17 Marzo Mar 2016 0810 17 marzo 2016

Quella folle e assurda paura per la deflazione

Non è vero che crescita e innovazione vanno sempre a braccetto con i prezzi in salita. Un po’ di esempi per sfatare lo spauracchio dell’Europa. E per ricordare che per risolvere i nostri guai bisogna guardare altrove

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DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

Sono giorni di deflazione in Europa e pure al Corriere della Sera, il vicedirettore Federico Fubini si è chiesto se è possibile modernizzare le nostre economie con prezzi in discesa. Rispondendo, ovviamente, che no, non è possibile. Il “virus dei prezzi che calano”: così ha chiamato la delfazione.

Segue una lista sulla grande paura deflattiva: consumatori che rimandano gli acquisti, fatturati che ristagnano, orrore dei debitori, fino alla paralisi dell’agenda riformista di paesi in debito di ossigeno come Italia e Spagna. Badate bene, tutto ciò a causa dell’inflazione vicina a zero, leggermente negativa, ma più o meno stabile da diversi trimestri.

Ma il teorema che vuole l’inflazione come condizione necessaria dell’innovazione e della crescita degli standard di vita non ci trova d'accordo. Sappiamo che molti lettori sono allergici ai grafici e ai numeri crudi delle scienze economiche, ma non esiste modo migliore per smentire questi assunti che rifarsi alle evidenze empiriche storiche disponibili, guidati dalla buona stella delle predizioni delle teorie economiche, che possono essere le più disparate o contro-intuitive ma che sono semplicemente falsificate se non riescono a sottostare al test empirico, soprattutto se basilare.

Il primo grafico mostra l’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, e del livello del prodotto pro-capite negli Stati Uniti nel XIX secolo. L’indice è posto uguale a 100, rispettivamente nel 1800 e nel 1901, ovvero a inizio secolo, per facilitare la comparazione con il livello finale . Una sola precisazione: con inflazione s’intende un aumento del livello generale dei prezzi nel tempo, più specificamente nel caso in questione di un aumento di un indice di prezzo di un paniere di beni di consumo rappresentativo del consumo delle famiglie del paese in considerazione.

Non siamo d'accordo con il teorema Fubini, che vuole l’inflazione come condizione necessaria dell’innovazione e della crescita degli standard di vita

Tenendo a mente possibili errori di misura, più probabili nel passato, emerge chiaramente come la deflazione storicamente sia stata associata a un aumento considerevole del livello di prodotto pro-capite, pari a fine secolo a tre volte il livello di inizio secolo, mentre il livello generale dei prezzi a fine secolo è stato la metà di quello di inizio secolo. Espansione del reddito associata a deflazione secolare, quindi. Avete letto bene. Succede, ovviamente, se l’inflazione è causata da uno shock alla produttività talmente pervasivo, com’è il caso della fine del XIX secolo. Soprattutto, notando nella parte destra del grafico, come l’inflazione sia un fenomeno che si è manifestato nel secolo successivo, con il passaggio a sistemi monetari di fiat money, e maggiore pervasività della finanza.

È certamente vero che una maggiore inflazione media è stata associata a una maggiore crescita media del prodotto, che a fine ventesimo secolo era sei volte il livello iniziale, ma è una delle tante non-sense correlations di cui abbondano i nostri giornali. Non ci stancheremo di ripeterlo: la crescita del prodotto pro-capite nel lungo periodo non dipende da fattori monetari o dall’indice generale dei prezzi. Sono l’innovazione tecnica e organizzativa, l’espansione del libero commercio e delle conoscenze il motore dell’innovazione. Anche a livello micro, tra le altre cose, la discesa esponenziale nei prezzi dei computer o di altri apparecchi digitali non impedisce alle imprese innovative del settore di investire e innovare, anzi! In più, non pare che la discesa dei prezzi impedisca ai consumatori di assalire ogni nuovo smartphone, che sebbene paia sempre uguale, anche a parità di prezzo in realtà è sempre più performante e utile al consumatore, e quindi con un prezzo relativo “corretto” in grande discesa. Comprendiamo che in aggregato molte delle intuizioni micro possano non valere, ma anche a livello macroeconomico, nessuna teoria - perlomeno, tra quelle confermate dai fatti - lega innovazione e inflazione, tanto meno a livello istituzionale.

Ciò che spesso sfugge, a chi s’interessa solo di crescite medie, è che ciò che più preme alle banche centrali, su suggerimento della teoria economica, è che l’inflazione sia “stabile” attorno a un livello vicino alle aspettative degli operatori economici. I quali, a loro volta, sono obbligati a rifarsi a valori nominali per tutta una serie di transazioni finanziarie. Ogni divergenza fra inflazione attesa e inflazione realmente realizzata causa un abbattimento del welfare dei consumatori e può, secondo alcuni modelli macro di breve periodo, avere impatti negativi sulla crescita, sebbene transitori. Perché confondere sempre le cose? Il trend è il trend, il ciclo è il ciclo. Quando l’indice generale dei prezzi scende, come nel caso dell’ultima recessione a causa di uno spostamento della domanda aggregata, è ovvio che la deflazione non sia causata da uno shock della produttività, come quello sperimentato nel XIX secolo. Ma questo non significa che le sorti del futuro umano siano legate a una leggera disinflazione, come pare suggerire il Corriere.

La tabella qui riportata cerca di condensare i concetti esposti. Sono mostrati gli indici statistici più conosciuti, come media e mediana, assieme a un indice di dispersione per ogni sotto-periodo, la deviazione standard, per inflazione e crescita del prodotto pro-capite. La crescita media nel 1800 è stata più bassa di quella del 1900 o attuale, sebbene, dalla seconda metà del XIX secolo, importantissime scoperte scientifiche e tecnologiche hanno permesso di aumentare il livello di produttività totale, con un’associata caduta del livello dei prezzi. L’accelerazione nel processo d’innovazione e d’integrazione dei mercati che ha seguito il secondo dopo guerra ha permesso di aumentare la crescita del prodotto, mentre nuovi sistemi monetari, di gestione e di regolamentazione dei pagamenti hanno portato con sé, principalmente negli 70, una più alta inflazione media.

La correlazione che più inflazione media comporti più crescita media, come ricordato, non ha senso nel lungo periodo. Ciò che ha senso, da un punto di vista economico, è che i sistemi monetari moderni, sebbene più proni a inflazione media più alta, hanno permesso di abbattere la varianza nella variazione del livello generale dei prezzi, mentre le politiche di stabilizzazione monetaria hanno aiutato ad abbattere la varianza nella crescita del prodotto, altro risultato davvero positivo e che spesso molti, anche fra gli addetti al lavoro, si dimenticano.

La deflazione può anche far paura, in un mondo oberato di debiti (cui però corrisponde, sempre un credito, un’attività va ricordato), ma non si deve dimenticare che più crescita, a parità di altro, aiuterà a sgonfiare anche debiti nominali che ora sembrano ingestibili. Il messaggio è sempre lo stesso, aumentare l’innovazione, investire in conoscenza, non avere paura della tecnica, evitare di cadere nella dittatura della contingenza del breve periodo, distinguere le relazioni strutturali da quelle transitorie. E non avere il terrore della deflazione secolare.

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