18 Ottobre Ott 2013 1300 18 ottobre 2013

Crotone ci mette la faccia: “Basta con il cancro”

L’idea di un gruppo Facebook

Tina

“Crotone ci mette la faccia”. E sono già più di 11mila ad avercela messa nel gruppone Facebook nato per denunciare i troppi casi di tumore (sulla scia di quello della Terra dei fuochi campana) nella città calabrese affacciata sul mar Ionio. A crearla è stata Tina De Raffaele, che nella sua famiglia ha visto ammalarsi di tumore suo marito, sua nipote e ora anche se stessa. Le fotografie con un cartello in mano postate sul social network, in cui si racconta il perché ci si vuole “mettere la faccia”, ormai non si contano più. «Era come se tutti quanti in città aspettassimo un input. Ora stiamo sputando fuori quello che avevamo dentro», dice Tina. C’è chi racconta della morte della nonna, chi del papà e della mamma, chi di una cugina. E tutti ripetono: «Basta morti per tumore».

Crotone è una delle città più inquinate d’Italia. Non a caso, l’area compare nella lista dei Siti di interesse nazionale (Sin), cioè tra le aree contaminate considerate più pericolose dallo Stato e che necessitano di una bonifica. Che a Crotone, tra vari tira e molla, è stata avviata (in ritardo) nel 2010 da parte di Syndial, società del gruppo Eni che si occupa di risanamento ambientale.

Secondo quanto si legge nei documenti di Federambiente, quello che servirebbe nell’area (che include anche i comuni di Cerchiara e Cassano allo Jonio) è la bonifica delle «aree industriali dismesse, della fascia costiera contaminata da smaltimento abusivo di rifiuti industriali e del relativo mare prospiciente e di discariche abusive». I principali agenti inquinanti elencati sono zinco, cadmio, piombo, rame e arsenico. Costo di messa in sicurezza della zona: 41 milioni di euro. Per un’area di 530 ettari di terra e 1.452 di mare.

Del Sito di interesse nazionale crotonese fanno parte tre aree industriali dismesse - ex Pertusola, ex Fosfotec ed ex Agricoltura - una discarica e la fascia costiera. Nell’occhio del ciclone c’è soprattutto lo stabilimento ex Pertusola, la più grande fabbrica della Calabria per circa 70 anni (la società è stata operativa a Crotone dal 1932 al 1999). Nella sua struttura veniva prodotto lo zinco attraverso il trattamento delle blende, minerali costituiti quasi totalmente da solfuro di zinco, ma anche acido solforico, cadmio e altri composti metallici. L’acido solforico veniva sfornato anche negli stabilimenti “incriminati”, ex Fosfotec ed ex Enichem Agricoltura (confluita in Enimont a fine anni Ottanta e poi tornata nelle mani di Eni), attorno ai quali il terreno sarebbe contaminato sia a livello superficiale sia in profondità e della cui bonifica si occupa la Syndial Eni come soggetto responsabile della contaminazione.

A metà anni Ottanta Eni entra anche nel capitale sociale della Pertusola Sud, fino alla totale acquisizione da parte di Enirisorse nel 1997. L’anno dopo l’ex Pertusola viene messa in liquidazione. E nel 2001 il ministero dell’Ambiente dichiara gli stabilimenti Siti di interesse nazionale da sottoporre a bonifica. Ma del sito d’interesse non si è interessato granché nessuno per tanti anni, tanto che il processo di bonifica è stato avviato solo a partire dal 2010.


Il polo industriale di Crotone (Immagine tratta da “Ecoscienza” numero 3/2010)

I veleni sono venuti fuori con l’inchiesta “Black Mountains”. Secondo l’ipotesi di reato iniziale, dagli anni Novanta le cosiddette scorie cubilot, scorie vetrose nerastre prodotte dai forni della Pertusola, sarebbero state usate, mescolate con la sabbia e altri composti, come materiale edile (conglomerato idraulico catalizzato) per la costruzione di strade, piazze, scuole e un intero quartiere residenziale. Peccato che poi questi stessi rifiuti nella stessa indagine, che prende il nome proprio dal nome delle montagne nere formate dalle scorie cubilot, vennero classificati come “speciali e pericolosi”. L’inchiesta nel 2008 portò al sequestro di 18 siti tra Crotone, Cutro e Isola Capo Rizzuto, compreso il cortile della Questura di Crotone, le banchine del porto, ma anche scuole, strade e piazzali, dove secondo le perizie allora nelle mani della procura dal 1999 erano state realizzate discariche non autorizzate di rifiuti pericolosi (circa 350mila tonnellate).

Nella  consulenza fornita alla Procura di Crotone era stato scritto a chiare lettere che «le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene». Il sostituto procuratore della città Pierpaolo Bruni aveva chiesto il rinvio a giudizio di 45 persone (soprattutto dirigenti e dipendenti dello stabilimento) accusate a vario titolo di aver smaltito illegalmente gli scarti della lavorazione dell’ex Pertusola e provocato l’avvelenamento delle acque e il disastro ambientale della zona. Nel 2012 gli imputati sono stati tutti prosciolti dal gup della città, con conferma successiva anche da parte della Corte di Cassazione, alla quale il procuratore di Crotone era ricorso.

Colpe a parte, resta il fatto che, come si legge nei documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, l’area è afflitta da «un grave inquinamento ambientale determinato: A) dalla “ferrite di zinco” dello stabilimento “ex Pertusola” di Crotone; B) dalla “fibretta di amianto in polvere”, usata fino agli anni Novanta negli stabilimenti “ex Montedison” di Crotone; C) dalla “fosforite” derivante dalla produzione di fertilizzanti in questi ultimi stabilimenti». 

Eppure il Registro Tumori a Crotone è diventato operativo solo nel 2009 E nel primo rapporto presentato nel 2012, basato sui dati di circa 11mila cartelle cliniche tra il 2006 e il 2008, è venuto fuori che «per numero e incidenza delle patologie tumorali il crotonese risulta essere agli stessi livelli del resto del Meridione. Addirittura un po’ più in basso della media nazionale». In particolare, i tumori allo stomaco e i mielomi sarebbero «in percentuali superiori alle medie meridionali ma comunque inferiori alle percentuali nazionali». 

Secondo lo studio Sentieri sulla incidenza delle patologie nei Siti di interesse nazionale, però, nell’area crotonese si registrano “eccessi” per tutti i tumori, soprattutto tra gli uomini  Il tasso grezzo del totale dei tumori, rapporto tra numero di casi e popolazione di riferimento, riportato nello studio è di 160,6 per cento. Lo studio riporta le parole di un’indagine precedente: «Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle at- tività industriali dell’area, soprattutto di carattere professionale. Importanti sono anche gli eccessi per la cirrosi epatica e il diabete, d’incerta spiegazione (...)». Quello che si osserva, scrivono, è un «eccesso di mortalità per il tumore maligno della pleura sia tra gli uomini sia tra le donne». E, come ha ricordato Ermete Realacci in una interrogazione al ministero dell’Ambiente del 2008, anche l’Organizzazione mondiale della sanità si era occupata dell’area di Crotone. Queste le parole nel rapporto sullo stato di salute e ambiente in Italia: «Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle attività industriali dell’area, soprattutto di carattere professionale (…). Anche prescindendo dalle singole cause di morte, è inoltre da segnalare un eccesso di mortalità totale intorno al 10% in entrambi i sessi, ad indicare un carico negativo non trascurabile sulla salute». 

«È chiaro che l’incidenza è alta», commenta Tina De Raffaele. «D’altronde la chiusura della scuola elementare San Francesco, che sarebbe stata costruita con scorie tossiche, dimostra che qui qualcosa è successo. E che qualcosa di vero c’è». Come avevano ricordato in una lettera i genitori degli studenti di una delle scuole di Crotone, una relazione «del Dipartimento di Farmacia del'Università della Calabria, su un campione di 290 alunni, sostanzialmente afferma che dalle matrici biologiche (siero, urine, capelli) dei soggetti esposti a siti inquinati, emerge, seppure con specifiche differenze, la presenza in misura statisticamente rilevante di metalli pesanti come nichel, cadmio, piombo, arsenico». 

Quando Tina ha creato «per caso» il gruppo Facebook “Crotone ci mette la faccia”, non si aspettava una partecipazione così alta. D’altronde nella provincia solo il 40% della popolazione si sottopone agli screening di prevenzione. «Vent’anni fa si è ammalato mio marito, cinque anni fa mia nipote e io da poco ho scoperto di avere un carcinoma»  racconta. «Ma ora con tutte le adesioni che stanno arrivando non mi sento più sola quando vado a fare la chemio. La mia non è una guerra contro le istituzioni, ma una battaglia per il diritto alla salute». 

Twitter @lidiabaratta

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook