11 Settembre Set 2018 0725 11 settembre 2018

Al Qaeda e Isis, chi? La guerra al terrore è finita (ma ricomincerà, quando servirà un nuovo pretesto)

Fino a qualche anno fa lo scontro di civiltà sembrava un destino ineluttabile: oggi i nemici dell’Occidente sono Russia e Cina e ci si preoccupa per i nazionalismi di ritorno. È la fine di un’era? No, per nulla. Basta una miccia per far riesplodere tutto

Bin Laden Linkiesta
SVEN NACKSTRAND / AFP

Dopo l’11 settembre 2001 la guerra al terrorismo islamico è stata per molti anni la priorità dell’Occidente. Almeno a parole. La guerra in Afghanistan del 2001 ha sicuramente colpito il regime dei Talebani, che davano ospitalità ai campi di addestramento di Al Qaeda, ma è servita anche a portare le truppe americane a ridosso dei confini dell’area di influenza strategica russa. In quel periodo infatti furono aperte basi militari degli Usa anche nell’ex repubbliche sovietiche dell’Uzbekistan e del Kyrgyzistan (poi chiuse rispettivamente nel 2005 e nel 2014). La guerra in Iraq, poi, era chiaro fin da subito che non avesse a che vedere con il terrorismo, quanto con il desiderio degli Usa di espandere la propria influenza in Medio Oriente e in particolare sulle risorse petrolifere di Baghdad. Ma all’opinione pubblica è sempre stato raccontato che quelle guerra servivano a impedire altri attentati terroristici, perché quella era “la Battaglia” da combattere.

Poi però è arrivata la crisi economica, prima negli Usa e poi in Europa, e – complice il rallentamento degli attentati compiuti da Al Qaeda in Occidente, dopo New York (2001), Madrid (2004) e Londra (2005) – la guerra al terrorismo è scivolata in secondo piano, almeno fino al 2014-2015. In quegli anni infatti è esploso il problema dello Stato Islamico. Nato a cavallo tra Siria e Iraq, lo Stato Islamico è riuscito a diventare lo spauracchio dell’Occidente, con uno stillicidio quotidiano di violenze brutali e devastazioni. Poi il terrore è arrivato nelle strade delle città europee: Parigi, due volte, Bruxelles, Londra, Manchester, Berlino, Nizza. Il modus operandi del terrorismo islamico era cambiato: salvo rare eccezioni gli attentati non erano l’opera di cellule organizzate, collegate con l’organizzazione terroristica “madre” e con obiettivi altamente simbolici, ma di “lupi solitari”. Questi si sono rivelati spesso soggetti emarginati, piccoli criminali radicalizzati sul web, non di rado con problemi mentali, che colpiscono in modo imprevedibile e disorganizzato, rendendo quasi impossibile la prevenzione.

Ma la fiammata della paura del terrorismo islamico dell’Isis è durata relativamente poco. Caduti i domini territoriali dello Stato Islamico, conquistati un po’ dal regime siriano alleato della Russia e dell’Iran e un po’ dai curdi siriani appoggiati dagli Usa, e scomparsi o quasi gli attentati dei “lupi solitari” in Europa, il principale problema dell’Occidente è diventato l’immigrazione, anche al di là dei suoi legami – del resto pressoché inesistenti – col fenomeno terroristico. Al massimo affiancato, di nuovo, dall’economia.

Sono passati 17 anni da quando furono abbattute le torri gemelle e la guerra al terrorismo islamico non è più così importante. L’amara verità è che non era così importante nemmeno 15 anni fa, quando veniva usata come pretesto per portare avanti agende geopolitiche con radici ben più profonde

E che il problema del terrorismo islamico sia stato derubricato, anche nella narrazione occidentale, a problema secondario lo dimostrano una serie di elementi. In Siria il problema principale per gli Usa è tornato ad essere il dittatore Assad, con la preoccupazione che torni a usare armi chimiche contro la popolazione civile. Non la presenza di Al Qaeda nella provincia di Idlib, che sta per essere attaccata da Mosca e Damasco, con l’opposizione della Turchia. La situazione in Iraq, che dell’Isis è stato la culla, viene sostanzialmente ignorata e il malcontento della minoranza sunnita viene trattato dalla diplomazia americana come un problema secondario. L’Iran, che era stato reintegrato nella comunità internazionale dal “nuclear deal” voluto da Obama e si era rivelato un alleato dell’Occidente nella guerra al terrorismo sunnita dell’Isis, è stato nuovamente ghettizzato da Washington. La causa palestinese viene trattata senza particolari riguardi dall’amministrazione Trump, che evidentemente non teme la ritorsione di Hamas o di Hezbollah possa rappresentare particolari problemi per Israele. In Yemen, dove Al Qaeda continua a controllare vaste aree del Paese, il problema è far vincere agli alleati di Riad lo scontro coi ribelli sciiti Houthi. In Afghanistan, dove pure i Talebani stanno guadagnando terreno e l’Isis pare aver messo radici, si discetta più di come ritirare le truppe che di come evitare che si creino “paradisi” per fanatici islamici. La Libia, disgregata nell’anarchia di mille fazioni armate, ci preoccupa se non trattiene i migranti africani, non se rischia di diventare (nuovamente) terreno fertile per l’estremismo islamico. E via dicendo.

Sono passati 17 anni da quando furono abbattute le torri gemelle e la guerra al terrorismo islamico non è più così importante. L’amara verità è che non era così importante nemmeno 15 anni fa, quando veniva usata come pretesto per portare avanti agende geopolitiche con radici ben più profonde. Quel velo adesso sembra caduto. La competizione tra potenze è sotto gli occhi di tutti e nessuno cerca di nasconderlo: nelle strategie Usa gli avversari da contrastare sono la Cina e la Russia, e Mosca e Pechino reagiscono specularmente (l’Europa traccheggia, col rischio di essere dilaniata tra competitors più forti se non saprà trovare una sua unità e una sua forza). C’è il rischio che la guerra al terrorismo torni in primo piano? Probabilmente. Basterà un nuovo attentato clamoroso, che potrebbe causare miriadi di dichiarazioni e forse qualche reazione estemporanea. O, più probabilmente, servirà un vecchio pretesto per una nuova guerra.

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