ToDays non è solo un successo di pubblico, ma un modello di integrazione possibile tra arte e periferia

Finita la quarta edizione, che ha registrato un completo sold-out, la manifestazione di musica alternativa che da anni chiude l'estate torinese si dimostra capace di accendere i riflettori su un territorio, la periferia, spesso dimenticato e lasciato a se stesso

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Dalla pagina Facebook del ToDays / foto di Loris Brunello

8 Settembre Set 2018 0745 08 settembre 2018 8 Settembre 2018 - 07:45

Nei giorni di ferragosto, mentre gli organizzatori del ToDays stavano affinando gli ultimi dettagli per reggere al meglio la quarta edizione del festival che, dal 2014, ha l’onere di chiudere l’estate musicale torinese, arriva la notizia che avrebbe steso praticamente tutti. Gli headliner assoluti nella manifestazione, i My Bloody Valentine, uno dei più importanti gruppi della storia della musica indipendente, un colpaccio messo a segno dal festival, che aveva contribuito ad accendere ancora di più i riflettori sulla città, annullano la loro partecipazione per problemi personali. Senza colpo ferire, appena 48 ore dopo, vengono annunciati i sostituti: i Mogwai. La band post-rock che tutti gli appassionati del genere hanno già visto quelle dieci o quindici volte negli ultimi anni (vengono in Italia a ogni occasione utile), ma di sicuro un rimpiazzo di qualità. Dimostrazione, questa, che ToDays è ormai una manifestazione matura, con una sua credibilità e una sua identità specifica in grado di attrarre band di primissimo rilievo del panorama internazionale.

Tre giorni andati sold-out, con oltre 30 mila presenze, in tutti e due gli spazi principali della manifestazione. Lo Spazio 211, dedicato ai concerti più “rock”, con le esibizioni — tra gli altri — dei War On Drugs (ormai a loro agio nell’essere sostanzialmente l’evoluzione di tutto l’Adult Oriented Rock che dovremmo odiare e che invece, tutto sommato, un po’ ci piace veramente), degli Echo & the Bunnymen (con un Ian McCulloch in forma superlativa, a 60 anni ne dimostra 40 e canta con un magnetismo e un carisma che è rimasto intatto), degli Editors (invero poco convincenti al netto di una grande presenza scenica e una capacità di crederci molto elevata nonostante le loro canzoni siano sempre un po’ spuntate). E poi l’area dell’ex-Incet, la classica fabbrica riqualificata che si è aperta alla musica elettronica e hip-hop. Dai Coma_Cose a Cosmo passando per i Mouse on Mars.

ToDays è ormai una manifestazione matura, con una sua credibilità e una sua identità specifica in grado di attrarre band di primissimo rilievo del panorama internazionale

Quello che è particolarmente interessante del progetto ToDays, però, oltre la line-up (ci sarebbe da parlare anche delle meravigliose esibizioni di Bud Spencer Blues Explosion, del circo freak messo in piedi prima dai King Gizzard & the Wizard Lizard, poi da Ariel Pink, delle trame post-rock dei Mogwai), è il fatto che l’intero festival si muove e si sviluppa in una periferia di Torino. Dallo Spazio 211 — storico locale della scena alternativa che molto ha fatto per riqualificare il territorio di Barriera di Milano — alla ex fabbrica Incet c’è una camminata di circa 20 minuti in uno scenario urbano sospeso tra case popolari vecchio stile, con ancora l’eco del vecchio indotto Fiat, e i nuovi palazzo classe A, sponsorizzati dagli annunci come “grandi occasioni d’investimento”. Un quartiere in cui l’unico orizzonte di svago e consumo è rappresentato dai centri commerciali. Per questo è bello vedere che almeno per tre giorni l’anno un posto del genere può essere al centro di una manifestazione capace di attirare migliaia di persone (anche da tutta Europa, come nel caso di Vic, il bambino belga superfan degli Editors che ha guardato tutto il festival sulle spalle del padre e diventato mascotte ufficiale della manifestazione) che vengono apposta per godersi della musica.

Insomma, ToDays — che, ricordiamo, è un festival organizzato dalla Città di Torino attraverso la sua Fondazione per la Cultura — dimostra che c’è una via possibile per integrare per davvero il mondo della musica (e, per esteso, delle arti performative) e le famigerate periferie, buone solo per le campagne elettorali salvo dimenticarsene poi nella vita di tutti i giorni. Forse certe esperienze dovrebbero essere messe a sistema e rese “normali” non solo per i tre giorni l’anno in cui si accendono i riflettori. Perché quando la musica finisce, e tutti noi hipster del centro ce ne torniamo a casa, quello che restano sono i sempre loro: i palazzoni e i centri commerciali.

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