Anelli di fumoEcco come sono morto sugli scogli del Circeo

Il racconto dell’estate – Cristian Castaldi, insegnante, scrittore e blogger per Linkiesta, ci scrive dall’aldilà. Con un lungo messaggio in bottiglia.

Alle 18.06 di oggi sono morto. O forse di ieri, non so.

Sono sempre stato un uomo cauto.

Ecco, credo che questo mi vada riconosciuto.

Sì, ho avuto uno scooter dai 16 anni ai 24, e ci giravo per Roma. Ma c’andavo piano ed ero attento: ho fatto un solo incidente. Una vecchia Fiat 500 blu che mi ha tagliato la strada in via Tripoli, facendo una manovra a “U” vietata. Sono finito sotto le sue ruote sottili, ma solo col polso. Si ruppe il grosso orologio al quarzo che portavo sulla sinistra, non il mio osso.

Anche quando andavo sui rollerblade ero sempre molto previdente. Una volta mi venne addosso un bimbo con la sua piccola bici e io, per non fargli male al termine di una discesa, decisi di buttarmi in avanti. Ruzzolai sulla pista ciclabile, sbattei la testa e mi coprii con una maschera di sangue. Nell’ambulanza, gli infermieri erano giovani e simpatici. Quando mi dissero che mi portavano al San Pietro, l’ospedale dove qualche anno prima avevano amputato la gamba sbagliata a un poveraccio, cominciai a ridere e gridare: “Riportatemi sulla ciclabile!” Gli infermieri risero con me e mi assicurarono: Ma no, ti ci vogliono due punti. E poi è cambiato il primario. Più di recente, le mie foto sul monopattino elettrico mi vedono andare in giro col casco e le protezioni.

Sono sempre stato un uomo cauto.

Ieri il mare non era mosso.

O almeno a me non era sembrato così agitato. Avevamo raggiunto gli scogli poco prima della grotta delle Capre, detti “agli scalini”. Mia moglie Molly, il cane Ulisse, un cucciolone di Labrador di quasi sette mesi, e io. Mara e Tiago, i bambini, erano rimasti a casa, con Maria, la tata. Conoscevo quella porzione di promontorio fin da piccolo. Sapevo dove scendere e come risalire. Come siamo arrivati giù, Molly m’aveva detto: “Non penserai mica di farti il bagno con questo mare?” Avevo guardato le onde infrangersi contro gli scogli, in una ridondanza di spuma. Il loro schianto si rompeva sulle rocce e non so perché quel rumore mi fece pensare a quando mia nonna spezzava in due il mezzo chilo di spaghetti per fare il brodo.

Nonna ma che li rompi a fare? Se li hanno fatti lunghi così ci sarà un motivo.

Lei sorrideva, non rispondeva e ne spaccava un altro mezzo chilo. Una sola volta non ci è riuscita, ma lei era ormai oltre gli 80 ed erano bucatini. Li dette al nonno: se li mise nell’incavo del gomito e li spezzò con una sola mano. Lo fece con una smorfia di disprezzo, non so se verso la pasta rotta o il concetto che aveva dovuto toccarla lui, e quella ninn’era cosa da ommini.

Le mani di nonno.

Erano tipo quelle de “La cosa” dei Fantastici 4. Nocche nodose e palmi ruvidi che quando ti accarezzava le guance te le scartavetrava.

Subito dopo, due metri al largo, il mare appariva placido. Non c’era quasi vento, faceva caldo. Avevo portato le pinne e la maschera fin lì, mi scocciava non adoperarle. Il movimento dell’acqua era invitante, il profumo di sale e brezza salmastra anche. Adoro l’odore del mare di sera. Sono un uomo prudente, sì, ma non un fifone, e poi Molly era più apprensiva di mia madre. Ho guardato la schiuma, i frangenti.

Mi posso immergere stando attento.

Mi sono infilato le pinne, poi la maschera. È di quelle di nuovo tipo, che copre tutta la faccia, con un boccaglio fisso al centro della fronte. Ho sentito dire che qualche ingegnere astuto nei primi tempi della pandemia ha trasformato questo tipo di maschere da sub in respiratori d’emergenza anti-Covid. L’inventiva della disperazione.

Ho camminato attento sulla falesia che declinava con garbo verso l’acqua in una cala. Arrivato in pizzo, mi spingo con dolcezza in avanti. Non m’ero mai immerso da lì. Ma il giorno prima era stata la discesa scelta da una famigliola composta da due nonni grassi e due nipoti piccoli, quindi ho immaginato che fosse il percorso più facile. L’acqua era stranamente fredda. La schiuma delle onde impermalosite mi metteva in lieve agitazione. Due colpi di pinna e mi allontano dalla caletta. Guardo giù.

Non vedo il fondale. Non vedo niente. Sabbia, solo sabbia.

Il vento non c’era, ma la corrente era davvero forte. Ecco perché l’acqua era fredda. Nuoto un po’ più al largo. Pochi secondi, contro corrente, che sennò poi non recupero. Guardo per prima cosa la riva: non sarà facile risalire. Le onde si sono rafforzate. Il corpo d’acqua ora sembra irrequieto. Ho un po’ paura degli scogli. Ti pungi con un riccio. Ti fai male su uno sperone. Ma sono quei timori che un po’ tutti abbiamo. Le devi affrontare se sei nato sul Tirreno. Il moto delle onde cresce d’intensità. È meglio se torno a riva subito, ora che sono fresco e forte.

Qualche bracciata verso l’accesso a me più noto, a trenta metri circa da dove ero appena entrato. Quando sono vicino alla mia solita discesa, mi rendo conto che l’acqua salata sta facendo una strana danza con le rocce. Si ritira per vari passi, lasciando tutta la porzione di rupe scoscesa alla luce del sole per i suoi 5-6 metri di profondità.

Quanto è alta? Per risalire devo approfittare della cresta che mi porterà in cima. Pinneggio con cautela. Devo girarmi al momento giusto, poi mi siedo sulla prima parte della sedile di pietra e risalgo col culo all’indietro, verso l’alto. Mi tolgo la maschera e la infilo sul braccio destro: mi serve vedere bene fuori dall’acqua ora che mi avvicino alla scogliera. Quando do le spalle alle rocce accade il primo imprevisto: la corrente è così forte che mi sfila una pinna. Riesco ad afferrarla al volo.

Decido di non rimettermela: il primo errore.

Il cavallone mi ha spinto contro la parete, ma a un’altezza molto più bassa del solito. È come se ci fosse una bassa marea, ma è ridicolo: nel Mediterraneo le maree non sono così forti. Qui ci sono 5-6 metri di dislivello, non è razionale. Arrivo addosso allo scoglio e sono del tutto fuori dall’acqua: appoggio il tallone rimasto nudo su una sporgenza e con un gancio da pallacanestro getto la pinna a riva, qualche metro sopra di me. Cerco di agguantare con le mani altre prese, ma è viscido e la maschera mi impiccia la destra. Guardo davanti a me: il terrore.

Mio dio.

Un muro d’acqua s’infrange contro di me a una forza che non so descrivere. Un’onda anomala? Non capisco. Perdo la presa della mano sinistra e del tallone, scivolo verso il fondo e sfrego il braccio per qualche metro sulla falesia viva nel tentativo di non precipitare, ma è impossibile: mi si apre uno squarcio dal gomito al polso. Vengo rigettato indietro, sbatto la schiena, poi sono sbuffato in alto e in basso come una barchetta di carta. Riesco a non battere la testa contro le rocce. Le onde mi staccano in un micron dalla mia presa precaria e mi risucchiano sul fondo. Si è creato un gorgo e col piede nudo vado a colpire in basso, fra due pietroni.

Cristo, se mi si infila il piede fra i due massi potrei rimanerci incastrato.

Nel momento in cui tocco col tallone la fessura dei due macigni, il mostro si è già ritirato e tutto è per un istante luccicante, di nuovo alla luce del sole, con cascatelle d’acqua che rimbalzano qua e là. Come se la costa sottomarina respirasse ossigeno per un attimo.

Un altro istante e una nuova onda anomala mi solleva dal fondale, mi sbalza con sé al largo per 3-4 metri e poi mi sbatte con violenza sul granito, stavolta con la pancia rivolta verso terra. Sbatto le ginocchia e i gomiti con rumore secco sulle rocce acuminate. Il rumore degli spaghetti spezzati da nonna. La pelle si apre come una pellicola di pomodoro e chiazze di rosso corrono giù verso le ascelle e il busto. Mi devo liberare la mano dalla maschera. La perderò. Pazienza. Forse riesco a buttarla a riva. La tiro forte, atterra vicino alla prima pinna. Devo arrampicarmi, devo arrampicarmi e togliermi da qui. La seconda pinna me lo impedisce.

Devo toglierm…, di nuovo il maglio del mare. Mi colpisce con tutta la sua forza al centro della schiena, perdo ancora l’equilibrio e vengo risucchiato prima sul fondo e poi ancora al largo. Mi tolgo la seconda pinna. Spalanco la bocca per urlare “Mio dio!” ma bevo una boccata d’acqua salata. Molly si è resa conto che non riesco più a risalire, mi vede stravolto ed è venuta sul ciglio dello scoglio. Urla “Cristian!” e mi tende la mano.

Cristian che muore sugli scogli del Circeo. Come in Libido.

Ulisse abbaia, in allarme, e salta da una parte all’altra come una capra di montagna. Agli scalini, questa sera, siamo solo noi tre. Il mare mi sballottola e guida e piega come un’alga. Quando sono spinto un po’ più vicino alla riva riesco ancora a tirare la seconda pinna a riva con tutta la forza che ho. Atterra sulla prima, anche se ero convinto di averla tirata molto più lontana. Mi rendo conto da quel lancio così modesto che mi stanno abbandonando le forze.

Un salvagente. Mi serve un salvagente.

Di quelli professionali, duri. Come quello che ho visto ieri in spiaggia, vicino al gabbiotto del bagnino. Con un salvagente mi potrei aggrappare e nuotare al largo, al sicuro. Posso resistere per un po’ fra le onde, poi salirò su un barchino di soccorso. Il pericolo non è il mare, non è il mare il pericolo. Sono le rocce. Non posso più risalire da lì. La corrente intanto mi ha strappato più lontano ora, sono a circa 10 metri dagli speroni. Nuoto per qualche metro al largo senza pinne e senza maschera.

Calmo. Devo stare calmo. Non posso morire così.

Stupida Morte, morte stupida. Sugli scogli della mia infanzia. Al Circeo. Il posto che conosco meglio. C’è ancora papà. Non può perdere un altro figlio. Ci sono Mara e Tiago. Orfani. No. Molly, sola. No. No. No. Ulisse mi sopravvivrà. Quante volte ci siam detti di prepararci alla sua morte, anche se è ancora un cucciolo? Non vederlo morire è l’unica cosa buona.

Decido di nuotare a dorso ancora una volta verso terra. Non ce la faccio mezzora in questo freddo per i soccorsi: ho paura, ho freddo, sono stanco. L’unica cosa che voglio è risalire a riva. Lo posso fare. Lo devo fare. Nuoto determinato ancora una volta verso gli scogli. Devo sfruttare la forza del mare, non cercare di combatterlo. Calcolo bene il tempo in cui farmi sollevare dall’onda molto più in alto rispetto alla prima sporgenza. Ci arrivo di nuovo di pancia, ma non sono più impicciato dalla pinna e comincio ad arrampicarmi.

Ho paura.

Vedo la mano tesa di Molly. Non devo assolutamente afferrarla: la tirerei dentro e sarebbe la fine per tutt’e due. Molly non sa nemmeno nuotare bene. Ma forse se afferro la sua mano lei si puntella a una roccia e mi tira su. O forse afferro la sua mano e il mio peso insieme al mio terrore la tirano giù. Una strana scelta. Se afferro la sua mano disperato, potrei salvarmi la vita. Ma potrei anche ammazzarla. Non le afferro la mano.

Il secondo errore.

Artiglio con le dita, i piedi e le ginocchia sulle rocce verticali che poi diventano oblique, zampetto come un uccello con le ali spezzate con la forza dell’adrenalina, sbatto gli alluci che cercano appigli in tutti gli anfratti taglienti. Sono arrivato quasi in cima, dove sono le pinne.

Lì, roccia asciutta. L’acqua non ci arriva. Ce l’ho fatta.

Con le ultime forze faccio leva sul ginocchio destro, si conficcano delle sporgenze acuminate dentro la carne per qualche millimetro, afferro con una grinta furibonda gli spuntoni coi polpastrelli e le mani insanguinate. Sono fuori! Un balzo e…

L’ultima onda anomala.

Mi sradica. Come un germoglio di gelsomino. Dal punto alto dove ero arrivato. Mi scaraventa di nuovo sul fondo. Stavolta sbatto con violenza la fronte contro uno sperone di granito sott’acqua. Rumore sordo, dolore rosso, un fischio poi niente. Perdo i sensi. La corrente mi trascina giù. Sapore di sale e sangue. Il volume del mare in bocca, in gola, riempie lo stomaco, stupra i polmoni. Aria. Non. C’è. Aria. Sono pesantissimo. Non sono più. Marionetta senza fili sul fondo. Sono mare.

Molly ha chiamato subito i soccorsi. In sole quattro ore i sommozzatori hanno trovato il mio cadavere. Dicono che fluttuasse a circa mezzo metro dal fondale, un centinaio di metri più verso il faro. Ero bianco e blu, con la fronte incavata e gli occhi spalancati.

Sono sempre stato un uomo cauto.