obiettivi spesso lontani dal bene comune e da quello del Paese, al fine di imporre il proprio carisma sulle folle. Eppure, ricevono consensi. L’attività politica di Mussolini si colloca dopo la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola, quella di Trump dopo la crisi del 2008, il sopravvento economico della Cina e durante la pandemia di coronavirus. Mussolini stabilizzò il proprio potere con un regime: accadrà lo stesso per l’America di Trump, nel caso venga rieletto?

Gli autori

ANNA CAMAITI HOSTERT

Anna Camaiti Hostert vive tra l’Italia e gli Stati Uniti da più di trent’anni. È stata docente di filosofia e visual studies e ha insegnato nelle università di Roma, Chicago e Los Angeles. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche italiane ed è attualmente editorialista del webmagazine “Succedeoggi”. È tra le fondatrici della rivista “Ágalma”. Tra le sue pubblicazioni Passing. Dissolvere le identità, superare le differenze (tradotto negli Stati Uniti), Sentire il cinema, Metix. Cinema globale e cultura visuale. Ha inoltre curato, assieme a Anthony J. Tamburri, il volume Scene italoamericane. Rappresentazioni cinematografiche degli italiani d’America, pubblicato anche negli Stati Uniti.

ENZO ANTONIO CICCHINO

Enzo Antonio Cicchino assistente dei fratelli Taviani nel film La Notte di San Lorenzo (1980). Autore Rai per Mixer con Giovanni Minoli e La Grande Storia di Raitre con Luigi Bizzarri. Ha pubblicato dodici volumi, che includono diversi racconti, un romanzo e una trilogia per il teatro. Tra i suoi saggi si ricordano Il Duce attraverso il Luce (2010), Mussolini/Churchill. Il carteggio (con R. Colella, 2016) e Invasioni (2017). Nel 2020 ha creato il canale Erodoto TV su Youtube.

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