Cassa Depositi e Prestiti, ecco perché è l’unica arma in mano a Di Maio (e perché non può usarla)

Con la conquista di Cdp, i pentastellati sognano di riportare lo Stato nel mercato. E risolvere problemi come l'Ilva o Alitalia. Ma l'istituto ha meno soldi di quanto si possa immaginare. Per usarlo per certi scopi bisognerebbe modificarlo (difficile) e poi ricorrere all'odiato mercato

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ANDREAS SOLARO / AFP

28 Luglio Lug 2018 0745 28 luglio 2018 28 Luglio 2018 - 07:45
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La conquista è fatta, il M5S è stato molto abile e ha ottenuto la guida della Cassa depositi e prestiti. Ha messo in difficoltà Giovanni Tria, il ministro dell’economia azionista di maggioranza con l’85%, e ha imposto come amministratore delegato Fabrizio Palermo, bocciando Dario Scannapieco, il candidato preferito da Tria. Il ministro, in compenso, ha salvato Daniele Franco a capo della Ragioneria generale dello stato e ha mantenuto al suo fianco Alessandro Rivera come direttore generale, evitando il peggio. Nel cda della Cassa, Tria può contare sull’economista Luigi Paganetto nominato vicepresidente, su Fabrizia Lapecorella direttore generale delle finanze, sulla giurista Fabiana Massa Felsani: insieme formano una sorta di barriera istituzionale che dovrebbe compensare appetiti e velleità giallo-verdi. Di Maio ha indicato l’imprenditore napoletano Francesco Floro Flores che aveva lavorato alla Olivetti di Pozzuoli e Salvini ha beneficiato Valentino Grant, anche lui campano, esponente di spicco della Lega meridionale. Le fondazioni oltre al presidente hanno due consiglieri: Matteo Melley da La Spezia e Alessandra Ruzzu dal Banco di Sardegna.

Nel gioco di specchi che ha guidato il manuale Cencelli in edizione populista, Salvini ha preferito le Ferrovie, e chissà se ha fatto bene: le Fs sono piene di guai (si pensi ai collegamenti locali che il ministro dei trasporti Toninelli vorrebbe potenziare) e povere di quattrini, la Cdp invece ha soldi da spendere, anche se molti meno di quelli che pentastellati e leghisti immaginano. Proprio questo è uno dei primi problemi che Palermo deve affrontare. L’ad non è un grillino paracadutato dalla Casleggio & associati, ma è un manager interno, già direttore finanziario, che conosce bene la macchina, le sue potenzialità e i suoi limiti. Presa la Cassa adesso si tratta di usarla, tuttavia non può essere “aperta con l’apriscatole” come i nuovi padroni minacciano di fare con le aule del parlamento le quali non sono (ancora) sorde e grige, ma sono (già) vuote.

Un attento osservatore dice che la Cdp piace così tanto a Di Maio che ne vorrebbe addirittura due. E non è solo una battuta. Due, del resto, sono le funzioni principali di questa istituzione: finanziare gli enti locali e investire in settori strategici per rafforzare lo sviluppo. Rimasta sempre la stessa in un secolo e mezzo, ha cambiato pelle almeno tre volte da quando nel 2003 Giulio Tremonti, allora ministro del Tesoro, ha portato dentro come azioniste di minoranza le fondazioni di origine bancaria, grazie alle quali ha potuto uscire dal perimetro della spesa e del debito pubblico. Adesso, almeno interpretando i messaggi plurimi e confusi, si vorrebbe trasformarla ancora una volta. Come e per che cosa?

Un attento osservatore dice che la Cdp piace così tanto a Di Maio che ne vorrebbe addirittura due. E non è solo una battuta. Due, del resto, sono le funzioni principali di questa istituzione: finanziare gli enti locali e investire in settori strategici per rafforzare lo sviluppo

L'idea di fondo è farne una sorta di banca pubblica d’investimento o fondo sovrano, con lo scopo di riportare lo stato nel mercato, la mano pubblica nell’industria e nei servizi, avviando così una nuova ondata di nazionalizzazioni. Il vero progetto, anche in questo campo, è invertire il percorso degli anni Novanta, quello che ha agganciato l’Italia alla globalizzazione e all’euro. I primi dossier che Palermo si trova ad affrontare, dunque, sono l’Ilva, l’Alitalia, gli equilibri nella proprietà della Tim, dove la Cdp è entrata come azionista a fianco del fondo americano Elliott contro i francesi di Vivendi, l’eventuale scorporo della rete telefonica e la banda larga.

Cominciamo da Taranto. Non è chiaro se ci riuscirà, ma sembra evidente che Di Maio voglia spingere fuori l’Arcelor Mittal e rifare la gara per il centro siderurgico. Operazione che nasconde un retropensiero tutto politico, da regolamento dei conti: liquidare l’arcinemico Carlo Calenda dimostrando che la vendita agli indiani è stata un pasticcio se non proprio un imbroglio. Può darsi che abbia già qualche carta di riserva. Forse pensa a una cordata italiana, tipo quella che si era formata attorno a Giovanni Arvedi, in ogni caso la chiave di tutto è la partecipazione della Cdp come azionista e garante.

In Alitalia, la Cassa dovrebbe essere il perno di una soluzione mista, trasformando in azioni il prestito di 900 milioni di euro, coinvolgendo i fondi pensione e qualche nuovo capitano coraggioso. La Filt Cisl ha presentato al governo una proposta del genere e anche Giovanni Castellucci l’amminstratore delegato di Atlantia che controlla l’aeroporto di Fiumicino, ha suggerito di trasformare i dipendenti in azionisti come in Air France. Atlantia è interessata a salvare Alitalia e ritiene che un vettore nazionale sia importante anche per potenziare lo hub romano. Chissà cosa ne pensano i leghisti che hanno sempre voluto depotenziare Fiumicino a favore della sfortunata Malpensa? In ogni caso, il fatto che si muova la corazzata dei Benetton fa immaginare che sotto il gran fumo su Alitalia ci sia almeno un focherello.

Per le telecomunicazioni, rispunta la società unica della rete nella quale far confluire anche le infrastrutture della Tim. «Stiamo attenti che la rete in rame non sia un pacco», dice Di Maio, segno che il dossier è aperto e lui pensa di trattare sul prezzo. Ma la Cdp parte con due handicap. Il primo riguarda il suo ingresso nel capitale di Tim. L’operazione è già costata cara, vista la perdita secca in borsa. E ci si chiede perché mai la Cassa si sia schierata in modo tanto plateale con Elliott il quale, come nella natura di un fondo, non vuol fare certo da azionista di lungo termine. Il secondo problema si chiama Openfiber, la joint venture con Enel, un’altra idea renziana rimasta in mezzo al guado. Si tratta, in ogni caso, di investimenti massicci e a rischio elevato. Sono davvero compatibili con la natura e lo statuto della Cdp il cui compito primario è finanziare gli enti locali usando i 250 miliardi di euro provenienti dai libretti postali?

La Cdp, in un anno, ha dato all’economia italiana tra interventi diretti e indiretti trenta miliardi che hanno attivato investimenti per altri venti. Niente male, ma una goccia nel mare dei sogni giallo-verdi. Può fare di più? Forse, però deve avere più capitale, ricorrendo non al Tesoro, ma all’odiato mercato

Nel 2015, entrata nel piano Juncker di investimenti europei, ha assunto lo status di Istituto di promozione nazionale. Ciò le consente senza dubbio di fare quel che prima le era interdetto, ma si tratta soprattutto di gestire progetti di investimento nelle infrastrutture, non partecipazioni azionarie. Per statuto, non ha come obiettivo di aumentare i propri profitti, bensì deve aiutare l’economia del Paese. I cambiamenti degli ultimi dieci anni hanno già assottigliato troppo il confine tra le due attività, aumentando i rischi. In pratica, la Cassa impiega il denaro del risparmio postale, quello che raccoglie emettendo obbligazioni proprie, e la quota conferita dal Tesoro, anche per acquistare partecipazioni societarie. Ce ne sono decine in portafoglio: le Poste, l’Eni, la Snam, Terna, tanto per fare alcuni esempi. A uno dei suoi bracci operativi, la Cdp Equity, già Fondo strategico italiano, al quale fanno capo Ansaldo energia, Open fiber (la joint venture con l’Eni per la banca larga), Saipem, Rocco Forte hotels, Trevi, Valvitalia, Fsi investimenti e Fsia investimenti. Il tutto per circa tre miliardi che nel 2016 hanno prodotto una perdita cumulata di 185 milioni.

Per usare la Cassa allo scopo di risolvere crisi industriali, il governo dovrebbe estromettere le fondazioni o convincerle obtorto collo ad accettare una modifica. Ma il loro gran capo Giuseppe Guzzetti, è stato chiarissimo: «Se si vogliono fare cose strane, come si è tentato per Alitalia, ci opporremo in tutti i modi. Il risparmio degli italiani non si può mettere a rischio. Ricordo che da statuto abbiamo il voto di blocco e, se non bastasse, lo strumento del recesso». Se le fondazioni mollano, la Cdp torna tutta di stato aumentando così il debito pubblico.

L’ostacolo può essere aggirato creando una banca d’investimento, una Mediobanca di stato? Bisognerebbe tirar fuori un bel pacco di miliardi e dotare il nuovo soggetto del patrimonio necessario a rispettare i requisiti stabiliti dalla Bce che a quel punto eserciterebbe la sua funzione di vigilanza anche sulla Cdp. Una circostanza che non piace certo né a Di Maio né a Salvini. Inoltre, di quattrini il governo non ne ha, né Tria può stampare moneta a go go. È vero che la Cassa attinge a un grande bacino di risparmio privato, come abbiamo visto, ma il patrimonio netto consolidato è di 35 miliardi e non può bruciarlo in operazioni dissennate. La Cdp, in un anno, ha dato all’economia italiana tra interventi diretti e indiretti trenta miliardi che hanno attivato investimenti per altri venti. Niente male, ma una goccia nel mare dei sogni giallo-verdi. Può fare di più? Forse, però deve avere più capitale, ricorrendo non al Tesoro, ma all’odiato mercato. Siamo sempre lì, un circuito vizioso che non può essere spezzato né con la buona volontà né con un atto d’impeto.

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