21 Luglio Lug 2018 0745 21 luglio 2018

La strategia del terrore di Matteo Salvini, il ministro dell'interno che mette paura alla gente

L’allarme sicurezza in Italia è una percezione diffusa, ma poco confermata dai fatti: le statistiche parlano chiaro. Ed è anche l’ultima leva di Matteo Salvini per proporre un’Italia far west

Salvini_Linkiesta

Nessuno è più al sicuro? Matteo Salvini meglio di tutti conosce le paure di una parte di italiani, quella che non ci piace, e ha individuato i colpevoli: Elsa Fornero, i rom, gli sbarchi, le ong che “speculano sulla povera gente”, i burocrati europei che sono “lontani dai bisogni degli italiani”, Saviano e Gad Lerner in qualità di “falsi buonisti radical chic”. Da quando è Ministro dell’Interno ha iniziato una battaglia per difendere i confini, chiudere i porti, respingere gli irregolari. Meno di due settimane fa ha visitato i migranti nella baraccopoli di San Ferdinando e ha detto che serve bastonare chi sfrutta quei lavoratori, cacciare gli irregolari senza documenti, ripristinare le regole. Circondato dalle forze di sicurezza visitava le tende in cui dormono decine di persone in condizioni tragiche, e si faceva riprendere in una diretta Facebook. Anche gli immigrati lo riprendevano e gli chiedevano aiuto. Un’immagine simbolo del fallimento e della scomparsa della sinistra.

Il metodo Salvini è il “pugno di ferro”. Le condizioni per lo sbarco della Diciotti su suolo italiano? “I dirottatori scendano in manette”. Non importa che non ci fossero dirottatori e fosse una notizia fortemente esagerata: a quanto dice la mediatrice a bordo, i rifugiati, in un’incomprensione linguistica, minacciavano di lanciarsi in mare pur di non tornare in Libia. A uno di loro mancava un dito, glielo avevano tagliato in uno dei lager libici. In un tweet non ci sta tutto. Salvini si propone come l’uomo che riporta la legalità e le regole contro la pacchia italiana. E, sì, capisce il dolore di una madre, ma è al fianco di chi porta una divisa e fa solo il suo dovere, dice commentando il caso dell’ecuatoriano ucciso a Genova dalla polizia nel corso di un TSO. Semplice, diretto alla pancia. Proprio in quell’occasione promuoveva la sperimentazione del teaser per le forze dell’ordine in 11 città: «un importante deterrente», diceva lui, «uno strumento di tortura», replicava Amnesty International. I soliti buonisti.

La caratteristica dei più accesi sostenitori della deriva securitaria salviniana è immaginarsi al posto della vittima o di un suo famigliare, e pensare che la politica debba ragionare come il vecchio testamento, occhio per occhio dente per dente

Era il 2015 e Matteo Salvini lanciava il televoto: «Castrazione chimica per stupratori e pedofili. Da anni viene utilizzata come cura negli Stati Uniti, in Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia, Spagna, Polonia, Inghilterra. La Lega la propone da tanto tempo anche in Italia. Sareste d’accordo?». Sembrerebbe di no a giudicare dai commenti, sarà quel «cura» ad averli insospettiti: «Meglio la castrazione "fisica" come fanno in Messico», commenta uno, «bah! io sarei per la pena di morte...ma siamo un popolo di finti buonisti e bigotti quindi ci ho perso le speranze» dice un altro, qualcuno pare mostrare un timido dissenso «No..non sono d’accordo…» ma subito aggiunge che se uno è violento lo è anche da impotente e servirebbero pene alternative, del tipo «va sciolto nell’acido!». La caratteristica comune di queste persone è immaginarsi al posto della vittima o di un suo famigliare, e pensare che la politica debba ragionare come il vecchio testamento, occhio per occhio dente per dente, e non con astratte teorie sullo stato di diritto, il recupero del condannato, i diritti umani, le democrazie liberali. Tutte cazzate.

Oggi, tre anni più tardi, Salvini commenta su Twitter il fermo di un pregiudicato romeno di 34 anni per il presunto stupro di una barista cinese. «Per i colpevoli di questi reati zero sconti, pena certa da scontare solo in galera e castrazione chimica», ha scritto a colpo sicuro. Il ministro della giustizia Bonafede ha rilanciato: «Condanne esemplari per chi commette violenza sessuale, introducendo nuove aggravanti ed ulteriori aumenti di pena quando la vittima è un soggetto vulnerabile. È scritto nel nostro contratto di governo e lo faremo, statene certi!». Seguiteci dopo la pubblicità. Una politica in mano a social media manager che calcano la notizia del giorno, colpiscono alla pancia, giocano sulle emozioni e lanciano annunci di propaganda. E così i cittadini sono convinti che viviamo in un periodo di paura mai sperimentato dal dopoguerra, in un momento storico dove i crimini aumentano. Ma non è così.

Sulla sicurezza i dati ufficiali del Viminale riferiti al 2017 sono positivi: I delitti calano del 9,2%, le rapine calano dell’11%, i furti calano del 9,1%. Una riduzione rilevante che però non è presa in considerazione dalla politica che sostiene esattamente il contrario

I dati rilasciati quest'anno dall’indagine condotti dall’Istat sulla percezione della sicurezza dei cittadini, su un periodo di riferimento 2015-2016, forniscono un quadro articolato. Nonostante il miglioramento rispetto al report degli anni 2008-2009, ci sono due parametri in aumento. Anzitutto, gli italiani sono convinti per il 33,9% di vivere in una zona a rischio criminalità (e quindi di essere più esposti al pericolo rispetto al resto degli italiani), dato decisamente in aumento rispetto alla rilevazione precedente (+11,9 punti percentuali). Il secondo dato interessante è anche un dato stabile: Il 60,2% dei cittadini è (molto o abbastanza) preoccupato dei furti nell’abitazione. E come si fa a essere padroni a casa nostra a queste condizioni?

L’anziano in villetta spranga le porte per non far entrare i barconi di immigrati che gli rubano la pensione. A legittimare le sue paure ci sono le notizie di casi di cronaca più eclatanti e Matteo Salvini che le cavalca e propone soluzioni facili e appetibili: contrasto all’immigrazione clandestina (chiudere i porti), emergenza del terrorismo internazionale, e implementazione della legittima difesa che diventa: sempre legittima. Quindi qualunque reazione violenta contro chi entra nella nostra proprietà è giustificata, indipendentemente dall’effettivo pericolo. Perché si ragiona come «se succedesse a te o ai tuoi famigliari», e non come se lo Stato debba essere migliore di quel che faremmo noi in una condizione analoga.

La percezione dei cittadini, secondo l’Istat, è di uno scarso controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Pensano che lo Stato sia inadempiente. Eppure i dati ufficiali del Viminale riferiti al 2017 sono positivi: I delitti calano del 9,2%, le rapine calano dell’11%, i furti calano del 9,1%. Una riduzione rilevante che però non è presa in considerazione dalla politica che sostiene esattamente il contrario. Anziché indirizzare forze dell’ordine e risorse basandosi sui dati reali, in zone realmente a rischio, senza panico o allarmismo, si spaccia l’autodifesa come una possibile soluzione: armiamoci tutti. Come se non esistesse differenza tra furto e rapina in una deriva forcaiola e giustiziera in cui difendi con il fucile le catenine d’oro nel cassetto come se fossero in pericolo di vita.

Salvini dice che non si ispira al modello americano del far west ma al modello svizzero, solo che l’articolo 15 del Codice penale svizzero dice che chi viene attaccato ha il diritto di rispondere in maniera proporzionata, e anche lì esiste un eccesso di legittima difesa. Ma a chi importa la verità? Armarci tutti e al diavolo i dati, al diavolo i ladri, al diavolo l'umanità, al diavolo la politica. Nessuno è più al sicuro.

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