PromemoriaReferendum, un colpo di sole e tanto bruciore

Il gigantesco flop dei referendum, con l’affluenza più bassa di sempre ( 1 italiano su 5 pari a poco più del 20%), è un’ulteriore prova della crisi endemica della politica italiana e dei suoi partiti di riferimento. Come il quartetto d’archi che continua a suonare sul “Titanic” mentre affonda, gli ultimi a rendersene conto sono proprio i maggiori leader del momento, salvo rare eccezioni.

L’immagine emblematica ci porta in Sicilia: In una città capoluogo come Palermo (che vede tra i suoi elettori illustri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) nella quale si elegge persino il sindaco da una parte danno forfait oltre cento presidenti di seggio rimasti intontiti dalla sbornia per la promozione della squadra cittadina in serie B, e dall’altra si recano ai seggi meno della metà degli aventi diritto.

Ciò significa che siamo davanti ad un vero crollo del senso di cittadinanza, con buona pace del tweet di Matteo Salvini, una sciagura per il suo partito, un capitano di fregature incapace di ritrovare l’appeal dei vecchi tempi. Una contro-narrazione, la sua, così ridicola che definire lunare è fargli un complimento.

Vero è che l’istituto referendario era già in crisi da anni ma il fenomeno è l’effetto di una causa più profonda riscontrabile nella crisi sistemica di partiti che sono anti-partiti allo stesso modo, fratelli e serpenti in se stessi: essendo diventati gusci vuoti, luoghi senza persone, senza progetti e benché meno senza uno straccio di coerenza tra promessa attesa e risultati da rendicontare, i loro leader sono diventati a loro volta senza partito, disintermediazione dopo disintermediazione. Per tornare al tweet surreale di Salvini, in un mondo normale dove l’elettorato chiede conto dei disastri del capo, verrebbe giù il mondo e partirebbe il siluramento di chi non è capace di portare risultati.

Questi partiti personali spersonalizzati sono il virus di una democrazia già malconcia e finché non si fa una riflessione sul futuro della partecipazione democratica, sui limiti (lo dico al positivo) di cosa e come salvare il nostro paese, anche la chiamata referendaria è destinata a naufragare. A perderci e a depotenziarsi sarà sempre la “partecipazione” nel suo complesso, perché si dimostra ancora una volta che un istituto di democrazia diretta come il referendum concepito come strumento per consentire ai cittadini di partecipare al processo legislativo, attraverso l’abrogazione di legge considerate dannose, non viene apprezzato nella sua essenza e diventa un’arma di lotta politica degli uni contro gli altri. In questo modo viene distorto lo strumento e le istanze costituzionali che lo sostanziano.

Ai sostenitori di “cause” che si limitano a far firmare i cittadini e poi chissenefrega va detto che il tempo del “cazzarismo” deve finire, siamo al game over poiché continuare a tenere in piedi il paese dei balocchi (siamo dentro shock globali enormi) offrendo al paese una retorica priva di senso, polarizzata sui demoni di sempre, con le finte battaglie di principio (ma senza principi) alla fine non paga. O quantomeno (pensando a Palermo) non ha chances se poi nella scala di priorità dei cittadini, ci sta la squadra di calcio promossa in B o l’abbronzatura d’inizio giugno. Tutto legittimo per carità ma è altrettanto  giusto ricordare che questo disinteresse indecoroso ci è costato a tutti noi contribuenti una cifra pari a 400 milioni di euro mal contati (ovvero 300.000 stipendi medi italiani). Possiamo incazzarci o no?

In questo mondo ribaltato in cui l’impegno civico è così basso (prescindendo dal referendum) e la spirale della delega si torce contro se stessa, il diritto ad astenersi è sì inviolabile ma è ferito da una disaffezione intollerabile più ampia e globale, il rigetto di un paese che fa i suoi comodi perchè in qualche modo non trova testimoni autorevoli tra i suoi politici di riferimento.

A questo punto, chi va a citofonare Salvini chiedendogli: “scusi ma lei cazzeggia”?