26 Maggio Mag 2016 1330 26 maggio 2016

Dattoli, Talent Garden: «I laureati in filosofia che vogliono fare i segretari mi fanno incazzare»

A 25 anni Davide Dattoli è Il fondatore della maggiore rete di co-working italiana. La scuola? Rovinata dalle famiglie. L'università? Rovinata dal 3+2 di Berlinguer. La chiave per lavorare? Seguire le passioni

Davide Dattoli

«Sono Incazzato. Sono incazzato perché è almeno il decimo CV di persona che conoscevo da piccolo che dopo una laurea in filosofia e votazione sopra il 100 mi scrive per un posto da segretaria o amministrativa». Così cominciava una provocazione lanciata su Facebook da Davide Dattoli, 25enne fondatore, nel 2012, della rete di co-working Talent Garden (Tag).
È seguita una ridda di commenti: apprezzamenti, critiche, risentimento e orgoglio da parte di chi filosofia l’ha studiata e precisazioni. Il succo del ragionamento è in uno dei passaggi più duri: «A 30 anni sarai fuori dal mercato del lavoro perché non sai fare nulla di utile e sei troppo vecchio, non lo dico io ma Almalaurea che dice che 2 su 3 sono disoccupati alla fine di molti corsi in Filosofia o Giurisprudenza. Perché ne formiamo troppi o su temi che culturalmente sono importanti ma lavorativamente non servono». Abbiamo chiesto a Dattoli di inquadrare il senso di questa provocazione, a partire dalla sua esperienza personale e aziendale.

Dattoli, partiamo da lei. Qual è stato il suo approccio al lavoro e allo studio?

Io ho fatto il liceo scientifico, quindi sono partito da una formazione piuttosto generalista, poi mi sono iscritto a Economia e commercio. Durante l’università ho cominciato da una parte a lavorare e dall’altra a fare una serie di corsi di formazione molto verticali, su quella che era la mia passione in quel momento, il digital marketing. Questo mi ha portato a un certo punto a lasciare l’università e focalizzarmi sull’esperienza lavorativa, prima come freelance, poi fondando una mia azienda, poi lavorando in una grande azienda e infine tornando a fondarne un’altra, Talent Garden.

Tra i commenti al post c’è chi dice: attenzione a dare delle ricette perché per ogni Dattoli che è riuscito ce ne sono altri venti o più che non ce l’hanno fatta. La differenza qual è stata tra lei e gli altri venti?

È quello che dicevo, il tema della passione. L’essere partito non dal dire “voglio lavorare” ma dal dire “mi piace fare delle cose, voglio provare a farle il più possibile nella mia vita” penso sia stata la cosa fondamentale.

Qual è invece un errore da evitare?

Secondo me è dire “io sono appassionato di una cosa, quella però è la mia vita privata e poi devo fare un lavoro” e quindi distinguere questi due elementi. Il valore aggiunto viene dal pensare: “la giornata è fatta di 24 ore, più o meno otto ore devo lavorare. Se riesco a rendere quelle otto ore qualcosa che mi piace fare, riesco di fatto a non lavorare mai”. C’era una bella frase che diceva “fai ciò che ti piace e non lavorerai un giorno della tua vita”.

Davide Dattoli, ceo e cofondatore di Talent Garden, nel Tag Calabiana (Fabrizio Patti / Linkiesta)

Il valore aggiunto viene dal pensare: “la giornata è fatta di 24 ore, più o meno otto ore devo lavorare. Se si riesco a rendere quelle otto ore qualcosa che mi piace fare, riesco di fatto a non lavorare mai”

Passiamo all’esperienza di Talent Garden. Voi quest’anno avete fatto una campagna di assunzioni che non si vede spesso nel mondo delle startup. Che giudizio dà di questa campagna di recruitment dal punto di vista delle persone che si sono presentate?

Noi negli ultimi due anni abbiamo assunto circa 35 persone, una cifra non banalissima. In realtà i ragazzi hanno veramente tutti i tipi di background, tutti i livelli, tutte le esperienze e soprattutto tutte le nazionalità possibili. Ci sono persone che si erano già trasferite in Italia e altre che abbiamo spinto a trasferirsi in Italia. Questo è un elemento fondamentale anche nella cultura del lavoro che si crea all’interno dell’azienda.

E che tipo di persone avete scelto?

Abbiamo voluto assumere sia persone che erano molto verticali su temi specifici - per esempio sull’architettura -, sia persone amministrative con più background economici, sia persone che avevano fatto tutt’altro tipo di studi e che però ci sembravano sveglie e preparate, pronte a fare, come nel nostro caso, un lavoro che non era classico. Non veniamo da un mondo in cui possiamo andare ad attingere da altri co-working, perché non c’è uno storico di settore.

Alla fine, chi ce l’ha fatta?

Nelle professioni molto nuove ce l'hanno fatta le persone che dicevano: “questo è proprio quello che mi piace fare. Voi siete in un ambito in cui io vorrei passare il resto della mia vita”. Quando non hai competenze specifiche in un dato campo, il tuo valore aggiunto è l'entusiamo: la cosa funziona molto bene per tutte le professioni più nuove. Per quanto riguarda le altre è diverso. Nell’ambito amministrativo il nostro responsabile finanziario è stato chiaro: un laureato in filosofia non ha il background perfetto per quel ruolo. L’ambito economico-finanziario italiano è molto complesso a livello burocratico, e spesso servono troppi mesi di tempo per formarlo. Mesi che l'azienda non ha.

Perché la fa incavolare che un laureato in filosofia si candidi per un posto amministrativo?

L’incavolarsi non deriva tanto dal fatto che uno non possa candidarsi ma dalla distanza tra le passioni di chi ha mandato il curriculum e il ruolo per cui si candidano. È questo il vero tema, il vero problema. Tu devi studiare, devi riuscire a fare qualcosa nella vita che parta da una tua passione. Se invece fai un percorso in cui i primi anni segui la tua passione ma poi arrivi a fare tutt’altro, che non ti rende felice, nel medio periodo non porterai valore all’azienda, non porterai valore a te stesso, diventerai alienato in un sistema che dice “un lavoro devo avercelo, qualcosa devo fare, ma spero alle 18 di uscire dall’ufficio”. Questa è una cultura che all’interno di Tag non piace. Non perché tu non possa uscire alle 16 ma perché se non metti il cuore in ciò che fai difficilmente riuscirai a produrre qualcosa di valore.

C’è spazio per laureati in filosofia in Talent Garden?

Assolutamente sì. Noi abbiamo tanti profili e tanti ruoli diversi. La laurea comunque è qualcosa che non chiedo mai. Forse perché io non sono laureato, non chiedo mai a una persona che laurea abbia. Chiedo invece che esperienze abbia avuto. Cosa sia riuscito a fare a livello di progetto personale, di volontariato, di passione.

La piscina del Talent Garden Calabiana di Milano (Fabrizio Patti / Linkiesta)

«È questo il vero tema, il vero problema: tu devi studiare, devi riuscire a fare qualcosa nella vita che parta da una tua passione. Se invece fai un percorso in cui i primi anni segui la tua passione ma poi arrivi a fare tutt’altro, che non ti rende felice, nel medio periodo non porterai valore all’azienda, non porterai valore a te stesso, diventerai alienato»

I laureati in filosofia e quelli in giurisprudenza ed economia sono da accumunare? Non hanno strumenti per leggere la realtà in modo diverso, anche dal punto di visto dei meccanismi economici?

È vero, ma se guardi il laureato in giurisprudenza è forse molto peggio di uno in filosofia.

Perché peggio?

La filosofia apre la mente e serve sempre nella vita. Su questo sono d'accordo. Mentre l’Italia è il Paese che ha più laureati in giurisprudenza in Europa e con più disoccupazione per questi laureati. È vero, ci sarà sempre bisogno di avvocati, ma sono percorsi troppo generalisti. Di questo abbiamo avuto occasione a Talent Garden di parlarne con tanti rettori di importanti università italiane e uno dei temi veri che si apriva è che la riforma del 3+2 non sta funzionando.

Dove sta il fallimento del 3+2?

L’idea era di dare nei primi tre anni una formazione orizzontale, che permettesse di prepararsi al mondo, e poi due anni di specializzazione. Questo però non ha funzionato: si è cercato di inserire anche nei tre anni elementi verticali, perché non tutti aggiungono il biennio. Mentre i bienni stessi sono diventati percorsi molto orizzontali che non portano valore vero, perché c’è molta distanza tra lavoro e formazione. Per questo la riforma oggi sta creando ancora più problemi: ha allontanato ancora di più i due mondi.

La soluzione?

Come Tag abbiamo provato a costruire una scuola professionale (la Tag Innovation School, diretta da Alessandro Rimassa, ndr) che vada ad abbinarsi al +2 e che dica ai ragazzi: “Dopo aver studiato costruisciti una tua professione. Non ti tengo in aula uno o due anni interi perché spesso non serve. Ti insegno le cose più importanti nel minor tempo possibile, perché l’esperienza vera la farai nella tua vita quotidiana”. Chiediamoci perché teniamo i ragazzi in aula cinque anni quando magari lo stesso programma lo potrebbero fare in molti meno anni, arrivando nel mercato del lavoro molto prima.

Che responsabilità ha il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca? “La Buona scuola”, l’alternanza scuola lavoro e la “Scuola digitale” sono stati un cambio di passo o è un mondo ancora tutto da rottamare?

Spesso si dice che il pesce puzza dalla testa, ma in questo caso in realtà al Miur stanno facendo tante cose. Noi ci lavoriamo spesso e negli ultimi anni c’è un team che sta facendo davvero delle belle cose. Il tema come sempre è che il sistema formativo italiano conta 1,2 milioni di persone. Dal Miur che definisce le linee guida all’implementazione nelle diverse città c’è troppa distanza. Personalmente sono molto favorevole a tutti i programmi di alternanza scuola-lavoro che nascono direttamente nelle scuole. Il problema è dei singoli senati accademici, dei singoli rettori, che spesso si fanno guidare più dal dire: “ho fatto laureare X studenti, questo mi porta X fondi”, piuttosto che dire “qual è il tasso di occupazione nella mia università?”. I due valori dovrebbero essere legati anche nel ricevimento di fondi.

Un’immagine del Tag Calabiana, a Milano (foto: sito aziendale)

«Il laureato in giurisprudenza è forse molto peggio di uno in filosofia»

Che responsabilità hanno invece le famiglie in questo mancato incontro tra domanda e offerta?

Ne hanno, sicuramente. Le famiglie, di amici o di amici di amici, dicono più o meno questo: “Se non sai bene cosa decidere, pensaci domani. Oggi fai un percorso che ti tenga aperte tutte le porte”. In realtà questa visione è frutto della cultura del Novecento, quando erano in pochi a pensare all’università. In realtà oggi si sta trasformando in un grande dramma. Noi diciamo ai nostri figli “aspetta a trovare la tua strada, arriverà da sola, non cercarla”. Allunghiamo sempre di più quella barriera e ormai abbiamo ragazzi che si laureano a 28-30 anni, con lauree ultra-generaliste, senza avere idea di cosa fare ed essendo ormai troppo senior per poter fare percorsi più junior, come una intership (stage, ndr).

Ci sono persone che la vedono in maniera molto diversa da lei, che vanno prese sul serio anche solo per il loro standing intellettuale, come Salvatore Settis. Cosa risponde a chi dice che chi studia cose molto tecniche rischia di schiantarsi contro un muro perché non ha gli strumenti per capire come il mercato cambierà?

Credo che il ragionamento abbia assolutamente senso. Io non penso che dobbiamo formare solo operai, salvo accorgerci dopo 10 anni che l’operaio - o il coder - non avrà più un lavoro. In realtà il tema è proprio l’opposto.

Cioè?

Se la scuola o l’università hanno lavorato solo sull’aprire la mente a uno studente, il risultato è che non tutti sono in grado poi di trovarsi una propria strada. È vero che c’è un 20 o 30 per cento, con nomi incredibili, che hanno fatto gli studi più disparati e poi hanno avuto successo nella vita. Ma il problema vero è che ognuno deve raggiungere il suo successo, che è personale e non di sistema. Per far sì che ognuno si realizzi deve fare dalla mattina alla sera ciò che gli piace. In ciò che gli piace, se anche c’è una professione verticale e tecnica non vedo nulla di male.

Ma il rischio di schiantarsi contro il muro?

Ci sono persone che si sono formate da giovani, che hanno capito da giovani come funziona un sistema, e che per quanto quel sistema si evolva saranno sempre in grado di seguirlo, di aggiornarsi. C’è stato un grande cambiamento rispetto al passato, non esiste più un concetto di formazione in cui tu fai l’università, ti formi e il resto della tua vita fai quella cosa. Oggi la formazione è continua. Soprattutto nel mondo digital, a cui come Tag ci riferiamo, devi aggiornarti ogni anno, anzi probabilmente ogni settimana. Noi stiamo lanciando una serie di attività, sul continuo aggiornamento professionale, che rimane per tutta la vita. Perché quello di oggi è un mondo che va troppo veloce. Uno dei motivi per cui l’università non sta riuscendo a stare al passo è perché è basata su cicli di professioni che cambiavano ogni 100-150 anni. Oggi le professioni nascono e muoiono nel giro di 5-6-7 anni. E quindi devi essere tu in grado di formarti molto velocemente, andare sul posto di lavoro e da lì continuare a riaggiornarti.

Ci fa un esempio di professioni che nascono e muoiono?

Purtroppo questa cosa io l’ho vista sul mondo dei social media. Fino a cinque anni fa non esisteva nessuno che facesse il social media manager, ed era la figura più ricercata sul mercato del lavoro. Due anni fa è diventato l’hype dei momento, oggi meno e probabilmente a tendere tra 3-5 anni nessuno cercherà più un social media manager perché si darà per scontato che sarà una competenza che avrà chiunque all’interno di una azienda. Spesso queste persone nel frattempo si sono evolute e, se sono state in grado di aggiornarsi continuamente, hanno preso altre funzioni aziendali.

«Noi diciamo ai nostri figli “aspetta a trovare la tua strada, arriverà da sola, non cercarla”. Allunghiamo sempre di più quella barriera e ormai abbiamo ragazzi che si laureano a 28-30 anni, con lauree ultra-generaliste, senza avere idea di cosa fare ed essendo ormai troppo senior per poter fare percorsi più junior, come una intership»

Un’immagine del Tag Calabiana, a Milano (foto: sito aziendale)

Lei citava anche il modello tedesco, con i numeri chiusi per le professioni. Quello però è un modello dove è dall’alto che si decide dove c’è bisogno di lavoro.

Sì, assolutamente. Il tema è che dall’alto c’è qualcuno che indirizza, non è che decide, quali debbano essere a livello macro i numeri per le diverse professioni. In Italia c‘è un grande problema culturale: facciamo laureare circa 20mila architetti in un anno che poi faticano a trovare un’occupazione. Mentre tutto il Politecnico di Milano fa laureare 200 ingegneri informatici l’anno. Sono d’accordo che non dobbiamo diventare tutti ingegneri informatici. Ma da 200 a 20mila stiamo parlando di una forbice enorme.

Cosa serve?

Serve un’istituzione che da una parte senta i bisogni del mercato, senta i temi culturali e dove il Paese si vuol posizionare per i successivi 20 anni. È ovviamente anche un tema politico. Ma permetterebbe di indirizzare almeno a livello macro un po’ delle numeriche ed evitare di ritrovarci con 200 ingegneri informatici a fronte di un milione di nuovi posti di lavoro richiesti in Europa nei prossimi anni nel digital. E con 20mila nuovi architetti quando in realtà di architetti ci sarà meno bisogno.

Quali sono i dinosauri della formazione che andrebbero abbattuti?

È un tema culturale che è a metà tra la famiglia e la singola università. Ed è purtroppo anche la cosa più difficile da abbattere perché non c’è qualcuno contro cui prendersela. Dobbiamo accelerare il cambiamento naturale che sta avvenendo, parlandone e discutendone il più possibile.

«Più che di generazione è un problema di Paese. Noi italiani siamo bravissimi nel lamentarci di più. Sarebbe ora di inserire un’ora di “come costruire una vita che ti piacerà” in tutte le scuole»

Ha ancora senso studiare latino e greco nei licei?

Secondo me è fondamentale. Parla uno che era assolutamente negato in queste materie. In realtà le ritengo fondamentali. Il problema è che si deve fare una scuola più intensa nei primi anni, ma poi nel momento in cui si diventa maggiorenni bisogna riuscire a essere molto più efficaci e mettere le persone il prima possibile nelle condizioni di costruirsi il proprio futuro. Quindi è bellissimo lasciare il latino e il greco nelle scuole superiori, ma cambiamo ciò che c’è dopo. Abbiamo bisogno di persone che a 22-23 anni siano in grado di operare e di fare ciò che vogliono fare della propria vita. Non lasciamoli fino a trent’anni. Perché è vero che la vita si allunga sempre di più, ma la competizione di un ragazzo di oggi non è più di un ragazzo di Milano verso un ragazzo di Bari, ma di un ragazzo italiano verso un ragazzo cinese, perché questo le aziende devono scegliere. E non dimentichiamo che a 22 anni sei anche più economico di uno di 30 anni.

Siamo una generazione capace solo di lamentarci invece di reagire?

Più che di generazione è un problema di Paese. Noi italiani siamo bravissimi nel lamentarci di più. Una provocazione che è uscita in un commento del post è quella di inserire un’ora di “come costruire una vita che ti piacerà” in tutte le scuole. Questo potrebbe essere il modo migliore per cominciare a costruire una generazione che impara non solo le nozioni ma anche a come costruirsi una propria vita fatta di soddisfazioni.

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