Anelli di fumoIl problema della Scuola sono gli editoriali di GdL sul Corriere della Sera

Da oltre trent'anni il collaboratore del più diffuso quotidiano italiano scrive articoli non aggiornati sulla Scuola italiana. E intanto, su Facebook, si fa largo un folto gruppo di docenti che mira più che alla conservazione, al ribasso.

E’ da quando ero studente, oltre un quarto di secolo fa, che il Corriere della Sera fa scrivere lunghi editoriali sulla scuola a Ernesto Galli della Loggia. Si tratta di articoli che definisco “gallidellalogici”: ribadiscono sempre gli stessi datati concetti e si rifanno sempre e solo all’esperienza che Galli della Loggia ha della scuola: la sua. Di quando era studente. Nello scorso millennio. Quando approfondisce, cita addirittura un articolo di Angelo Panebianco, altro editorialista del Corriere, di ben sei anni più giovane. I due usano sulla Scuola il medesimo metro: mettono insieme penna d’oca, calamaio e un algoritmo che ribadisce il vissuto personale.

La “buona scuola”, la riforma sfuggita a GdL

Quando si parla di Scuola, Galli della Loggia non è al corrente di quasi nulla dei fin troppi cambiamenti intervenuti negli ultimi 40 anni. Un esempio è l’articolo apparso oggi, che in un momento forse post-prandiale scrive:

Non a caso da almeno dieci anni in Parlamento nessuno ha fatto una proposta circa che cosa debba essere la scuola, i suoi contenuti, le sue modalità; nessuno è mai intervenuto a discuterne davvero i risultati.”

L’editorialista del Corsera ha sulla scuola la stessa attenzione della bella addormentata nel bosco: la sua memoria ha dimenticato la riforma detta della “Buona Scuola“. Approvata dal governo Renzi nel 2015. Ossia sei anni fa. Una riforma che divise il mondo politico e l’opinione pubblica italiana come poche altre. Un Disegno di legge che fu discusso, prima di approdare al voto in Parlamento, per un anno e mezzo con sindacati, associazioni di studenti, corporazioni, istituzioni locali. Una “campagna d’ascoltoimponente. Di cui GdL non ricorda, però, nulla. Così come non ricorda niente della legge, poi approvata, col numero 107/2015. Né ricorda un ette degli otto decreti attuativi approvati nell’aprile 2017.

E dire che fu una rivoluzione copernicana in tanti settori: per esempio nel sistema di reclutamento dei docenti, di cui GdL si lamenta da sempre. La riforma introdusse la chiamata per competenze che trasformava noi docenti in adulti in grado di candidarci nell’istituto di nostra preferenza inviando un CV. Un CV che, naturalmente, rispondesse ai requisiti pubblicati dall’istituto. I sindacati, facendo una propaganda bieca e ignorante, equipararono quella innovazione alla chiamata diretta da parte del preside, meccanismo in vigore in UK e altri Paesi; ho spiegato nel mio volume Lo so f@re! tutte le tante e fondamentali divergenze fra i due sistemi.

Noi prof siamo tutti uguali come diritti, ma tutti diversi come profilo professionale

Con la chiamata per competenze si stabiliva quell’ovvio che ad alcuni sindacati non piace sentire: se come diritti noi docenti siamo tutti uguali, come profilo professionale siamo invece tutti diversi.

Anche quando siamo abilitati nelle medesime materie: io posso insegnare Storia e Filosofia avendo magari un C2 d’inglese e una specializzazione in relazioni internazionali contemporanee, con una certificazione a fare Dad (Didattica a distanza). Un altro collega, abilitato nella mia stessa classe di concorso, può avere invece un B2 di francese e una specializzazione in storia medievale, con una certificazione sugli studenti Bes (Bisogni educativi speciali). Per tacere delle differenze generazionali. Siamo professionisti diversi. Che la cosa piaccia o meno ai nostri sindacati.

La chiamata per competenze colse l’attimo e rimase in vigore un solo anno, nel 2017. Fu subito cancellata dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti (Lega Salvini) durante il governo Conte1, in accordo coi principali sindacati della Scuola (Flc, Cgil, Uil, Cisl, Gilda). Come mai i sindacati vollero quell’abolizione? Facile: col nuovo meccanismo perdevano voce in capitolo nel momento delle assegnazioni. Ma lo conquistavano i singoli docenti stessi! Intollerabile.

Ma la “Buona Scuola” non introdusse solo la chiamata per competenze: affrontava anche i temi eterni della valutazione dei docenti, dell’autonomia reale degli istituti, della differenziazione retributiva, specificava il progetto di alternanza scuola-lavoro introdotto dalla riforma Gelmini, introduceva la Carta del docente (500€ annue da spendere in libri, corsi di formazione, cinema e teatri per i docenti di ruolo). Galli della Loggia era distratto e, come Alice, tutto questo non lo sa.

La cosa più fastidiosa dell’editoriale del collaboratore del Corriere della Sera è che attribuisce tutte le responsabilità dello stato comatoso della scuola – testimoniato dal disastro delle prove INVALSI di pochi giorni fa – alla classe dirigente italiana, sostenendo che “non esista”.

I governi italiani hanno semmai approvato troppe riforme scolastiche

Io sono invece certo che i governi italiani hanno messo mano a riforme di sistema della scuola anche troppo spesso (è la tesi anche del bellissimo e mastodontico volume La Scuola italiana. Le riforme del sistema scolastico dal 1848 a oggi, a cura di Fabrizio Dal Passo e Laura Laurenti, di cui suggerisco a GdL la lettura) e che la preoccupazione di molti governi – per esempio il Conte1 – sia stata quella di cancellare ciò che di buono aveva fatto il governo precedente.

Questo perché i nostri politici spesso credono che per lasciare un segno nella storia si debba partire anzitutto da una riforma scolastica, come del resto fece Giovanni Gentile nel governo Mussolini. Non è un credo campato per aria, intendiamoci. Ma bisogna saperci fare.

A volte i ministri dell’Istruzione si sono limitati a provvedimenti semplici, ma di larga eco e impatto (esempio, gli interventi di D’Onofrio sugli esami di riparazione del 1994). Altre volte sono state riforme di sistema (Luigi Berlinguer, Matteo Renzi). Sempre però, ministri di ogni colore e storia, si sono scontrati con la reazione conservatrice di sindacati e docenti, desiderosi di mantenere lo status quo. Perché lo fanno? Perché la classe docente italiana (come molte altre corporazioni) teme ogni innovazione che la riguardi. “Innovare” significa anzitutto uscire da una routine conosciuta. Significa dover leggere, studiare, informarsi, aggiornarsi, adeguarsi. Tutte cose che costano fatica e si devono fare al di fuori dell’orario di lavoro, in modo gratuito.

Fra gallidellalogici e salvoamatici: “Professione insegnante” o ministri dell’Istruzione?

Assieme agli articoli “gallidellalogici”, l’altro problema della Scuola sono gli interventi “salvoamatici”. Mi riferisco in questo caso a ciò che scrive il prof Salvo Amato, uno dei curatori del gruppo Facebook “Professione insegnante” che ha poi dato origine a una Onlus con un sito a parte. La sua comunità conta “appena” 170.000 contatti, certo non tutti insegnanti, ma che magari lo vorrebbero diventare. La caratteristica comune? Sono convinti di essere non solo bravi insegnanti, ma anche ottimi legislatori scolastici. E’ la mentalità bastarda dell”uno vale uno”: la presunzione che se hai insegnato per 10 o 30 anni Informatica o Educazione Fisica, allora sei in grado di fare il ministro dell’Istruzione meglio di chiunque altro.

Questo tipo di docenti nei loro interventi sui social non fanno altro che svilire il lavoro di qualunque ministro. Può chiamarsi Luigi Berlinguer o Lucia Azzolina: sono tutti incompetenti allo stesso modo, secondo loro. Pretendono, i salvoamatici, di essere sempre interpellati sulle nuove politiche scolastiche perché sono sicuri di saperne di più di coloro che sono preposti a disegnarle. E la reazione di default è rimpiangere i bei tempi andati. Chissà se sono in favore anche delle punizioni corporali, che si usavano anche in Italia appena settant’anni fa.

L’ultima grandiosa idea: abolire la Maturità

Gli interventi di Amato e del suo folto gruppo sono quasi sempre di difesa di ciò che c’è, ma a volte chiedono cambiamenti miranti a ridurre il loro impegno.

Un esempio su tutti: Amato, sulla finta Maturità senza scritti degli anni del Covid, propone: “Ciò che dispiace di questo periodo di pandemia è il fatto che alcune decisioni temporanee a danno della scuola seria rischiano di essere definitive. Una tra queste è la maturità ormai ridotta a farsa. Secondo voi è meglio abolirla?” Capito? Non “secondo voi non è il caso di tornare alla maturità ante-Covid” o, non sia mai, “tornare a una Maturità vera con tre scritti su tutte le materie degli ultimi 3 anni“, no. Meglio abolirla, così che si possano allargare un po’ le vacanze estive di noi prof. E del livello di preparazione degli studenti, chi se ne importa.

Fra editoriali gallidellalogici e interventi salvoamatici, sembra proprio che la Scuola italiana non abbia un bel futuro davanti a sé.