Soldi a chi denuncia la corruzione per recuperare 60 miliardi l’anno

Il ministro per la Pubblica Amministrazione, Patroni Griffi, ha proposto un premio in denaro (fino al 30% delle somme recuperate dall’Erario) per chi denuncia la corruzione all’interno della PA. Infatti in Italia tra appalti, subappalti, contratti a termine e lavori con le cooperative il denuncia...

Corruzione
2 Febbraio Feb 2012 1030 02 febbraio 2012 2 Febbraio 2012 - 10:30

Nei Paesi anglosassoni sono i “Whistle-Blower”, quelli che fischiano dentro il fischietto per dare l’allarme a tutti gli altri. In Italia nella letteratura giornalistica e, purtroppo, nella stragrande cultura del Paese, sono gli “spioni”. Chi sono? Tutte quelle persone che denunciano la corruzione nella Pubblica Amministrazione e all’interno delle proprie aziende, delle “vedette civiche” insomma. Vedette civiche nel Paese dove la corruzione aumenta ma le denunce diminuiscono.

Il tema è in questi giorni dibattuto, guardato con sospetto e con favore. Fatto sta che da quando si è insediato il governo Monti si ripete che «la lotta alla corruzione è tra le priorità di questo esecutivo». Bene, anzi, benissimo, ma si rimane in attesa di un disegno di legge anti-corruzione senza falle e con la ratifica per il reato previsto a livello europeo di “traffico di influenze” (mediazione tra corrotto e corruttore, attraverso lo scambio di favoritismi, di posti di lavoro, di appalti e non solo la classica “mazzetta”), di cui l’Italia dovrebbe dotarsi dal 1999.

Nelle ultime ore è stato il ministro per la Pubblica Amministrazione, Patroni Griffi, a tornare sul tema, proponendo un premio in denaro (fino al 30% delle somme recuperate dall’Erario) per chi denuncia la corruzione all’interno della PA con un articolo ad hoc proprio all’interno dello stesso ddl anticorruzione, ieri al vaglio della Commissione Prevenzione. «non credo la soluzione ideale – dice a Linkiesta Giorgio Fraschini, di Sgr Consulting (società specializzata in antiriciclaggio e whistleblowing) e collaboratore di Trasparency International – in quanto si decide di dare un premio per un gesto eticamente giusto, per qualcosa che si “dovrebbe fare”. Tuttavia in certi contesti culturali predisposti al silenzio come il nostro – continua Fraschini – può essere una soluzione utile. Negli Usa si è scelto di premiare i whistleblower con una percentuale simile a quella suggerita dalla commissione e da Patroni Griffi: non è la scelta perfetta da un punto di vista “utopico” però economicamente funziona».

Tuttavia la proposta di Patroni Griffi riguarda solo il settore della PA, mentre il il Public Interest Disclosure Act del 1998, ovvero la legislazione inglese sul whistleblowing, modello più complete e di riferimento anche a livello internazionale riguarda sia il settore pubblico, sia quello privato. Una scelta, quella di limitare la legislazione al solo settore pubblico che, visti gli episodi e gli intrecci tra società pubbliche e private, appare comunque l’inizio di una guerra a metà.

Attualmente in Italia non c’è una legge specifica sugli “spioni”, «anche se – ricorda Fraschini, che nel 2008 ha lavorato presso il “Public Concernat Work”, ente di riferimento per il whistleblowing nel Regno Unito – ll Decreto Legislativo 231/2001, pur non indicandolo esplicitamente, potrebbe benissimo includere procedure per il whistleblowing». In materia occorre un provvedimento più omogeneo e specifico che preveda anzitutto ampie e rapide tutele per il denunciante sul modello inglese, dove, spiega sempre Fraschini «in caso di ritorsioni, come licenziamenti, demansionamenti o mobbing l’onere della prova è ribaltato»: sarà il datore di lavoro, una volta denunciato per una di queste cause, a dimostrare la sua estraneità alla vicenda e non dovrà essere il dipendente a portare le prove. Tutele che per esempio l’articolo 18 in Italia non potrebbe assicurare in quanto non prevede altri atti di ritorsione se non quello del licenziamento, per altro per i soli lavoratori a tempo indeterminato. Una questione annosa, quella delle tutele che rischia di ricordare alcuni tristi episodi come quelli dei ‘testimoni di giustizia’ tra i denuncianti di reati di mafia.

In Italia tra appalti, subappalti, contratti a termine e lavori con le cooperative il denunciante è in una posizione sempre scomodissima, che disincentiva la denuncia delle irregolarità e delle corruzioni. Come nel 2010 quando due dipendenti di una ditta che aveva in appalto la pulizia dei bus dell’Agenzia Trasporti Milanese, dopo aver denunciato ad Asl e Carabinieri le scarse misure di sicurezza adottate dai datori di lavoro, si ritrovarono licenziati in meno di 24 ore con un telegramma. O ancora, nel 2009, il caso dell’impiegata Inps in provincia di Cosenza, che si ritrovò addirittura sotto scorta e con una parte della politica calabrese contro per aver denunciato una truffa ai danni dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale: uomini che si spacciavano per falsi braccianti con false cooperative su cui si affacciava l’ombra della ‘ndrangheta, che al posto dei dipendenti iscritti all’Inps (mogli, fratelli, cugini, cognate & Co.) a lavorare nei campi mandavano immigrati clandestine sottopogati.

Ma la “tassa occulta” da 60miliardi l’anno rappresentata dalla corruzione è un problema anche culturale. «Siamo nel paese dove “chi fa la spia non è figlio di Maria”. Però la cultura – spiega il collaboratore di Transparency International, che in questi mesi sta lavorando a un progetto sulla protezione dei whistleblower finanziato dalla Commissione Europea e condotto insieme ad altri dieci paesi europei – non si cambia dando ricompense economiche a chi compie un atto che andrebbe fatto. bisognerebbe far capire che la lealtà va dimostrata a chi se la merita e che il segnalare reati e irregolarità significa denunciare qualcuno nell'interesse collettivo. L'onestà nei confronti della comunità dovrebbe essere tutelata rispetto alla lealtà incondizionata verso il datore, un superiore o colleghi che non la meritano».

Tra le altre misure dei suggerimenti della commissione insediata a fine dicembre da Patroni Griffi, coordinata dal capo di gabinetto Roberto Garofoli e composta dai magistrati Raffele Cantone e Ermanno Granelli, dai professori Bernardo Mattarella, Francesco Merloni e Giorgio Spangher, c’è il «monitoraggio dei rapporti tra l’ amministrazione e i soggetti che con la stessa stipulano contratti», verificando le eventuali relazioni di parentela tra i soggetti. «Assicurare la rotazione degli incarichi» in particolare dove «è più elevato il rischio che vengano commessi reati di corruzione», cercare di interrompere la contiguità tra politica e Pubblica Amministrazione, favorire la trasparenza su costi e bilanci delle amministrazioni pubbliche.

 

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