Anelli di fumoRomanzo Quirinale: le pagelle ai politici

Vincitori e vinti di un'elezione indiretta che segna la fine della leadership di Conte nel M5S e di Salvini nella Lega, la conferma delle marcate capacità di Renzi e il definitivo imporsi di Meloni e Di Maio.

Sei giorni per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. E i Grandi Elettori ci sono arrivati con un accordo al 77% sul bis di Mattarella. Nel Paese che impiega 5 giorni per eleggere il vincitore di Sanremo, non è poi andata così male. E’ dunque ora di dare le pagelle ai leader politici su questa elezione del PdR.


Renzi: voto 8,5. E’ mancato un quid di rischio.

 

Renzi è stato quasi perfetto: non ha mai fatto mezzo nome, ma ha sempre e solo tratteggiato un profilo: “personalità atlantica ed europeista”. Ha affossato, in modo paziente e politico, prima la candidatura di Berlusconi, sottraendogli i 35 grandi elettori di Coraggio Italia con i quali ha quasi stretto un patto sul Quirinale, poi si è opposto a Casellati e infine a Belloni, anche se la sua opposizione a questa ottima candidatura è apparsa a molti pretestuosa e ingenerosa: avrebbe potuto essere la prima donna PdR, e sarebbe stata una splendida presidente. Ne ha fatto una questione di provenienza della carica sopra al prestigio personale e forse si è fatto una nuova, potente nemica. E’ stato il vero cecchino dei candidati di destra, e non il loro king maker, come paventavano i più stolti dentro al PD. La mossa più abile? Forse, come suggerisce Marco Campione in un suo post, aver suggerito di non ritirare la scheda al quinto scrutinio, impedendo così a Conte di consumare il tradimento per far eleggere la Casellati. Come sua prima scelta, probabilmente, Renzi aveva Cassese, come seconda Draghi ma solo trovando un accordo politico per sostituirlo a Chigi. Quindi il bis di Mattarella e infine Casini. E’ riuscito, Renzi, a far convergere il 77% del Parlamento su Mattarella, ossia il candidato che aveva imposto lui 7 anni fa contro il patto D’Alema-Berlusconi (che volevano Amato). Solo che allora Renzi aveva 400 grandi elettori, questa volta ne aveva 45. E i grandi elettori erano di centrodestra o populisti per l’82%. Quindi Renzi ha fatto un mezzo capolavoro. Nota per me stonata: il tweet in cui ha ipotizzato che il Presidente debba essere eletto, in futuro, direttamente dai cittadini e non dal Parlamento. Già mi vedo una campagna elettorale fra Fedez, Berlusconi, Cairo e Conte, con l’ovvia vittoria di Fedez, che poi scoprirebbe – insieme al popolo – di non avere l’età per accettare la carica.

Letta: voto 6,5. La strategia dell’opossum ha pagato.

 

Letta ha attuato la strategia dell’opossum: fingersi morto e restare zitto. Rimanendo fermo mentre i suoi avversari si muovevano davvero male, ha visto bruciare le candidature di Berlusconi e di Casellati. Adesso festeggia la rielezione di un uomo proveniente dal PD, sperando che tutti si dimentichino che solo lo scorso 2 dicembre il PD depositava un DDL per vietare la rielezione del Presidente della Repubblica in carica. Come se non bastasse, sembra che abbia portato Letta il nome di Belloni al tavolo Conte-Salvini, e quindi ha una responsabilità politica grave. Ha fatto bene però a non cercare di intestarsela: quello era un errore da pivelli, e Letta non è un pivello.

Calenda: voto NC. Ancora dentro al Truman Show, credendo che tutto sia vero.

 

Non ci ha capito un ette sin dall’inizio, quando ha dileggiato il patto sul Quirinale quasi siglato da Italia Viva e Coraggio Italia, che anche se non siglato ha finito con l’orientare 80 grandi elettori. Poi ha scambiato i voti per Terence Hill o Claudio Baglioni eccetera come un divertissement dei peones, non comprendendo che sono banali codici per contarsi e farsi contare. Ha fatto un nome al giorno, bruciandoli tutti, continuando a frignare che nessuno lo chiamava al telefono per accordarsi con lui sul nome del nuovo PdR. Chissà come mai non lo hanno chiamato, dopotutto Carletto poteva spostare ben 5 voti di grandi elettori su 1009, mica pizza e fichi.

Berlusconi: voto 4,5. Ultima fermata, Arcore.

 

Berlusconi a un certo punto ha incredibilmente creduto nelle sue possibilità d’elezione. Deve essere accaduto quando gli è stato chiaro che aveva la disponibilità al voto di circa 100 grandi elettori del M5S fra ex e attuali. Dopotutto Berlusconi è l’unico che avrebbe potuto promettere posti di lavoro solidi a gente che nel 23 passerà dai 15.000€ del Senato al Reddito di cittadinanza. Ha così telefonato e fatto telefonare a tre quarti di Parlamento, però gli è mancato il numero di telefono più importante, e forse l’unico e il primo che avrebbe dovuto digitare: quello di Renzi. Un errore da parvenu della politica, quale dopotutto Berlusconi è, nonostante l’età. Errore da capetto aziendalista che serba rancore per come andarono le cose 7 anni fa su Mattarella. Alla fine fa votare Mattarella al bis, quando non lo aveva votato 7 anni fa. E Mattarella è sempre quel ministro che si dimise all’indomani della Legge Mammì in favore di Silvio. Deve solo sperare che Mattarella sia meno rancoroso di lui. Buona la mossa, in ottavo scrutinio, di minacciare di votare Casini contro Belloni, costringendo così Salvini a ripiegare su Draghi o Mattarella.

Conte: voto 2. La voglia di strafare di una meteora.

 

Iperattivo zelig della bolidica, si è distinto su ogni tavolo portando sempre il nome che quell’uditorio voleva sentirsi dire. Ne esce con le ossa rotte, sconfittissimo dentro e fuori il M5S e la coalizione. Ha chiarito al mondo di non controllare il suo gruppo, avendo sempre dietro di sé Di Maio che gli faceva il controcanto su ogni cosa che Conte dichiarava, invero in modo assai stentoreo e indovinando perfino la pronuncia delle consonanti dentali e velari. Conte diceva “Ci vuole una donna” e Di Maio dopo mezzora diceva “Voteremo Mattarella”. Conte diceva “andiamo al voto molto determinati contro Casellati” e DI Maio “Non partecipiamo al voto”. Conte diceva “Proporremo Belloni” e Di Maio “Belloni mai, è il capo dei servizi”. Quando ha cercato di intestarsi la candidatura di Belloni è riuscito a farsi disistimare perfino dai membri del suo vero partito, il PD di osservanza bettinian-orfiniana. Perfino Letta ora ha capito di averlo sopravvalutato, e che di lui non ci si può fidare. Mentre scrivo, Di Maio gli ha appena inferto le sue 33 sacrosante coltellate.

Di Maio: Voto 7,5. Piccoli leader crescono.

 

Il ministro degli Esteri sta crescendo. Ha accuratamente evitato di fare nomi e ha dimostrato a tutti di controllare il M5S assai più di Mr. Pochette. A un certo punto ha avuto vita facile: per fare la figura dello statista bastava dichiarare il contrario esatto di ciò che aveva appena dichiarato Conte. Con una stella polare a contrario di tal riffa, Di Maio ha cominciato a brillare di luce propria. Porta a casa un PdR che stima molto, ma da cui non è stimato. Mentre scrivo queste pagelle, ha appena dato il benservito a Conte, passando subito all’incasso. E’ un azzardo che gli vale un mezzo punto in più.

Salvini: voto 0. Era andata meglio al Papeete.

 

Era lui che guidava il gruppo largamente più numeroso del centrodestra, ossia la coalizione con la maggioranza relativa dei grandi elettori. Sapendoci fare, avrebbe potuto far eleggere un presidente di destra, o almeno di centrodestra. Invece ha bruciato un nome dopo l’altro, inimicandosi leader e peones. Ha gestito malissimo la faccenda dal primo minuto, inanellando un errore dopo l’altro. Ha bruciato in un unico falò Berlusconi, Casellati, Belloni più un’altra mezza dozzina di nomi “quirinabili” (da Casini a Cassese, tutte persone che non prevedono di aiutarlo in futuro) e si è fatto prendere a schiaffi da Meloni e dall’intera Forza Italia, che a un certo punto ha dichiarato di staccarsi dalla sua “leadership”. Ha probabilmente perso la leadership non solo del centrodestra, ma anche della Lega. Gli era andata meglio al Papeete, insomma, ed è davvero incredibile che un uomo di così poca statura politica guidi la Lega e non il M5S.

Meloni: voto 7. Quando la voglia di coerenza toglie coraggio.

 

Avrebbe dovuto scegliere di portare Draghi al Quirinale, in modo da dimostrare di avere fatto il salto di classe e, chissà, da ottenere anche la crisi di governo. Ha deciso per una strategia più contenuta, elementare e semplice, di chi si accontenta di un buon piazzamento per l’Europa League anziché puntare alla Champions: quella di proporre dei candidati di bandiera di destra, del tutto rispettabili e – a mio giudizio – perfino votabili da molti grandi elettori di centro o di sinistra: Nordio e Crosetto. Maluccio l’essersi accodata a Salvini sulla candidatura della più improbabile presidente del Senato della storia della Repubblica, la Casellati Vien Dal Mare, anche se così ha mandato a sbattere sia Salvini che Berlusconi. Vince il premio coerenza, ma non quello della capacità di rischiare, né di convincere Salvini e Berlusconi a seguire la sua idea. Emerge come l’unica leader di Destra e presto raccoglierà l’esito di come ha gestito questa elezione in termini di consenso popolare, sebbene dei due obiettivi che aveva (la crisi di governo e eleggere un presidente di Destra o Centrodestra) non ne porta a casa nessuno. Ma non solo per colpa sua.

Bersani: voto NC. Aveva 101 motivi per non restare nell’ombra.

 

Dopo la batosta dei 101 di 7 anni fa, ha deciso di ritagliarsi un ruolo ancora più marginale andando appresso alla “leadership” di Enrico Letta. Il braccio destro dell’opossum, insomma. Soprattutto, era il capo di coloro che prevedevano (e auspicavano, in modo tafazziano) l’accordo di IV e Renzi con il centrodestra, dimostrando ancora una volta di non capirci granché di politica. Chissà che non sia un grandissimo giocatore di bocce, però? Mi sa che lo sapremo presto.