Factory ItaliaSviluppo digitale, la spinta dell’Europa e i piani dell’Italia

Le tecnologie ICT hanno rappresentato un alleato fondamentale nei periodi di lockdown. Ma la trasformazione digitale è un processo pervasivo e di lungo periodo. Gli investimenti e le riforme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possono costituire un volano determinante per recuperare il gap digitale del Paese e porre l'Italia sulla frontiera dell'innovazione.

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Credit: Pixabay

La pandemia Covid-19 ha costretto cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni a sottoporsi a un ripensamento complessivo. Abitudini, modelli di business, strutture organizzative hanno subito modifiche profonde. Appare chiaro ora come alcune delle decisioni assunte in via emergenziale (si pensi al ricorso massiccio al lavoro da remoto) abbiano aperto nuove opportunità e si possano affermare anche in una situazione di ordinarietà. Tra gli alleati principali in questa fase di trasformazione troviamo senz’altro le tecnologie digitali. Nei periodi di lockdown, gli strumenti Ict hanno permesso la continuità delle relazioni personali e delle attività economiche e l’esercizio di diritti di primaria importanza, quelli al lavoro e all’istruzione su tutti. Ma la trasformazione digitale senz’altro rappresenta il motore di un cambiamento pervasivo e di lungo periodo.

Non a caso, essa costituisce una delle parti più importanti degli investimenti finanziati dal Recovery and Resilience Facility europeo. La Commissione ha previsto che i piani nazionali di ripresa e resilienza degli Stati membri destinino, oltre a una quota minima del 37% per la transizione ecologica, almeno il 20% delle risorse alla trasformazione digitale. Da un’analisi dei Pnrr, tuttavia, emerge come i Paesi Ue abbiano deciso di orientare agli obiettivi di sviluppo digitale una quota maggiore delle risorse disponibili, superiore al 28%. Le istituzioni europee, inoltre, hanno ampiamente considerato l’ambito digitale anche all’interno delle sette flagship areas su cui hanno fortemente invitato gli Stati membri a presentare progetti (sempre a valere sul programma Next Generation EU). Quattro delle sette aree, infatti, attengono alla transizione digitale. Ci riferiamo a Connect, relativa allo sviluppo delle reti in fibra e 5G, Modernise, riguardante la digitalizzazione dei servizi pubblici, inclusi i settori giudiziario e sanitario, Scale-up, che concerne le industrie del cloud e dei processori, e Reskill and upskill, che evidenzia la necessità di aggiornare i sistemi educativi per potenziare le competenze digitali.

Il Pnrr italiano impegna nella trasformazione digitale il 29% circa delle proprie risorse. Il secondo tra gli investimenti più finanziati nel piano verte proprio in questo ambito. Si tratta delle misure di incentivazione fiscale incluse nel Piano Transizione 4.0, dotate di 13,38 miliardi, con cui si intende sostenere la digitalizzazione, l’innovazione e la competitività del sistema produttivo. È un tema centrale per il sistema produttivo nazionale, che soffre di un’adozione di tecnologie Ict in misura inferiore rispetto ai maggiori partner europei. Sono in particolare le piccole e medie imprese, quelle manifatturiere soprattutto, a scontare questo divario di intensità digitale, che per il sistema produttivo italiano viene stimato in investimenti inferiori rispetto alla media europea nell’ordine del 2% del Prodotto interno lordo. Pertanto, il Pnrr si propone di proseguire l’ampliamento del novero di imprese potenzialmente beneficiarie degli incentivi, ricorrendo al posto dell’iper-ammortamento a crediti fiscali di entità variabile a seconda del volume dell’investimento, ma comunque compensabili con altri debiti fiscali e contributivi. Per lo stesso fine, si è previsto di estendere gli investimenti immateriali agevolabili e di aumentare le percentuali di credito e l’ammontare massimo di investimenti incentivati. Inoltre, si stabilisce di riconoscere il credito osservando gli investimenti effettuali su base non annuale ma biennale, in modo da consentire alle imprese un orizzonte più lungo per poter programmare le proprie scelte aziendali.

Tuttavia, per raggiungere elevati tassi di adozione di tecnologie digitali da parte di famiglie e imprese, è necessario accelerare sullo sviluppo delle reti di connettività. In questo campo, costituiscono un’utile le stime elaborate dall’Istituto per la Competitività (I-Com) sulla base di dati Infratel e diffuse nello studio dal titolo “Fare reti nella ripresa. Gli scenari del decennio digitale italiano ed europeo” nell’ambito dell’osservatorio annuale sulle reti e i servizi di nuova generazione (qui il rapporto integrale e qui il video dell’evento di presentazione). Si calcola, ad esempio, che, senza le risorse del Pnrr, il 71% dei numeri civici presenti sul territorio nazionale beneficerebbe al 2026 di una rete con velocità superiore a 300 megabit al secondo, prevalentemente costituita da rete a velocità superiore a 1 gigabit per secondo, mentre il restante 29% del Paese sarebbe oggetto di intervento. Nello stesso anno, sarebbe il Friuli Venezia Giulia la prima regione italiana per copertura ad almeno 1 gigabit per secondo, con una percentuale vicina all’84% dei numeri civici, seguita da Sicilia (79%) e Trentino Alto Adige (78%). Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Toscana, Sardegna e Valle d’Aosta, al contrario, figurerebbero nella parte bassa della classifica, con coperture a più di 1 gigabit per secondo nettamente inferiori al resto d’Italia. In queste regioni, sarà indispensabile un importante intervento statale per poter raggiungere la soglia di 1 gigabit per secondo necessaria a garantire gli obiettivi di connettività definiti nel Digital Compass europeo.

Lo studio, inoltre, contiene anche quest’anno l’I-Com Broadband Index, un indice elaborato dall’istituto che misura lo sviluppo dei servizi digitali nei mercati nazionali ed europei, con un focus particolare sul piano della domanda, quindi il grado di digitalizzazione degli italiani, e dell’offerta, ovvero il livello di sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazione. Nella classifica generale risulta che l’Italia abbia guadagnato due posizioni rispetto alla scorsa edizione, piazzandosi al 20° posto. Tuttavia, il punteggio si è ridotto, a causa di un aumento del divario rispetto alla testa della classifica, facendo rimanere il nostro Paese sotto la media europea per gran parte degli indicatori. In sostanza, vi sono diversi Stati membri dell’Unione che quest’anno hanno fatto peggio di noi. Si evidenzia, ad esempio, come le aspettative sull’andamento dell’e-commerce siano state disattese: solo il 44% degli italiani ha acquistato beni o servizi su Internet, a fronte di una media Ue del 65%. A questo riguardo siamo terzultimi in Europa, seguiti solo da Romania e Bulgaria. Segnali positivi arrivano sul fronte della domanda: per la prima volta l’Italia si posiziona al di sopra della media Ue nel grado di penetrazione della banda larga ultra veloce, con quasi il 47% degli abbonamenti con una velocità almeno pari a 100 megabit per secondo. Si tratta di un dato cresciuto di oltre l’11%. Nel complesso, ora che ci sono le risorse del Pnrr, potrebbe essere utile prevedere meccanismi orientati a ottimizzare il numero degli interventi e favorire la condivisione delle opere tra diversi operatori.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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