6 Ottobre Ott 2018 0557 06 ottobre 2018

Alessandro Rosina: «Ignorati dalla politica e sfruttati dal mercato. I giovani sono stati messi in panchina»

Dialogo con Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano e Coordinatore del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo sulle nuove generazioni e sul loro futuro nel Paese con il più alto numero di inattivi in Europa

Young Linkiesta
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Ignorati dalla politica, sfruttati dal mercato, iperprotetti dai genitori. Ecco il tagliente telegrafico ritratto che Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano e Coordinatore del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, traccia della condizione delle nuove generazioni italiane.

“Ignorati dalla politica perché larga parte della classe dirigente italiana non sa cosa siano le nuove generazioni, un po’ per carenza di propri strumenti culturali e un po’ per disinteresse. In questo sistema rigido, poco aperto al mondo che cambia, con meccanismi di ricambio inceppati, il vantaggio va tutto alle componenti della società orientate a difendere le rendite del passato a discapito di chi vuole produrre nuovo benessere futuro. In compenso, esiste nel nostro paese una grande disponibilità di aiuto da parte di madri e padri, culturalmente predisposti a dare di tutto e di più ai propri figli in cambio del piacere di sentirsi parte attiva nella costruzione del futuro che immaginano per essi. Il rischio è però quello di scadere, appunto, nell’iperprotezione e nell’eccesso di protagonismo sul destino dei figli accentuando dipendenza e insicurezza. In generale, le vecchie generazioni non hanno ben chiaro quali siano le sensibilità specifiche e le vere potenzialità delle nuove generazioni, tendono invece a riversare propri schemi e aspettative sui giovani in funzione di una propria idea (superata) di paese.

Questo errore di impostazione è anche alla base della condizione di sfruttamento lavorativo. Anziché creare crescita e sviluppo, miglioramento di prodotti e servizi attraverso il capitale umano e la capacità di innovazione delle nuove generazioni, le aziende sono state incentivate a resistere sul mercato tenendo basso il costo del lavoro e sfruttando il più possibile i nuovi entranti. Si è preferito così prendere il giovane disposto a farsi pagare di meno che quello con potenzialità su cui investire per migliorare produttività e competitività dell’azienda. Questo paese deve ancora dimostrare con i fatti di credere nelle nuove generazioni e di considerare i giovani non il problema di una società in declino, ma la risorsa più preziosa di un paese che vuole crescere al meglio delle sue potenzialità.

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto al resto dell’Europa (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?

L’Italia sta rischiando di compromettere seriamente il proprio futuro. Ad evidenziarlo sono, in particolare, due indicatori che hanno raggiunto negli ultimi anni valori negativi record. Il primo è il numero delle nascite (sceso al valore più basso dall’Unità d’Italia ad oggi), il secondo è, appunto, il numero dei Neet (che risulta essere, in termini assoluti, il più elevato in Europa). La combinazione di tali due indicatori fornisce evidenza dell’entrata in una spirale di degiovanimento quantitativo e qualitativo che avvita verso il basso le condizioni delle nuove generazioni e indebolisce il loro ruolo nei processi di sviluppo del paese. La narrazione dei giovani incapaci e indolenti in un paese destinato a un futuro di marginalità, non deve però diventare una profezia che si autorealizza. Le nuove generazioni devono incaricarsi di dimostrare di essere diverse da come vengono dipinte da chi le ha ingabbiate nelle condizioni attuali e che un destino diverso è possibile. Il successo di questo dipende soprattutto dai giovani stessi - dal loro impegno a capire la realtà che cambia e agire come protagonisti in essa - ma può essere notevolmente favorito dalle generazioni più mature, se passeranno dal far pesare il loro giudizio ipercritico sulle nuove generazioni a riconoscere il valore aggiunto di cui i giovani sono portatori e aiutarlo ad emergere al meglio delle sue possibilità. L’investimento sulle nuove generazioni richiede generosità e intelligenza, perché ha bisogno di risorse economiche e intellettuali, oltre che di riconoscimento che ciò che migliora la capacità di essere e fare dei giovani aumenta in prospettiva il benessere di tutti.

Qual è la ricetta per recuperare la fiducia di questi giovani ?

Vanno prima di tutto riconosciuti, non per quello che manca e che il passato non può più assicurare, ma attraverso quello che essi possono essere e dare nel contribuire concretamente a costruire un futuro migliore, facendolo diventare un luogo nel quale portare con successo proprie sensibilità, passioni e valori. Per quanto possa apparire (e in effetti sia) problematico il presente, è però anche vero che il futuro non è qualcosa che può essere rubato. E’ un luogo che nessuno ancora conosce e in cui nessuno è stato. Più che indurre i giovani a chiedersi quale futuro li aspetta, dovremmo incoraggiarli a chiedersi cosa si aspettano dal proprio futuro e sostenerli nel realizzarlo con successo a partire dalle scelte individuali e collettive di oggi.

Uno Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza), è un Paese che progetta il futuro?

Quello che ai giovani italiani manca è la possibilità di passare dal sostegno passivo da parte dei genitori a un investimento pubblico in strumenti di attivazione e abilitazione che consenta loro di diventare parte attiva e qualificata nei processi di sviluppo del paese. È la trasformazione dei giovani da condizione passiva ad attiva a fare la differenza, non tanto il passaggio dal carico sui genitori all’assistenza da parte dello Stato. Il reddito di cittadinanza può aiutare a difendersi dalle difficoltà attuali ma non è in grado, da solo, di dar maggior solidità alla progettazione del futuro. Prima ancora che politiche specifiche sulla condizione dei giovani, serve un approccio diverso sul ruolo da dare alle nuove generazioni. Detto in altro modo, abbiamo bisogno di far fare al Paese un salto culturale che riscatti i giovani dalla figura di figli da proteggere dai rischi del presente a quella di nuove generazioni come forza sociale trainante verso le opportunità di un nuovo futuro.

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