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15 Ottobre Ott 2015 1725 15 ottobre 2015

Sardegna, l’Antitrust punisce l’illusione dell’acqua pubblica

L’autorità per la concorrenza ha emanato una sanzione complessiva di un milione e 80mila euro per pratiche commerciali scorrette. Giusto per ricordare che la proprietà pubblica non risolve i problemi dei servizi idrici italiani

Acqua Pubblica Dublino
(Justin Sullivan/Getty Images)

A conclusione di un procedimento nei confronti di Abbanoa S.p.a., gestore unico del servizio idrico integrato in Sardegna, nella seduta dello scorso16 settembre l’Antitrust ha irrogato una sanzione complessiva di un milione e 80mila euro per pratiche commerciali scorrette realizzate nel periodo 2011-2015.

Abbanoa S.p.a., gestore unico a seguito di affidamento di tipo "in house providing", è interamente partecipata da enti pubblici locali: 342 Comuni e Regione Sardegna. Quella multa, pertanto, sarà pagata dai contribuenti sardi.

L’Antitrust ha irrogato una sanzione complessiva di un milione e 80mila euro per pratiche commerciali scorrette

Nel corso dell’istruttoria dell’Authority di settore sono emerse diverse condotte scorrette. Fra queste colpisce in particolare l’applicazione di procedure che ponevano a carico dei consumatori gran parte dell’onere di pagamento di acqua non consumata a causa di perdite occulte nell’impianto idrico.

Bene. Ricordate le battaglie referendarie del 2011 per l’”acqua pubblica”?

Una delle preoccupazioni principali dei comitati promotori era che quella di battersi contro “politiche liberiste che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione, provocando dappertutto degrado e spreco della risorsa, precarizzazione del lavoro, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione degli investimenti, diseconomicità della gestione, espropriazione dei saperi collettivi, mancanza di trasparenza e di democrazia”.

Abbanoa poneva a carico dei consumatori gran parte dell’onere di pagamento di acqua non consumata a causa di perdite occulte nell’impianto idrico

Sulla spinta di questa onda emotiva si arrivò ad abrogare sia la normativa che sanciva una netta preferenza per il ricorso al mercato nell'affidamento di servizi pubblici di rilevanza economica (primo quesito referendario), sia quella che consentiva di determinare la tariffa del servizio idrico tenendo conto anche «dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito» (secondo quesito).

Si trattava, in verità, di normative dettate da due semplici considerazioni di puro buon senso:

1) lo Stato e gli enti locali hanno storicamente dimostrato di non essere in grado di gestire in modo efficiente ed economico i servizi pubblici e sarebbe quindi necessario trasformarli da imprenditori a meri regolatori e controllori;

2) per incentivare i privati ad assumere la gestione di servizi pubblici in regime di concorrenza, sarebbe opportuno precisare che il capitale investito possa essere remunerato, benché entro certi limiti.

Normative che avevano due grandissimi pregi, ovviamente sottaciuti dai promotori del referendum: quello di sancire fortemente il principio dell’evidenza pubblica nell’affidamento dei servizi di interesse generale, limitando i casi di affidamento diretto senza gara (ossia quelli ove si concentra solitamente il malaffare) e quello di stabilire che la remunerazione in tariffa del capitale investito non potesse essere illimitata (principio, questo, che avrebbe dovuto essere caro ai promotori).

Inutile dire che l’acqua sarebbe rimasta in ogni caso quello che è sempre stata, ossia un bene pubblico essenziale, un bene comune, se vogliamo.

A seguito dell’abrogazione referendaria la grande maggioranza delle società che gestiscono il servizio idrico è naturalmente rimasta pubblica e gli enti locali continuano ad essere contemporaneamente proprietari, gestori e controllori (con tutte le aberrazioni che si manifestano quando il controllore nomina il controllato).

Anche se i referendum fossero stati bocciati, l’acqua sarebbe rimasta in ogni caso quello che è sempre stata: un bene pubblico essenziale, un bene comune, se vogliamo

Quanto all’ammontare della tariffa, si ricorderanno le parole di un grande sostenitore dei referendum come Nichi Vendola, che fu costretto ad ammettere che non vi sarebbe stata alcuna diminuzione, essendo «indispensabile fare i conti con la realtà» (Vendola sporco liberista).

Non serve nemmeno ricordare che la rete idrica italiana perde oltre il 30% dell'acqua che trasporta, con picchi del 50% al Sud, quanto nessun altro Paese europeo (in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia, che pure è un grosso problema, al 20,9%).

Si stima che per l’ammodernamento ed il mantenimento della rete servano circa 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi 30 anni. Cifre inimmaginabili per le tasche dei contribuenti.

Si stima che per l’ammodernamento ed il mantenimento della rete servano circa 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi 30 anni. Cifre inimmaginabili per le tasche dei contribuenti

In questo scenario ritenere che siano state le “politiche liberiste” a provocare “degrado e spreco della risorsa” è scorretto ed offensivo. Se non altro perché queste fantomatiche politiche non si sono mai affermate e sono state bloccate sul nascere.

Ovviamente avere impianti migliori abbasserebbe i costi di gestione, ma per avere impianti migliori l’unica strada è ricorrere ad una sana concorrenza di mercato in evidenza pubblica (valore, questo, snobbato dagli stessi referendari). Accettando anche di remunerare gli investimenti in tariffa? Ma certo, perché l’alternativa è quella di remunerare lo spreco ed il malaffare della gestione diretta senza controlli.

Il caso Abbanoa S.p.a. (uno dei tanti) è l’ennesima conferma che l’ente pubblico imprenditore è nemico di utenti e contribuenti.

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