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Novecento a pezzi
novecento a pezzi
9 Gennaio Gen 2016 1730 09 gennaio 2016

Possiamo fare a meno della rivoluzione?

Il Novecento è stato un secolo di rivoluzioni, mentre non si può dire lo stesso per gli anni Duemila. Almeno fino ad adesso

Rivoluzione
Soman/Wikimedia Commons

La rivoluzione russa. Quella cubana. E ancora, quella iraniana, messicana, dei garofani, di velluto. Il Novecento non ha lasciato passare un decennio senza che, nel mondo, non ci fosse qualche radicale sconvolgimento degli equilibri sociali e politici.

In confronto a quel secolo intenso, quello in cui stiamo vivendo sembra meno generoso di rivoluzioni. Nei primi anni dopo il Duemila si conta appena quella delle rose in Georgia e quella arancione, in Ucraina, mentre le cosiddette “primavere arabe” hanno portato in gran parte dei casi a esiti che è difficile definire davvero rivoluzionari (basti pensare all’Egitto).

Il panorama non è molto diverso se guardiamo alla cultura e alle arti: il Novecento inanella la rivoluzione del cinema, dell’arte astratta, della musica rock. C’è stata la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella informatica. In poche parole, il Novecento è stato un vero e proprio secolo di rivoluzione permanente, mentre gli anni Duemila sembrano cominciati con molto meno fervore rivoluzionario.

Perché oggi la rivoluzione, invece, sembra passata di moda? È la domanda da cui parte Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino, 2015), il breve libro nel quale lo storico Paolo Prodi si chiede appunto che fine abbia fatto quel marchio di fabbrica dei secoli passati.

Perché oggi la rivoluzione, invece, sembra passata di moda? È la domanda da cui parte Il tramonto della rivoluzione dello storico Paolo Prodi

Secondo Prodi, la rivoluzione è un tratto distintivo del nostro essere europei. La prima ad avere gettato le basi per formare quello che siamo ha oltre novecento anni: risale alla separazione tra potere politico e potere religioso dell’XI secolo, quella che sui libri di storia viene chiamata “riforma gregoriana” dal nome di papa Gregorio VII, e che si svolse all’incirca tra il 1075 e il 1122.

Dovettero poi passare diversi secoli perché nascesse la parola stessa rivoluzione. Che, a dire il vero, nacque nel campo dell’astronomia, quando Nicolò Copernico intitolò, nel 1543, il suo trattato sul movimento dei pianeti intorno al Sole De revolutionibus orbium coelestium. La forza e la fortuna del termine fu così grande che, più o meno un secolo dopo in Inghilterra, il «primo processo legale a un sovrano della storia dell’umanità» (l’espressione è di Prodi e il riferimento è all’esecuzione di Carlo I nel 1648) aprì la strada a quella che si sarebbe chiamata anche per i contemporanei Glorious Revolution. La “rivoluzione” era passata dai cieli al campo terreno degli sconvolgimenti storici.

Secondo lo storico, il vero carattere “rivoluzionario” della civiltà europea viene dal fatto che essa si sia dovuta confrontare continuamente con la separazione, propria dell’Occidente, tra il potere religioso e il potere politico; tra la legge degli uomini e la legge di Dio; tra la sfera privata, in cui aveva voce in capitolo la Chiesa, e quella pubblica in cui la parola era dello Stato.

La tensione verso la fine dei tempi, propria del messaggio religioso, e la volontà di creare istituzioni diverse e più giuste hanno portato, scrive Prodi, a un’inquietudine e a una continua lotta tra i due poteri che è il vero motore della “rivoluzione permanente” europea.

La parola “rivoluzione” nacque nel Cinquecento, nel campo dell’astronomia

E poi, che cosa è andato storto? Nel mondo contemporaneo, invece, sia la Chiesa che lo Stato hanno perso la presa sulle loro sfere tradizionali di competenza. Prodi osserva che la fine dello “Stato sovrano” coincide con la sua sostituzione da parte di «un nuovo monopolio del potere economico-politico che vaga dappertutto, senza fissa dimora, in Oriente come in Occidente, con sue capitali ma al di sopra dei confini».

Conclude Prodi: finiscono le ideologie, finisce il vecchio ordine delle cose, finisce anche la rivoluzione, perché non esiste rivoluzione senza visione alternativa del mondo.

Ma la rivoluzione non è esattamente scomparsa: piuttosto, è stata derubricata, depotenziata ad altre sfere rispetto a quelle tradizionali. Si può dire che, nel Novecento, la rivoluzione fosse ancora una cosa seria: si trattava di rovesciare regimi, di sovvertire l’ordine esistente. Poi, verso il finire del secolo e soprattutto nel successivo, la rivoluzione è rimasta confinata a pochi, specifici campi.

Non a caso oggi la rivoluzione per eccellenza è quella digitale, e cioè non una vera rivoluzione, quanto piuttosto un miglioramento tecnico che lascia intatta la struttura della società e, al suo interno, i rapporti di forza.

La rivoluzione digitale, a pensarci bene, presuppone solo un potenziamento di alcune caratteristiche della società pre-digitale

La rivoluzione digitale, a pensarci bene, presuppone solo un potenziamento di alcune caratteristiche della società pre-digitale: la rapidità di comunicazione, la possibilità di collegamento e di creare “reti”, fino alla maggiore facilità nell’accesso alle notizie e alle informazioni.

L’ideologia che la sostiene, se guardiamo ai suoi aspetti economici o politici, non presenta grandi novità rispetto a quanto c’era prima: per limitarsi ai rapporti economici, prima dell’arrivo dell’informatica e di Internet c’era l’impresa, e ora ciascuno può diventare imprenditore – così dice la vulgata – grazie agli strumenti forniti dalla “rivoluzione”. Può fondare una start-up o diventare imprenditore di sé stesso investendo piccole porzioni del proprio tempo o dei propri mezzi (la casa, la macchina) nella sharing economy, ma è difficile vedere in questi cambiamenti la creazione di un modello di economia davvero alternativo a quello del passato.

Seguendo Prodi, si può dire che la rivoluzione oggi abbia perso il suo carattere di pensare un futuro diverso, con l’abbandono della prospettiva religiosa (e delle religioni politiche) che immagina una fine dei tempi e la trasformazione radicale dell’uomo.

Si può avanzare un’altra ipotesi: che nella nostra società, con il suo straordinario miglioramento delle condizioni di vita, la rivoluzione sia scomparsa perché è stata rimossa la possibilità del conflitto. Per quanto la crisi abbia colpito duro in molti Paesi d’Europa negli ultimi anni, infatti, dal movimento di Occupy Wall Street alle proteste in Grecia e a quelle in Spagna che sono state il primo germe di Podemos, abbiamo visto nascere non rivoluzioni ma proteste.

Non abbiamo visto nascere idee radicalmente nuove e diverse della società, ma una richiesta di correzione di alcune storture

In altre parole, non abbiamo visto nascere idee radicalmente nuove e diverse della società, ma una richiesta di correzione di alcune storture, di alcuni errori o difetti a cui mettere mano per ottenere più giustizia, più democrazia. Non bisogna cambiare – rivoluzionare – il sistema, ma cambiare, ad esempio, le persone che lo gestiscono.

Così Podemos o Syriza hanno trovato naturale la strada di presentarsi alle elezioni, in altre parole di accettare tutte le coordinate fondamentali del “vecchio” sistema per far arrivare al potere, semplicemente, l’uomo onesto: Corso urgente di politica per gente decente (Feltrinelli, 2015), si intitola il libro più recente dell’ideologo di Podemos Juan Carlos Monedero. La cui retorica, non a caso, a volte richiama da vicino quella del nostro presidente del Consiglio.

L’opposizione, insomma, non è più tra classi (come nel marxismo) o tra forme di governo (come nella rivoluzione francese) ma tra parti della società vagamente definite e in definitiva indistinguibili: i pochi contro i molti, i ricchi contro i poveri, i ladri contro gli onesti. Non è facile fare la rivoluzione se il bersaglio è così vago.

Basta davvero questo per correggere quello che non funziona nella nostra società, nelle nostre economie? La crisi ha smesso in apparenza di mostrare la sua faccia più feroce e l’Europa sembra aver superato i momenti peggiori senza cambiare in profondità le sue strutture e l’ordine esistente. Ma non è detto che questo sia avvenuto grazie alla sua solidità di fondo, che anzi sembra esserne uscita piuttosto scossa.

Quello che manca è una vera capacità di pensare un mondo nuovo, una responsabilità a cui è venuta meno anzitutto la sinistra. Dalla Terza via laburista in poi, i partiti e i governi di centrosinistra europei negli ultimi trent’anni non sono ancora riusciti a presentare una proposta davvero alternativa a quella della destra, limitandosi a ripetere più o meno le stesse ricette – in primo luogo in campo economico. Per questo, un’altra società non sembra possibile, ma solo perché non è stata ancora immaginata. E quando succederà, tornerà a farsi vedere anche la rivoluzione.

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