E(li's)booksCapannone n 8 di Deb Olin Unferth

"Rimase esattamente dov’era, per obbligare quell’uomo a conoscerla"

Esce oggi in libreria Capannone n 8 esordio italiano di di Deb Olin Unferth

Il libro

 Janey e Cleveland sono due ispettrici addette al controllo degli allevamenti intensivi di galline ovaiole in una zona dell’Iowa, Dill è l’ex capo di un’associazione ambientalista, Annabelle la riluttante erede di una famiglia di allevatori; per motivi diversi vivono vite simili: frustrate e piene di rimpianti. Finché, per gli effetti a catena di una decisione impulsiva, non diventano improbabili alleati in una folle missione: liberare di nascosto tutte le novecentomila galline di un allevamento industriale in una sola notte, con l’aiuto di trecento indisciplinati volontari e sessanta camion: ce la faranno?

La mia lettura

Capannone n. 8 è un romanzo che ho trovato immediatamente bello, non ho dovuto aspettare neppure 20 pagine per dire che mi sarebbe piaciuto molto. Così è stato.

Deb Olin Unferth ha una prosa che sembra un meccanismo a orologeria, i tempi narrativi sono così ben congegnati che rendono sorprendente il racconto dall’inizio alla fine, è una scrittura “senza fiato”, la narrazione si esprime nei modi più inaspettati.

«L’uovo è l’unità nutritiva perfetta». Ruotò leggermente la sedia.

«Proteine, vitamina b12, vitamina d. L’ideale per le ossa e per la mente». Si portò un dito alla tempia. «Forza e intelletto. Una dozzina di uova e il povero mangia come il ricco.

Il sogno americano, Cleveland. La soluzione democratica ». Sollevò le sopracciglia con uno scatto. «Aumenta il prezzo delle uova e la famiglia del povero non mangia più».

Conosciamo la protagonista, Janey, quindicenne arrabbiata e impulsiva e la vediamo crescere ammanettata ai suoi demoni, incapace di reagire.

“Le pareva quasi di vederla, quella Janey che si trascinava come un fantasma lungo la solita strada, a New York, in direzione della scuola. Erano come due gemelle siamesi separate a forza, una destinata a vivere e l’altra a morire senza che i medici sapessero quale, e intanto il mondo restava a guardare, in attesa.”

Saranno un milione di galline in batteria a farle capire qualcosa di più profondo, o forse è più corretto dire di personale, la causa nella quale decide di impegnarsi ha l’obiettivo duplice di contestazione nei confronti della big-ag ma anche di rinascita per la nuova Janey che ha convissuto fino ad allora con la vecchia Janey, simulacro di un passato che non potrà tornare.

“Fu allora che lo vide. Il Vero Progetto, una rivelazione: le gabbie che si disintegravano, le galline che schizzavano fuori dischiudendo l’acciaio come un uovo, gli uccelli che sgusciavano via dalle gabbie, che saltavano fuori dalle griglie di metallo come da un nido. Vide il tetto del capannone scoperchiarsi e le stelle riempire il cielo sopra la volta di rami e gabbie dondolanti. Vide le galline, centinaia di migliaia di galline, con un potere inaudito per le galline, che volavano via dal capannone, libere nella notte. «Cleveland», sussurrò, anche se Cleveland non poteva sentirla, «prendiamole tutte». Perché era arrivata la nuova Janey.”

Accanto a Janey c’è una carrellata di personaggi tutti a loro modo protagonisti e così esuberanti da pretendere la giusta attenzione da Deb Olin Unferth. Ci sono Jonathan Jarman Jr. e Annabelle Green che si ritrovano in quella folle impresa di liberazione delle galline.

C’è Cleveland, personaggio incredibile:

“Cleveland era strana. Un volto inespressivo. Un modo rigido di girare la testa. Come aveva potuto essere così ingenua da immaginarsela diversa da così? «Cleveland», paladina di una causa mediocre, ridicola nella sua uniforme, con una scopa in culo, una passione quasi autistica per i regolamenti, il nome di un presidente americano che non aveva fatto niente per ben due volte. Una donna che sembrava credere ciecamente che quegli hangar disgustosi fossero posti del tutto adatti a degli uccelli, neanche fossero tosaerba o televisori. Se al colloquio non avesse pronunciato il nome di sua madre, Janey avrebbe pensato di aver sbagliato persona.”

E Dill.

Su tutti loro l’autrice punta il riflettore della sua ironia che li fa brillare, li rende irresistibili ( io ho apprezzato soprattutto Cleveland), i loro sfoghi esistenziali sono colti e spassosi.

Capannone n. 8 è un romanzo che indaga il dramma degli allevamenti intensivi e lo fa in modo non scontato come si addice ad un’opera di fiction che vuol farsi portatrice di temi importanti. Deb Olin Unferth non indulge mai a vuoti artifici retorici perchè ha l’obiettivo di raggiungere il fine pratico della conoscenza di una realtà che si sa, conosciamo tutti, ma su cui non riflettiamo abbastanza.

Come succede sempre quando un libro mi piace, finisco per fare parallelismi di ogni genere. Lunedì ho visto Mank, il film di David Fincher sulla vita di Herman J. Manckiewicz lo sceneggiatore di Quarto Potere e ad un certo punto si racconta la discesa in campo per la carica di governatore della California di Upton Sinclair ed ecco che ho collegato Capannone n. 8 a The Jungle e anche a “Santa Giovanna dei Macelli” di Bertold Brecht, non per lo stile ovvio, siamo nel 2021, per l’effetto che questa lettura fa.

Capannone n 8 riesce a smuoverti qualcosa dentro, lo fa facendoti ridere e quindi un certo tipo di sensibilità viene sicuramente destata dal torpore con l’efficacia di cui è capace la leggerezza.

Erano talmente abituate a vivere in quelle gabbie microscopiche che lo spazio le terrorizzava, tutta quell’aria, il tetto alto, e al di sopra il cielo, la libertà spaventosa, erano terrorizzate, e allora si ammassavano e ognuna cercava di infilarsi al centro della massa. E alla fine morivano soffocate. Succedeva ogni volta.”

Capannone n. 8 non è un romanzo politico, tuttavia diffonde opinioni e questo mi piace e sono sicura che l’esordio in Italia di Deb Olin Unferth sarà un successo.

«Depopolamento» (leggi: sterminare le galline a centinaia di migliaia), «muta forzata» (leggi: ridurre il mangime a tal punto da farle quasi morire di fame), «debeccaggio» (leggi: tagliargli via un pezzo di faccia), «certificazione» (legittimare, anzi prescrivere, tutta un’altra serie di atrocità), «Associazione Nazionale Produttori di Uova» (il gruppo di maschi bianchi sulla cinquantina a capo di tutta la baracca).”

Capannone n 8 di Deb Olin Unferth

Traduzione: Silvia Manzio

Editore: Sur

In commercio da: 8 aprile 2021

Pagine: 355 p., Brossura € 17,10

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