E(li's)booksFestival delle Trasformazioni di Vigevano. V edizione

"The day after" E' già domani? Dal 24 settembre al 3 ottobre 2021

E’ possibile indagare le tante trasformazioni sociali del nostro mondo a partire da quelle in corso nelle città di piccole e medie dimensioni? La risposta è nella V edizione del Festival delle Trasformazioni, che a Vigevano presenta e propone al pubblico un intenso e interessante programma che si terrà dal 24 settembre al 3 ottobre, in diversi momenti della giornata e ospitati in differenti location della città.

Il titolo evocativo “THE DAY AFTER – È già domani?” della quinta edizione del festival ne chiarisce intenti e obiettivi: nella prima parte facendo riferimento a un famoso film del 1983 che racconta le conseguenze immediate di un conflitto atomico e, nella seconda, si apre a un quesito necessario per indagare questo mondo nuovo e inesplorato che il virus più discusso del secolo ha consegnato all’intera umanità.

Ecco una breve intervista a Michele Linsalata Presidente di Rete Cultura e Serafino Negrelli direttore scientifico del Festival delle trasformazioni di Vigevano e direttore IASSC (Institute for Advanced Study of Social Change) del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Universita’ di Milano Bicocca.

Dott. Linsalata, nella esperienza di Rete cultura ha riscontrato un maggiore attivismo civico nell’ultimo anno? Se si in quali ambiti?

Sì e no, la risposta non può essere univoca. Dopo un periodo, breve per la verità, di relativa paralisi – parlo ovviamente del momento iniziale della pandemia – in cui quasi tutti guardavano sbigottiti quello che stava succedendo, è iniziata una corsa alla solidarietà con tanti episodi piccoli e grandi. Erano soprattutto gesti di aiuto e di solidarietà sociale fatti dalle associazioni con quelle caratteristiche, l’ambito culturale, invece, è rimasto fermo più a lungo.  Poco per volta, però, anche le associazioni culturali hanno cominciato a muoversi cercando soprattutto nuove vie con l’utilizzo dei social: alcune hanno cercato di far rivivere eventi passati pubblicando foto o video di alcuni momenti, altri inventandosi di nuovi (mostre virtuali, incontri dibattito, presentazione di libri, mini concerti, ecc.) e facendosi aiutare da strumenti già esistenti ma fino ad allora assolutamente sconosciuti (zoom, meet, stream yard, ecc.). Non per tutti, però, una parte di associazioni sono rimaste e sono tuttora ferme, alcune che avevano una loro sede utilizzata per incontri, mostre e quant’altro hanno chiuso – più che altro per l’impossibilità di pagare l’affitto – e si sono fermate. Per tutte, però, quello che è mancato è il rapporto umano, il guardarsi negli occhi. Con l’arrivo dell’estate – e questo è stato un fatto assolutamente positivo – si è assistito ad un esplodere di iniziative, una voglia d fare, quasi a rimarcare la voglia di ripresa e di lasciarsi alle spalle un periodo negativo. Non per tutte le realtà, molte sono rimaste dormienti.

La morfologia sociale delle nostre città (grandi e piccole) muta continuamente, la diffusione di stili di vita individualizzati rende molto difficile il coinvolgimento dei cittadini in iniziative di tipo culturale, qual è la “formula” che adotta Rete Cultura per il successo dei propri eventi?

Sì, una delle caratteristiche della nostra città – ma non è l’unica per la verità, è una caratteristica che le accomuna tutte – era ed è la presenza di un forte individualismo con una conseguente difficoltà al coinvolgimento dei concittadini. Le difficoltà erano accentuate anche dalla presenza di un enorme frammentazione del mondo associazionistico che, se da una parte rappresentava un forte fermento culturale, dall’altra indeboliva la proposta culturale complessiva alla città. Il punto di svolta per la nostra città è arrivato 6/7 anni fa quando alcune associazioni hanno cominciato a porsi degli obiettivi comuni minimi (es.: concordare l’orario di inaugurazione delle mostre) per poi cominciare a lavorare per obiettivi condivisi (es.: organizzare un calendario con eventi aventi lo stesso tema). Sono nati così gli Eventi di Primavera – una serie di mostre, incontri, dibattiti su un tema comune ma declinato dai diversi punti di vista – il Fuori Rassegna – una serie di eventi sviluppati attorno alla Rassegna Letteraria – e, soprattutto, il Festival delle Trasformazioni in cui le diverse associazioni – nel frattempo le adesione sono man mano aumentate arrivando a 41 gruppi culturali – sono state invitate a declinare il tema scelto insieme secondo le sensibilità e la missione dell’associazione stessa. L’obiettivo che ci siamo posti è stato quello di innalzare la qualità dell’offerta – di qui la collaborazione con il Dipartimento di Sociologia – convinti che un incontro pieno di contenuti alla fine non poteva non essere vincente. Oggi, a distanza di qualche anno, anche se la pandemia in un certo senso ha rallentato questo percorso, non possiamo che dirci soddisfatti, convinti, però, che è stato sì fatto un passo in avanti ma che di strada bisognerà ancora farne. Quello che ci consola è che in città c’è attesa per i nostri eventi e la partecipazione agli incontri è aumentata. La strada comunque è ancora lunga.

Professor Negrelli, questa edizione del Festival delle Trasformazioni si porta dietro un altro anno complicato, come è cambiato il cosiddetto “trattamento amministrativo dei bisogni” dal suo punto di vista?

Occorre considerare che l’Italia è stata colpita dalla pandemia prima e in maniera molto più pesante rispetto agli altri paesi dell’Unione europea. Il nostro sistema ospedaliero si è trovato impreparato ad affrontare l’emergenza, anche a causa dei tagli alla spesa sanitaria operati negli anni recenti. I centri di assistenza per gli anziani mal gestiti, la medicina territoriale e di prossimità praticamente assente o smantellata, la mancata integrazione e messa in rete dei servizi, i problemi nella fornitura di protezioni individuali, per gli stessi operatori sanitari, la sottovalutazione iniziale dell’igiene pubblica (pulizia, distanziamento, mascherine) sono stati all’origine del più elevato numero di contagi, decessi e persone ospedalizzate, particolarmente in Lombardia, nella prima metà dello scorso anno. Il prezzo, per contagi e morti, è stato troppo alto anche in autunno, dopo l’illusione dell’estate. In questi ultimi mesi si può dire che abbiamo imparato dagli errori e le diverse realtà assistenziali e di cura sono state gestite con minor affanno e angoscia, grazie soprattutto al supporto della campagna vaccinale. Il sistema ospedaliera ha potuto così riattivarsi anche per la cura delle altre patologie che erano rimaste indietro, con ulteriori gravi danni per le persone. Resta però aperto il problema della trasformazione del modello sanitario e assistenziale del nostro paese, per rimediare alle carenze strutturali che lo hanno reso più vulnerabile e per rendere più aggiornato e puntuale il trattamento dei bisogni, potenziando ad esempio la telemedicina e l’assistenza domiciliare. Si tratta di un problema peraltro ben presente nei progetti governativi di riforma previsti dal Pnrr.

L’esperienza di questa pandemia ha significato anche forme innovative di attivazione sociale e generazione di nuove economie, cosa ci lascerà di positivo nel lungo termine secondo lei questa esperienza?

La solidarietà sociale (siamo un paese con un’elevata presenza di associazioni di volontariato) e l’individualismo economico (siamo anche il paese dove predominano capitalismo familiare e lavoro autonomo) sono come noto le componenti essenziali del modello socioeconomico italiano. Non credo che dopo la pandemia tale combinazione sia destinata a modificarsi. Essa è troppo radicata e diffusa, seppure con una diversa varietà, nelle molteplici realtà del nostro paese, dai grandi centri metropolitani alle aree mediamente urbanizzate, come Vigevano, dai territori diffusi dei distretti industriali e delle filiere produttive e dei servizi alle aree interne o agli altri infiniti dualismi territoriali.

La solidarietà è stata di grande sostegno nella fase più critica della pandemia, quella del lockdown. Oggi assistiamo anche ad un’intensificata cooperazione sociale e politica per la ripresa. Si tratta di un valore aggiunto che potrà essere particolarmente utile per tornare alla nuova normalità. Per quanto riguarda il modello economico che caratterizzerà il post pandemia, va dato valore a quanto di meglio è stato espresso nel nostro paese: crescita diffusa di start up, ruolo delle medie imprese eccellenti, forte presenza nella componentistica a livello globale, con riconosciuta leadership nei settori innovativi della moda, del design, del food e del manifatturiero avanzato. Si tratta d’un modello che, pur scontando la scarsità (o meglio la scomparsa) delle grandi imprese, potrà usufruire in maniera fondamentale delle risorse europee per la transizione ecologica e digitale. Anche nel caso del modello economico resta però aperta una questione rilevante, il rapporto tra istruzione, lavoro e povertà.

In Italia, la qualità del lavoro registra come noto livelli significativamente più bassi rispetto a molti paesi dell’Ue, in particolare rispetto ai paesi del centro nord Europa. In particolare, le professioni manageriali, intellettuali e tecniche sono relativamente meno diffuse: poco più di un terzo rispetto a quasi la metà nella media Ue. Il tasso di occupazione complessivo è tra i più bassi (58%), quello femminile è ancora sotto il 50%, al penultimo posto in Europa, ma all’ultimo per tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 34 anni, tra le quali le laureate registrano ben dieci punti percentuali in meno rispetto alla media Ue. I livelli di disoccupazione, in particolare quella giovanile, restano tra i più alti, con il non invidiabile record di giovani NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non sono neppure coinvolti in attività di formazione. E’ inoltre cresciuto il lavoro temporaneo e il part time, troppo spesso di natura involontaria. La stabilità del lavoro è ormai un ricordo del passato fordista. Con la pandemia si è anche aggravata la realtà dei working poors, ovvero di chi pur lavorando non supera la soglia di povertà. Una realtà solo in parte mitigata dai provvedimenti di sostegno, quali il reddito di cittadinanza. Un lavoro poco istruito risulta anche scarsamente produttivo (in termini di euro per ora lavorata) ed infatti la produttività in Italia è a crescita quasi zero nel ventennio passato, un dato che ci pone all’ultimo posto nell’Ue. Questo problema italiano della qualità del lavoro è risultato finora poco considerato pur essendo l’ostacolo maggiore allo sviluppo del nostro modello socioeconomico.

Il programma completo lo trovate QUI

Invece eccovi qualche esempio degli incontri che animeranno questo festival, segnalo quelli a cui parteciperei io se potessi.

24 settembre – 17 ottobre 2021 – Luogo: Cortile del Castello Sforzesco

WRA Single Shot Award

L’uomo, la sua vita, le sue trasformazioni

Mostra fotografica

A cura della Società Fotografica Vigevanese in collaborazione con il Festival della Fotografia Etica di Lodi

 

Sabato 25 settembre – ore 17.00 – Luogo: Sala dell’Affresco

Le metamorfosi di Dante

Dante attraverso i secoli

Con Bianca Garavelli, scrittrice e dantista, e Filippo La Porta, saggista e critico letterario

A cura dell’Associazione Il CircOlo

Domenica 26 settembre – ore 10.30 – Luogo: Auditorium San Dionigi

La Cultura come strumento per il miglioramento della qualità della vita

Relatori: Carmen Leccardi, Docente di Sociologia della Cultura presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca – Salvatore Adduce, Presidente Fondazione Matera 2019 – Mario Elisei, Centro Culturale Giacomo Leopardi di Recanati

Conduce: Serena Uccello, giornalista de Il Sole24ore

Sabato 2 ottobre – ore 18.00 – Luogo: Ridotto del Cagnoni

Statosauri

Guida alla democrazia nell’era delle piattaforme

Laura Fedigatti dialoga con l’autore, Massimo Russo

A cura della libreria Le Mille e una Pagina

Sabato 2 ottobre – ore 21.00 – Luogo: Castello di Vigevano

Tra Santiago e Via Francigena: Camminare ovvero Trasformarsi

Lettura musicale itinerante

A cura di Parole a Manovella