19 Luglio Lug 2018 0730 19 luglio 2018

Poveri Cinque Stelle: dovevano fare la rivoluzione, sono diventati la brutta copia della Lega

I sondaggi vanno male, la Lega li sorpassa, e i 5 Stelle che fanno? Iniziano a copiarli. Ma superare a destra Salvini è impossibile. Così Di Maio e soci si stanno condannando all'irrilevanza, lasciando un enorme vuoto a sinistra

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Alberto PIZZOLI / AFP

Il problema di Luigi Di Maio è che vorrebbe essere anche Matteo Salvini ma non ce la fa. E non soltanto perché gli manca il physique du rôle, esilino e azzimato com’è, a paragone con l’animale da preda padano. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un tentativo forsennato di rincorrere pose, movenze e parole d’ordine declinate al rialzo rispetto a quelle di Salvini. Il ministro dell’Interno furoreggia da settimane fra battaglie navali e tenzoni all’arma bianca con la sinistra robertosavianesca – in un crescendo di espettorazioni e barbagli di lame che polarizzano il discorso pubblico, abbrutendolo più d’un poco – e miete consensi a rotta di collo. Sondaggi (brutti assai) alla mano, il socio pentastellato deve aver preso coscienza d’una sopraggiunta lentezza di movimento e di favella; e di punto in bianco ha preso a spararle pure lui a pallettoni. Dalle dispute tragicomiche intorno al decreto Dignità fino al contenzioso aperto ieri con la Confindustria, per Di Maio è stato un rapido susseguirsi di azioni e reazioni incomparabilmente smisurate. La Confindustria fa “terrorismo psicologico”, il presidente dell’Inps Tito Boeri addomestica manine invisibili per compilare relazioni tecniche allarmistiche contro il padroncino dello Sviluppo e del Lavoro, le banche “devono pagare la loro arroganza”, i giornali sono “stampa spazzatura” e “devono vergognarsi” per quelle loro allusioni (fonte: il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti) intorno alle recentissime assuzioni ministeriali del leader pentastellato. Persino sul dossier immigrazione, duettando idealmente con il fantasmatico premier Giuseppe Conte, Di Maio sta provando a rubare un po’ di scena all’alleato-rivale Salvini: “Sicuramente posizione ferma e decisa da parte dell'Italia, perché non si può arretrare”.

Perché poi il punto è esattamente questo: Di Maio va a pesca di consensi con un amo privo di esca, pochi soldi a disposizione per finanziare la sua rivoluzione copernicana e tempi lunghissimi d’attuazione (previa copertura) per qualsiasi provvedimento. Nell’immediato, ripiega sulla dimensione passivo-aggressiva mostrando la faccia fosca, assumendo un atteggiamento involontariamente punitivo nei confronti delle imprese e spesso sprezzante quando si tratta di rimediare ai pasticci burocratici inevitabili per ogni debuttante come lui

L’impressione di fondo è per lo meno cacofonica, testimonia una debolezza di visione e una lucidità messa a dura prova dalla prova del governare. Che non è un pranzo di gala ma neppure un seminario della Link Campus University. Con ogni evidenza, Di Maio assiste sgomento e geloso alla reductio ad Mussolinim salviniana operata dai suoi odiatori, in un climax gaddiano (tendenza “Eros e Priapo”) nel quale il leader leghista assume le fattezze aggiornate del “Kuce, Truce, Grinta, Batrace, Capocamorra, Appiccata Carogna, Culone in cavallo, Somaro Principe, Mascelluto, Nullapensante, Maccherone Maramaldo” e così via… Tutta salute per il cattivo in capo del Viminale, depositario di un’energia fotonica che si accresce per attrito e ingigantisce la propria figura tribunizia a saldi invariati. Perché poi il punto è esattamente questo: Di Maio va a pesca di consensi con un amo privo di esca, pochi soldi a disposizione per finanziare la sua rivoluzione copernicana e tempi lunghissimi d’attuazione (previa copertura) per qualsiasi provvedimento. Nell’immediato, ripiega sulla dimensione passivo-aggressiva mostrando la faccia fosca, assumendo un atteggiamento involontariamente punitivo nei confronti delle imprese e spesso sprezzante quando si tratta di rimediare ai pasticci burocratici inevitabili per ogni debuttante come lui. Non sarebbe un dramma, se di mezzo non ci fosse la settima potenza industriale del mondo. È verosimile che la prossima governance confindustriale azzarderà un testacoda, alla ricerca d’un canale di comunicazione col nuovo potere. Ma intanto a patire maggiormente per l’abolizone dei voucher e la reintroduzione della causale è la massa critica delle microimprese manufatturiere sottorapprentate: non sono certo loro i poteri forti, epperò di voti ne mobilitano quanto basta per spaventare la Lega.

È anche possibile, e del resto Di Maio l’ha già ammesso, che nel medio periodo la sua intenzione sia quella di spaventare l’Europa per ottenere un maggior raggio d’azione e di spesa. Ma anche in questo caso si trova a inseguire Salvini, che a furia di testate contro i partner continentali è riuscito a rivendicare alcuni successi non soltanto simbolici (la Open Arms fa rotta verso la Spagna, rassegniamoci a molte altre dirette Facebook salviniane). Interessante forse come tattica, ma non proprio una brillante prova di strategia politica, per Di Maio, la fantasticheria di un improbabile sorpasso a destra sui temi caldi della sicurezza e delle migrazioni. Nel frattempo le politiche sociali scantonano verso i lidi di un sinistrismo massimalista e immaturo: più spazio per Giorgia Meloni, ossigeno per Forza Italia, defibrillatori per il Pd. Chi l’avrebbe detto.

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