Anelli di fumoMarco Damilano su Aldo Moro: “un atomo di verità” con qualche sorpresa

Il libro dell'ex direttore de l'Espresso sullo statista Dc è un lavoro caldo, utile, generazionale. Traspare l'etica della responsabilità e quella dell'attitudine. Con un parallelo finale col Bettino Craxi che non ti immagini.

Sono sempre refrattario a recensire i libri di ricerca storica scritti da giornalisti famosi. Spesso, contando sul nome altisonante dell’autore si tratta di testi tirati via, che mancano di impianto scientifico e difettano anche di un vero editing da parte dell’editore. Non è questo il caso di Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Fuochi Feltrinelli, 2018, €18, 270 pp.) che ho terminato di leggere con quel consueto scoppio ritardato di cui parlava anche Italo Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Avrei anche un motivo personale per non recensire un libro dell’ex direttore de l’Espresso: sotto la sua direzione i miei articoli sulla Dad pubblicati sul sito del settimanale, pezzi che mi sono valsi l’attenzione di Mondadori Education al punto da trasformarne l’estensione in un manuale di 400 pagine, non sono stati tenuti in considerazione nemmeno per il numero monografico che la rivista dedicò all’argomento. Ma l’Espresso funziona all’incirca come un ministero, dove chi lavora in un ufficio non ha la più pallida idea di cosa faccia chi lavora nell’ufficio a fianco, figurarsi il blogger che collabora nelle cantine da appena sei anni.

E tuttavia in questo libro di 270 pagine c’è molto di Aldo Moro; forse nulla di veramente inedito, ma traspare una dolcezza, una flessibilità, una saggezza dell’uomo politico pugliese qui tratteggiato con un senso della misura e del rispetto, senza un filo di retorica, che rende giustizia all’uomo e alla fine penna di Damilano. C’è, e questo è un grande pregio, molto della generazione di Marco Damilano, classe 1964. Non manca qualcosa, altra gemma, di suo padre Andrea: compianto giornalista Rai, d’area morotea, e chiaro mentore del figlio. Di sfondo, l’aria di quella Roma Nord-Ovest, fra via Mario Fani e il Trionfale, più democratica della sua gemella di Nord-Est, dove Damilano trascorse gli anni della sua infanzia e Moro quelli della sua fine. Ne viene fuori quel che Weber avrebbe chiamato “Beruf”: un libro scritto con vocazione, con un’etica della responsabilità e dell’attitudine, e anche la netta voglia di parlare in nome della propria generazione.

Sono molti i dettagli che Damilano è andato a cercare per tentare di ridare tridimensionalità a un uomo, Aldo Moro, e a un evento – il suo rapimento e uccisione da parte delle Brigate Rosse in quei 55 giorni fra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 – che per moltissimi italiani d’oggi, magari nati nel XXI secolo, è attuale quanto per noi altri l’età giolittiana. C’è la descrizione di quella “flessibilità del filo […] che aveva fino a quel momento permesso l’impresa di governare un Paese ‘dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili‘, che è una delle definizioni più acute e più drammatiche dell’Italia, della sua faziosità politica e della debolezza dello Stato. […] Grazie alla consapevolezza che una democrazia complessa non si governa con la forza del comando, ma con l’abilità di non spezzarne la trama.”

Questo ennesimo libro su Moro è dunque un tentativo di riflessione valido, difficile e riuscito. Il punto di forza è l’accesso che l’autore ha avuto all’archivio di Sergio Flamigni, all’epoca ancora custodito privatamente in quel di Oriolo Romano e oggi, forse anche grazie alla eco che il volume ha avuto, ospitato in una sede più istituzionale in Roma, sotto la direzione di Ilaria Moroni e lo stesso Sergio Flamigni. Damilano, con la giusta umiltà, ha fatto il topo nel formaggio delle carte Flamigni e ha ricavato un certo numero, non molto alto invero, di documenti che ha selezionato per dar loro il giusto risalto.

L’autore ricorda “l’infinita catena di inaugurazioni, di imprese che aprivano” come il “più visibile segnale della trasformazione del Paese che Moro accompagnava da presidente del Consiglio. Nel 1964 partirono l’Autostrada del Sole, la Metropolitana di Milano, lo stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Europa. Erano gli anni delle antenne, delle autostrade, delle grandi fabbriche private e pubbliche” (133). Al contempo, Damilano si sofferma sulla sciatteria con cui vengono classificate e conservate le carte del “covo” di via Monte Nevoso (165) quasi a contrasto della perizia, della cura usata da Moro nel tenere i suoi appunti, nello scrivere i suoi messaggi più o meno espliciti nelle lettere dalla prigionia.

L’aspetto che più mi ha colpito è il parallelo che l’autore compie, nella parte finale del volume, con la figura di Bettino Craxi. Damilano lega Moro a Craxi in modo inaspettato: riconosce infatti, al di là del divario anagrafico, la totale differenza di metodo e di stile dei due uomini politici. Eppure, in quella celeberrima presa di posizione che Craxi e il PSI ebbero, unici e isolati, in favore delle trattative fra Stato e BR per salvare la vita allo statista democristiano, l’autore sottolinea un sottile filo bianco. Moro, voluto muto, – se non proprio morto – anzitutto dal suo poco cristiano e per niente caritatevole partito, dai servizi segreti americani e da quelli sovietici, è nei pensieri e nelle preoccupazioni del leader socialista proprio in nome di un senso umanitario che non prescinde mai dal valore della persona. D’improvviso, vediamo anche Bettino Craxi sotto una luce diversa, leggendo queste pagine.

Non sorprende invece il taglio di luce al neon con cui Damilano illumina l’ambigua, doppia figura di Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni e dunque massimo responsabile del più grande fallimento di politiche della sicurezza della storia repubblicana. Dopo la morte di Moro, promosso come nessun altro mai: “Era diventato presidente del Consiglio un anno dopo l’omicidio di Moro, poi presidente del Senato, e nel 1985 era stato eletto dal parlamento al primo scrutinio presidente della Repubblica, il più giovane della storia, coi voti del Partito comunista, la stessa maggioranza che nel 1978 aveva gestito politicamente il sequestro del presidente della Dc.” (192).

L’altro elemento che rende calde queste pagine è il punteggiato rimando ai minuti gesti che Andrea Damilano, il padre dell’autore, ha fatto lungo la sua vita nei confronti del figlio per cercare di trasmettergli la sacralità delle istituzioni. Il passaggio forse più emblematico, proprio verso l’ultima pagina, recita: “Che di tutto resti qualcosa. Papà aveva fermato la sua macchina e mi aveva mostrato in una piccola chiesa quell’uomo importante che era invecchiato, che vedeva avanzare i segni della disgregazione e forse non sapeva come affrontarli. Non l’ho mai dimenticato, quell’uomo inginocchiato, in solitudine. La sua preghiera, il riconoscimento quotidiano del limite, della finitezza, delle fragilità di un uomo che tutti ritenevano onnipotente, mi è sempre sembrato non un atto di sottomissione, ma il gesto più eversivo che si possa immaginare, il tentativo di ritrovare nella debolezza dell’uomo le ragioni della forza, eliminare ‘lo spettacolo di una grandezza apparente’ e abbracciare il segreto di una vita.” (266).

Taglienti e definitive, infine, le parole di un ultra-novantenne ma lucidissimo Rino Formica, pugliese come Moro “e artefice della prima giunta di centro-sinistra a Bari e riformista da sempre nel PSI come Craxi” (232): “Il sequestro Moro fu un affare interno, le Brigate rosse erano italiane, ma orientate dall’esterno, piene di infiltrati. Quando dieci anni dopo il delitto Moro ci fu il manifesto dei brigatisti che dichiaravano chiusa la lotta armata, Gallinari, Seghetti, e prima di loro Morucci, fu un modo di comunicare allo Stato che tutto era finito, erano passati dalle Br al Tfr, il trattamento di fine rapporto lavoro…” (233)