E(li's)booksSopravvissuta a un gulag cinese di Gulbahar Haitiwaji e Rozenn Morgat

La prima testimonianza di una donna uigura.

E’ uscito il 29 settembre nelle librerie italiane Sopravvissuta a un gulag cinese di Gulbahar Haitiwaji e Rozenn Morgat, l’ho letto in anteprima, ecco il mio breve contributo.

Il libro

Gulbahar è sopravvissuta alla deportazione. Ha sopportato centinaia di ore di interrogatori, la tortura, la malnutrizione, la violenza dei poliziotti, il lavaggio del cervello. Sulla base di una foto scattata a sua figlia durante una manifestazione degli esiliati uiguri a Parigi, la Cina l’ha condannata a sette anni in un campo di rieducazione al termine di un processo durato nove minuti e che si è tenuto dopo un anno di detenzione, senza l’ombra di un giudice né di un avvocato. Era sola al banco degli imputati, davanti a tre poliziotti. Dopo aver creduto a lungo che l’avrebbero giustiziata, è stata investita dalla certezza di morire in un gulag dello Xinjiang. Nessuno, né la Francia, dove viveva in esilio da dieci anni, né le figlie e il marito, Gulhumar, Gulnigar e Kerim, tutti e tre rifugiati politici a Parigi, è potuto accorrere in suo soccorso. Ha creduto che la trappola in cui l’aveva attirata la Cina l’avrebbe inghiottita per sempre. […]

Gulbahar è nata in una famiglia di uiguri insediata nello Xinjiang da generazioni. Come lei, anche i suoi antenati sono vissuti su quella terra di deserti e di oasi ricca di petrolio, attraversata nei secoli dalle profonde agitazioni geopolitiche che le hanno fatto conoscere – salvo qualche breve episodio di indipendenza – lunghi periodi di annessione alla Cina. L’arrivo dei comunisti ha portato nel 1955 al ricongiungimento dello Xinjiang1 alla Repubblica popolare cinese sotto il nome di “regione autonoma dello Xinjiang”, che in mandarino significa “nuova frontiera”. Da allora, questo enorme territorio (tre volte la superficie della Francia) ha subìto una vera e propria colonizzazione da parte degli han, l’etnia maggioritaria del Paese. Con lo sviluppo delle raffinerie, le città si sono estese sotto i colpi delle ruspe cinesi, il rosso del comunismo le ha invase con lanterne, striscioni e bandiere, e dalle piccole intrusioni alle grandi discriminazioni, gli uiguri hanno cominciato a subire le premesse di quello che oggi è a conti fatti un genocidio. Un giorno di maggio del 2006, stanchi di vedere le loro prospettive future assottigliarsi fino a scomparire, Gulbahar e la sua famiglia sono partiti per la Francia. Gli uiguri praticano un islam sunnita, la loro cultura attinge a radici turciche e non cinesi, e la Cina li ha inglobati solo in tempi recenti; la frangia separatista (minoritaria) dell’etnia rivendica dunque la sua indipendenza sotto la bandiera azzurra del Turkestan orientale.”

La mia lettura

Non ho citato la sinossi questa volta per presentarvi il libro, ho copiato alcuni stralci della prefazione di Rozenn Morgat per riassumere in modo più efficace il contenuto di “Sopravvissuta a un gulag cinese “, prima testimonianza di una donna uigura, Gulbahar Haitiwaji che (con Rozenn Morgat appunto) ha voluto raccontare la sua esperienza, il punto di vista della sua gente.

Pagine ricche di emotività dalle quali traspare la paura, l’incredulità davanti a tanta intolleranza e violenza cieca.

Molto bella la dedica che apre il volume:

A tutti quelli che non sono potuti scappare.

A Fanny, Gaetane e Lucile, donne libere.

La questione uigura nella regione cinese dello Xinjiang è tornata ad essere notizia dei telegiornali del mondo verso la fine della presidenza Trump quando il Segretario di Stato Mike Pompeo ha definito “genocidio” le politiche di sicurezza in atto nella regione. L’Unione europea si era espressa chiaramente con grande preoccupazione quando a Ilham Tohti ( ex docente uiguro di economia internazionale finito in carcere  nel 2014 accusato di istigamento al separatismo) sono stati assegnati il  Premio Václav Havel per i diritti umani da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e il Premio Sacharov per la libertà di pensiero da parte del Parlamento Europeo.

Lo Xinjiang è una regione autonoma della Cina nordoccidentale, ceduto dal Guomindang alle forze comuniste durante la guerra civile del 1949, ha acquisito lo status di regione autonoma nel 1955 per la presenza sul territorio della minoranza uigura che rappresenta uno dei cinquantasei gruppi etnici riconosciuti dal Partito Comunista Cinese (PCC). Lo status ufficiale degli uiguri è quello di “minoranza regionale all’interno di uno stato multiculturale” quindi non rientra nella definizione di “gruppi indigeni” delle Nazioni Unite.

I confini dello Xinjiang hanno contribuito ad agevolare gli scambi con stati come Kazakistan e Kirghizistan, questi scambi hanno probabilmente contribuito a far riscoprire un ideale “panturco” e ad acuire il desiderio separatista.

In Cina il separatismo viene inteso come terrorismo, i cosiddetti “ tre mali “ sono infatti il terrorismo tout court, il separatismo e l’estremismo religioso, tutti racchiusi in un’unica voce, la minoranza uigura in Xinjiang viene accusata di separatismo e considerata quindi pericolosa.

“Kerim e io siamo cresciuti in questo paradiso grande tre volte la Francia, un deserto disseminato di montagne e di oasi. Questo scrigno è situato all’estremo occidente della Cina, incastrato fra otto Paesi: la Mongolia, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Abbonda di agrumi, oro, diamanti, ma anche di ricchezze sotterranee: gas, uranio e soprattutto petrolio. Ne parlo come del «nostro Paese», ma il termine non è del tutto esatto. Questa terra, frastagliata a ovest dalle repubbliche indipendenti, ha conosciuto soltanto brevi episodi di libertà nazionale, inframmezzati da lunghi periodi di annessione alla Cina: sotto l’impero, e poi all’arrivo dei comunisti nel 1949, quando è stata ribattezzata “Xinjiang”, che in mandarino significa “nuova frontiera”

Gulbahar Haitiwaji ci fa guardare da vicino la sua terra e Urumqi, la capitale che, racconta,

“brulicava di studenti di ingegneria appena laureati, di famiglie han emigrate dall’Est, di lavoratori kazaki venuti a sfruttare pezzi di terra nella regione. In centro città sorgevano torri di uffici e centri commerciali che superavano in altezza le moschee. Le società petrolifere assumevano continuamente sia uiguri che han. Il Grand Bazar accoglieva una popolazione variegata. Donne col velo accanto ad altre in blue jeans e felpa col cappuccio. Madri e bambini appollaiati all’amazzone su piccoli scooter si aggrappavano a padri barbuti dalla testa coperta dalla doppa, la calotta tradizionale decorata con ricami uiguri.”

I cinesi di etnia han di fatto hanno messo in minoranza gli uiguri e questa testimonianza riassume efficacemente il processo che ha portato alla attuale situazione.

Nello Xinjiang si è innescata una dinamica sociale tipica delle regioni estrattive, masse di immigrati di tutti i livelli si spostano in queste aree per poter godere e approfittare dei flussi finanziari come lavoratori specializzati ma tanti sono anche i disperati in cerca di mezzi per sopravvivere.

Con la Belt & Road Initiative (BRI), o Nuova via della seta, per lo Xinjiang tutto è diventato più difficile, la regione è attraversata da tre dei cinque corridoi economici di questo progetto cinese, ciò vuol dire che  il potenziale strategico dello Xinjiang è aumentato e questo si traduce in un enorme problema per gli uiguri.

A proposito di Belt & Road Initiative (BRI) nel marzo 2019 l’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Repubblica popolare cinese in cui manifestava la sua adesione all’Iniziativa Belt and Road, il progetto di opere infrastrutturali e connettività. Il memorandum è stato accompagnato da una serie di accordi commerciali, compresi due accordi che sia il Porto di Genova sia il Porto di Trieste hanno concluso con l’impresa di stato cinese China Communications Construction Company (Cccc).

Unione europea e Stati Uniti hanno manifestato grande perplessità circa questi accordi.

Al vertice del G7 (Cornovaglia, 12-13 giugno) gli Stati Uniti hanno lanciato Build Back Better World (acronimo B3w) per fornire ai paesi meno abbienti un piano infrastrutturale alternativo alla Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta) contrastando l’espansione dell’influenza cinese all’estero.

Tornando però alla vicenda di Gulbahar Haitiwaji e a Sopravvissuta a un gulag cinese,

“Adesso che è libera, Gulbahar vive sempre nella paura, immensa e incontrollabile, che le sorelle smettano di rispondere alle sue chiamate. Quando ci pensa si sente contorcere lo stomaco.

E Aynur? E Dilnur, Almira, Zahida e tutte le altre donne incontrate nei campi, che fine hanno fatto?

[…]

È come se queste donne fossero svanite nel nulla.

[…]

Adesso che si trova dall’altra parte dello specchio, Gulbahar lo constata, terrorizzata: lo Xinjiang si chiude più che mai su se stesso, come un buco nero che inghiotte tutte le persone care che poteva ancora contattare prima del suo dramma.”

Scritto con i toni del memoir, ricco di approfondimenti per imparare a conoscere questa regione della Cina Sopravvissuta a un gulag cinese è una lettura necessaria, è un viaggio in una terra lontana attraverso il carico di dolore di una donna sopravvissuta a torture fisiche e psicologiche e miracolosamente tornata alla sua famiglia.

Vi lascio alla lettura di Sopravvissuta a un gulag cinese con una citazione che vi fa comprendere come si arrivi a passare da vittime a sospettati e quanto dura e definitiva possa essere una esperienza come questa:

“La repressione nello Xinjiang risuona fin nella piccola comunità degli uiguri di Francia, tanto in profondità che il calore dimostrato dagli amici non è stato quello che Gulbahar si aspettava. Le hanno riservato un’accoglienza timida, quasi fredda. Sui loro volti inquieti, nei messaggi senza risposta, ha intuito una specie di disagio. Una paura appena percepibile. «Non è che non voglio vederti. È che non sono a mio agio. Il tuo appartamento è sicuramente sotto controllo», ha ammesso infine un’amica molto cara. Attorno agli Haitiwaji si sono moltiplicati i pettegolezzi: com’è possibile che Gulbahar sia stata liberata? Nessuno scappa dai campi. Ha un accordo con i poliziotti? Ha fornito una lista di nomi? Comunque sia, è strano che l’abbiano liberata. Gulbahar ha certamente collaborato. Ecco cosa mormorano le persone. Tra i silenzi imbarazzati ha capito che non la vedevano più come una vittima, ma certamente come una di quegli uiguri incaricati di fare la spia. Una traditrice infiltrata tra i suoi.”

Sopravvissuta a un gulag cinese. La prima testimonianza di una donna uigura

di Gulbahar Haitiwaji e Rozenn Morgat

Sara Prencipe (Traduzione)

ADD Editore, 29 09 2021

Pg. 235 € 18,00 Brossura

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