Ipse DixitIl glicine di Leonardo

Lontano dagli sguardi dei passanti, praticamente ignorato dalle guide e dagli itinerari turistici.

Lontano dagli sguardi dei passanti, praticamente ignorato dalle guide e dagli itinerari turistici.

Non è un negozio del quadrilatero della moda, non è un locale di tendenza, è solo una pianta. Un glicine. Una leguminosa rampicante, la Wisteria Nutt. 

Le Wisteria crescono avvolgendosi attorno a qualunque supporto sia in senso orario (come W. floribunda) sia in senso antiorario (W. sinensis) ed i frutti contengono semi velenosi; nel linguaggio dei fiori indicano amicizia. Il termine usato in Italia, glicine, deriva invece dalla parola greca glikis che significa dolce ed è dovuto alla dolce profumazione dei fiori.

Anche se i testi di botanica indicano il suo arrivo in Europa a cavallo tra il 700 e l’800, alcune cronache più antiche riportano invece una diversa datazione. Il glicine è stato coltivato in Estremo Oriente per più di duemila anni prima di arrivare in Europa, a quanto pare attraverso i semi portati, come una rarità, da Marco Polo nel XIII secolo. Quale sia la realtà dei fatti, temo che nessuno lo sappia.

A supportare la tesi dell’arrivo della semenza molto prima del diciottesimo secolo esiste a Milano, in località Morivione, un glicine la cui vita viene stimata in 719 anni e le cui radici sono lunghe oltre due chilometri. I milanesi lo chiamano “il glicine di Leonardo” e probabilmente è il più vetusto glicine italiano.

Oggi questa pianta, sana e rigogliosa, è chiusa in un piccolo cortile privato, si appoggia alla recinzione di una cooperativa sociale e si affaccia su una stradina poco trafficata.

La leggenda narra che… Più che di una leggenda si tratta di un racconto della tradizione milanese e di solito in tutto ciò che si tramanda di generazione in generazione, un briciolo di verità si conserva.

Si dice che un tempo, quando il glicine cresceva in piena campagna lontano dalle mura cittadine, Leonardo da Vinci (che lavorava stabilmente a Milano) amasse sedersi all’ombra della grande pianta per prendere il fresco e meditare; taluni sostengono che proprio sotto queste fronde il genio toscano ricevette l’incarico di lavorare al progetto dei Navigli da Lodovico il Moro.  

Leggenda, tradizione, verità…

In ogni caso vale la pena di andare a vedere questo capolavoro della natura (via Bernardino Verro 2) ed osservare il quartiere che la ospita, Morivione.

Ora incardinato tra le vie di grande percorrenza della zona sud di Milano (viale Toscana e via Ripamonti) un tempo Morivione era un piccolissimo borgo raccolto intorno ad una cascina. La zona era fertile e ricca di acque, la cascina sorgeva tra il cavo Ticinello e la roggia Vettabbia.

Sino all’annessione al comune capoluogo, avvenuta nel 1873, faceva parte dei “Corpi Santi”, ovvero di quei territori rurali comprendenti le cascine e i borghi agricoli che si trovavano attorno alla città di Milano, appena oltre le mura spagnole.

Il nome di questo piccolissimo agglomerato rurale è riconducibile ad una vicenda storica, riportata nelle cronache, sia pur in modo un po’ confuso. Esistono due versioni, simili ma non identiche.

Attorno all’omonima cascina, con annessa cappella, posizionata dove ora troviamo il numero 5 di via Corrado il Salico, all’incrocio con via Verro, avvenne un fatto di sangue.

Venne ucciso Vione Squilletti, un bandito che andava in giro nelle campagne attorno a Milano per rubare e terrorizzare la gente. Risulta che la zona fosse infestata dai briganti, soldati di ventura della Compagnia di San Giorgio sbandati dopo la battaglia di Parabiago (21 febbraio 1339), a capo dei quali si era posto Vione Squilletti. Vione è un nome di origine camuna, e in camuno suona Viu’. 

Si dice che Viu’ Squilletti usasse un fischio assordante per attaccare il nemico (da cui Squilletti).  Sicuramente era nato nel Malcantone, forse vicino a Melano (localitа sita nei pressi di Mendrisio nel Cantone Ticino dell’odierna Confederazione Svizzera), e si era sposato con una certa Esmeraldina Bossi. In seguito si era rifugiato con una dozzina di figli a Cìtt (odierna Cittiglio, in provincia di Varese, ad un passo dal lago Maggiore).  

Alla vigilia della festività di San Giorgio, stanchi delle azioni dei banditi, i milanesi si recarono dal loro signore, Luchino Visconti, chiedendogli di liberarli dai briganti di Squilletti.

La battaglia avvenne il giorno seguente, all’alba; Vione, catturato, venne ucciso il 24 aprile 1339, sembra trafitto da una lancia, in prossimità di un grosso albero fiorito.

Il giorno seguente la popolazione si recò sul luogo della battaglia e offrì ai vincitori latte fresco, panna e uova; nel frattempo su di un muro sarebbe stato dipinto San Giorgio che ammazza il drago, con una scritta: “Qui Morì Vione”. 

Da quel giorno San Giorgio, oltre che protettore dei Cavalieri, divenne anche santo patrono dei lattai. Come testimonianza dell’avvenimento, ogni anno effettivamente i milanesi erano soliti recarsi, il 23 aprile, in questo borgo a festeggiare San Giorgio con la “panerada”, bevendo latte fresco appena munto, “panera” appunto (cioè panna) servita in tazze di maiolica e mangiando il “pan de mej dolz”, ossia il pane di farina di miglio e fior di sambuco. Questo fatto è anche citato nel romanzo Fosca di Iginio Ugo Tarchetti, scritto nel 1869.

Un’altra variante alla storia racconta che il malvivente si chiamasse Alessandro Vione e fosse un ex soldato a servizio degli Sforza, trasformatosi in ladro e qui scovato e pugnalato a morte ai piedi di un glicine dalle guardie degli Sforza. 

Nel luogo in cui trovò la morte venne posta una pietra su cui era scritto “Qui morì Vione“.

In poche decine di metri è possibile vedere il glicine di Leonardo, ripercorrere le vie dove morì il bandito Vione e sbirciare all’interno di un antico edifico in via dei Fontanili 4, dove è ancora visibile un’antichissima trave di legno che sosteneva il varco d’ingresso. 

E proprio di fronte al civico 4 si nota una chiesetta, di piccole dimensioni ma di antica tradizione. Si tratta dell’antico oratorio della Sacra Famiglia di Morivione, edificio quattrocentesco restaurato qualche decennio fa dopo che per lungo tempo era stato trascurato.

Prima di andare via, un’occhiata alla cappelletta dedicata negli anni ’20 ai caduti della Prima Guerra Mondiale e intitolata “AI PRODI DI MORIVIONE”, come riporta l’incisione in essa presente.

Vi si trovano due lapidi, una per lato, ove sono riportati grado, nome e cognome, unitamente a una fotografia, dei soldati originari del borgo e periti in guerra.  

Il colpo d’occhio dei fontanili ci congeda da questo microscopico triangolino di Milano così carico di fascino, di storia e tradizione.

Tra le fonti: IlcielosuMilano – MilanoCittàStato –

 

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