Una classe politica allo sbando di fronte all’aumento dei tassi

Solo la classe dirigente e la classe politica italiana potevano venire colte di sorpresa dall’aumento dei tassi di interesse e dall’arresto del programma di acquisto dei titoli di stato da parte della BCE.
L’inflazione nell’euro area ha superato l’8% e l’invasione russa dell’Ucraina naturalmente è risultata determinante, ma dimostrarsi sorpresi o – peggio – contrariati per la scelta della BCE è da fessi.
Tre erano le cose risapute che la nostra classe dirigente non poteva ignorare e che avrebbero dovuto imporre di mettersi subito a ragionare di riforme invece di entrare in prematura campagna elettorale.
1. Il QE della BCE aveva un limite
Sapevamo tutti che gli acquisti di titoli di stato da parte della BCE non sarebbero durati all’infinito. Lo sapevamo perché la BCE lo aveva detto.
Si tratta infatti di un meccanismo dopante, che fa scontare ai paesi meno indebitati dell’euro area il contenimento (riduzione spread) degli effetti negativi del maggior debito dei paesi più indebitati (Italia su tutti). In altre parole, la BCE compra il nostro debito e finanzia la nostra spesa pubblica con i soldi dei contribuenti degli altri Paesi Ue.
2. Una dinamica inflazionistica era già in corso prima della guerra
La guerra ha consolidato, accelerato e sicuramente aggravato una dinamica inflazionistica che si era già manifestata l’anno scorso a causa di una marcata ripresa della domanda sia per consumi residenziali che industriali, di un aumento della concorrenza sui mercati mondiali di gas naturale liquefatto (Gnl) e di una improvvisa insufficienza dei flussi via gasdotto provenienti da Norvegia e Russia.
A dicembre 2021 l’aumento dell’inflazione è stato del 3,9% su base annua. Nel complesso, secondo l’Istat “Nel 2021, dopo la flessione del 2020 (-0,2%), i prezzi al consumo tornano a crescere in media d’anno (+1,9%), registrando l’aumento più ampio dal 2012 (+3,0%)”.
A gennaio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (al lordo dei tabacchi) aveva fatto registrare un aumento dell’1,6% su base mensile e una crescita del 4,8% su base annua.
La tendenza era chiara ben prima della guerra.
3. Lo scontato effetto dei bonus
La ripresa economica è stata spinta anche da una serie di bonus che in un sistema normale risulterebbero fortemente dopanti.
L’effetto doping dei bonus è peraltro stato particolarmente iniquo, perché ha premiato tutti indistintamente, anche chi dei bonus non aveva bisogno per rifarsi la villa o comprarsi un monopattino.
Proprio i bonus a pioggia hanno aumentato a dismisura la crescita dei prezzi nell’edilizia, prima ancora della guerra.
Efficacemente Draghi ha osservato che i bonus edilizi tolgono “l’incentivo alla trattativa sul prezzo” facendo triplicare il costo di efficientamento e quello degli investimenti necessari per le ristrutturazioni.
Un altro assurdo effetto inflazionistico che per di più determina un aumento del debito pubblico sulle spalle dei contribuenti (sopratutto quelli di domani): la misura delle detrazioni fiscali è infatti amplificata dall’inflazione.
Poi c’è stata l’invasione dell’Ucraina che ha spinto ulteriormente tutte queste tendenze inflazionistiche.
Ma, come dicevamo, dimostrarsi sorpresi o – peggio – contrariati per la scelta della BCE di alzare i tassi è da fessi.
Alla prima lezione di economia alle superiori o all’università insegnano che per raffreddare l’aumento inflazionistico la prima misura efficace è proprio l’aumento del costo del denaro (il tasso di interesse a cui le banche comprano denaro da dare poi in prestito).
Se la crescita economica è troppo rapida i prezzi salgono più velocemente dei salari e il potere di acquisto dei meno abbienti si intacca fortemente. In questo quadro se si aumenta il tasso di interesse interbancario fare un mutuo costerà di più, ma fare la spesa costerà via via di meno.
La cosa drammatica (veramente drammatica) è che oggi Draghi e Mattarella sono minoranza nel Paese, il quale, a larga maggioranza, sostiene partiti che rivendicano politiche dagli effetti fallimentari.
Una cosa buona però c’è. La situazione economica si surriscalderà così tanto che nessun partito, nessun leader fra quelli in campo sarà in grado – per difetto di competenze e per mancanza di coraggio – di assumersi la responsabilità delle cose giuste da fare.
E quindi speriamo che Draghi accetti un altro mandato.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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