Anelli di fumoUn Calenda mazziniano delinea un liceo per tutti fino a 18 anni, ma senza Latino e Greco

Il terzo libro del fondatore di Azione innalza il dibattito politico: rivalutare l'etica della serietà e la centralità dello Stato contro la sbornia individualista. Ma manca l'etica della responsabilità.

I libri dei politici si dividono generalmente in tre categorie: quelli scritti dai politici senza ghost writers, quelli scritti in modo miserabile da ghost writers, e quelli in cui il politico si fa intervistare da un giornalista più o meno compiacente.

Il terzo tipo, spesso, capita quando il politico non ha granché da dire e ha bisogno di un professionista dell’intervista per mettere su un libello di domande a cui lui dà delle risposte più o meno articolate, appoggiandosi soprattutto sugli spazi bianchi dopo ogni domanda. Questa è la tipologia più deludente, anche se ci sono delle rarissime eccezioni. Il secondo tipo è il meno etico perché fa passare per proprie riflessioni di un altro, in un banale e sconcio plagio intellettuale. Il primo tipo è, ça va sans dire, il migliore, ma ormai anche il più raro.

Infatti oggi in Italia non ci sono molti politici in grado di scrivere un libro dall’inizio alla fine, esponendo la propria visione. Se non hai una Weltanschauung, sarà difficile spiegarla per iscritto.

Calenda ha una sua Weltanschauung

Fra i politici attivi, ne conosco solo tre dotati di visione e idee: Matteo Renzi, Enrico Letta e Carlo Calenda. E’ indicativo e sconfortante che tutti e tre siano di centrosinistra e nessuno di destra. E’ altrettanto sconfortante che, al momento in cui scrivo, facciano parte di tre coalizioni distinte per questioni di petulanza e di miopia politica. Anche se è ancora viva la speranza che Renzi e Calenda si presentino insieme, come già accadde alle Comunali e Suppletive di Roma. A pochi mesi dalle elezioni politiche, la cosa è sempre possibile ma non più probabilissima: infatti molti descrivono Renzi e Calenda come “due galli”, benché io veda invece un politico e un gallo.

Calenda, con questo valido La libertà che non libera. Riscoprire il valore del limite (La Nave di Teseo, 2022, 186pp., 18€) è alla sua terza prova dopo Orizzonti selvaggi (2018) e I mostri (2020) e quindi veleggia verso un ottimo metro di un libro ogni due anni, segno che l’uomo ha cose da dire e fa buone letture che poi mette a frutto aggiungendovi tutte le connessioni di cui è capace. Un’attività più prolifica ce l’hanno solo Matteo Renzi ed Enrico Letta, che grosso modo negli ultimi tempi hanno sfornato un libro all’anno, e tutti piuttosto pregni.

L’etica della serietà come antidoto alla sbornia individuale

La tesi di questo volume di Calenda, riprendendo il tiktokkiano video di presentazione fornito dallo stesso fondatore di Azione, è che “la ricerca illimitata di libertà individuale e la ricerca illimitata di appagamento del desiderio materiale” avrebbero “indebolito sia la società occidentale in cui viviamo che l’uomo”, poiché non può esistere una libertà individuale illimitata. Calenda mette al centro del suo discorso l’etica, richiamandosi molto al concetto del mos maiorum degli antichi Romani, innaffiato da quella globalizzazione ante litteram che fu l’ellenizzazione. Facendo ciò, tratteggia uno Stato dotato di maggiore spessore, tradendo un’ispirazione più socialdemocratica che socialista-liberale, naturalmente legittima. Il libro, che si divide in due parti (“Sradicamento” e “Ricostruzione”, di rispettivamente sei e cinque brevi capitoli ciascuna), inizia da una pars destruens che è poi un’analisi di alcuni mali della contemporaneità in chiave socio-politica per poi proporre una pars costruens che richiama, appunto, la lezione dell’antica Roma, del pensiero della differenza femminile, della filosofia arendtiana relativa alla vita activa e alla centralità dell’impegno e azione politica, e infine quel maestoso “elogio dell’ozio” del filosofo inglese Bertrand Russell.

Un libro che innalza il dibattito politico, anche se…

Intendiamoci: libri di questo tenore sono sempre elemento positivo di innalzamento del dibattito politico, troppo spesso composto, in Italia, da sguaiati sghignazzi e cachinni populistici flatulati dall’influencer semipolitico di turno. Magari corredato di pochette o di nodo Balthus ahimè trooooppo pastello e drammaticamente trooooppo stretto sulla carotide. Però, proprio in quanto Calenda ha delle pretese esplicite di spessore e serietà, è imperativo esaminare con serietà ciò che dice e sottolineare le incongruenze e i punti di debolezza.

Il leader di Azione si esprime di piatto e di taglio contro il neo-populismo imperante (e qui siano solo lodi in terzina incatenata) dei Cinquestelle e di quella burlesca variante postmoderna del leghismo che è il salvinismo zelighiano.

Il doppio errore populista di Calenda

Poi però Calenda cade nel doppio errore di fare del populismo facilone a sua volta: lo fa anzitutto quando rivendica quell’etica della serietà e della responsabilità come valore filosofico esclusivamente proprio, che non appartiene ad altri: né alleati, né avversari. Saremmo dalle parti di “Se io vado, chi resta, se io resto, chi va?” di dantesca memoria, ma poiché Calenda è nato a Roma, come chi scrive, direi che siamo più dalle parti del Marchese del Grillo.

Riguardare Max Weber

Se posso, suggerisco a Calenda di riguardare Weber. Non tanto nella Gesinnungsethik (l’etica dei valori, che nel leader di Azione appaiono fin troppo radicati), quanto nella Verantwortungsethik (l’etica della responsabilità), quando si passa a badare al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze delle proprie scelte politiche. Solo per citare le prime topiche che vengono alla mente: 1) il voto in favore di Virginia Raggi con la conseguente spaccatura del gruppo della Lista Calenda a Roma e la conseguente perdita della posizione di prima opposizione alla Giunta Gualtieri; 2) l’inopinata e assurda candidatura a bandwagon populista di Elisabetta Belloni, capo dei servizi, per il Quirinale; 3) la lamentazione a chiangimuerti dell'”eleggiamo una donna!” come Presidente della Repubblica, come se fosse indifferente avere in quel ruolo una qualunque cittadina dotata di utero. Una posizione “politica” imbarazzante, che ricordava a noi socialisti-liberali più Teo, lo zio matto di Amarcord, che non la serietà dell’azionismo storico cui Calenda giustamente si richiama.

Sbagliato non saper distinguere

Il secondo errore populista Calenda lo fa quando pone sullo stesso piano “Vaffa, rottamazioni, ruspe, prima gli italiani” (p. 180). Non credo occorra essere iscritti a Italia Viva per capire che sono quattro concetti molto distinti e assai, assai distanti, che solo il sociologo Luca Ricolfi, oggi non a caso in auge presso Giorgia Meloni, confonde insieme.

Un conto è un messaggio qualunquistico che adotta l’elegante e arcadico vaffanculo a mo’ di propria filosofia politica, condito da quell’uno vale uno che pare stia portando l’eccellentissima Paola Taverna alla presidenza della Commissione Esteri del Senato.

Altro conto ancora è chi rivendica l’uso delle ruspe per radere al suolo campi nomadi senza proporre alternative, facendo leva sul razzismo di tanta parte del popolino, quel Lumpenproletariat che Marx schifava.

Altra cosa ancora, a mio avviso sempre sbagliata e pusillanime ma già meno infima, è richiamarsi a quell'”America First” che fu non solo di Trump, ma anche del pacifista di destra americano Charles Lindbergh.

E, infine, tutt’altra cosa, da altra galassia, è chiedere che la classe dirigente della sinistra – la stessa dagli anni 80 alla metà degli anni Dieci – passi la mano e ceda lo scettro a qualcuno di più moderno. Anche forzando le dinamiche di questo ricambio generazionale.

Se la superbia scade in protervia

L’errore che fa Calenda, insomma, è quello di peccare di una forma di superbia che a volte scade in protervia. Lo si vede nel modo di gestire i suoi social, dove ha bloccato alcune migliaia di suoi stessi elettori. Lo si vede nel modo che ha di impostare questo libro nella assoluta e completa convinzione di non avere nulla da imparare da nessuno, soprattutto fra i suoi competitori politici.

E’ veramente molto apprezzabile la doppia citazione mazziniana con cui il volume del leader di Azione si apre e si chiude, ma le citazioni vanno anche comprese: quando il fondatore del repubblicanesimo parla di “gretto, immorale individualismo” ed esalta l’idea di “miglioramento morale collettivo” (p. 13) intende appunto dire che non si deve mai essere ombelicali nella vita politica.

Proposte estemporanee sulla Scuola

Tralascio poi le proposte estemporanee in cui Calenda si avventura: immaginare un liceo obbligatorio per tutti fino a 18 anni, eliminando “le scuole tecnico-professionali di secondo grado” (p. 162) e al contempo scrivere “sono convinto che l’insegnamento del greco e del latino debba essere posticipato all’università” (p. 162-3) significa non solo schiantare una tradizione (magari da riformare, ma che esiste ed è importante) educativa italiana, ma anche lasciare senza lavoro circa 150.000 insegnanti di latino e greco, senza contare quelli delle materie tecnico-professionali. Compito di un politico che faccia sua l’etica della responsabilità weberiana di cui sopra, non è lanciare degli slogan, ma spiegare anche le conseguenze delle proprie idee e azioni. Per riscoprire il valore del limite, come dire.