2 Novembre Nov 2018 0600 02 novembre 2018

Lavorare tanto, guadagnare poco (o niente): la povertà non è stata abolita, anzi

Non basta avere un lavoro per scongiurare il rischio povertà. Dal 2010 al 2017 sono raddoppiate le famiglie a intensità di lavoro molto alta e a reddito molto basso. E la tendenza va sempre peggiorando

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

La povertà sarà abolita, ci è stato detto. E’ un programma ambizioso, per usare un eufemismo. Una sfida particolarmente insidiosa, anche perchè la povertà si nasconde in ambiti che vanno al di là del solito disoccupato che non riesce ad avere un reddito derivante dal lavoro.
Questo vuol dire che pensare solo a questa tipologia di soggetto fragile non può bastare. E’ qualcosa di cui da tempo si sono resi conto persino in Germania, la terra della piena occupazione.
Se è vero che è il lavoro la principale soluzione contro la povertà, non è vero che non esistano lavoratori poveri, e che quindi avere un impiego possa di per sè bastare. Dimenticare questo è particolarmente grave perchè proprio questo tipo di poveri sta aumentando. La soglia di rischio di povertà per una famiglia è misurata nel 60% del reddito mediano italiano. E vi sono nuclei che ricadono al di sotto di tale soglia anche se in media in queste famiglie si lavora a tempo pieno. E anzi sono proprio questi ad aumentare di più.

Il 7% delle famiglie ad intensità di lavoro molto alta (ovvero impiegati dall’80% al 100% del tempo disponibile) risultavano nel 2017 a rischio povertà, ovviamente molte meno di quelle in cui non si lavora o lo si fa con part time molto precari, ma nel 2010 erano il 3,6%. Si tratta quasi di un raddoppio.
Nei nuclei in cui i lavora in media un 60-80% del tempo, in cui per esempio vi sono un lavoratore a tempo pieno e un coniuge a part time, il rischio povertà è salito dal 6% del 2008 al 11,3% del 2017.
La situazione peggiora anche per chi lavora prevalentemente metà del tempo, mentre rimane stabile o addirittura migliora, paradossalmente, per quelle famiglie a bassa o bassissima intensità di lavora, dove si è occupati per esempio per il 20% del tempo.

Dati Eurostat

Naturalmente tra le famiglie in cui si lavora meno il rischio povertà è e sarà sempre maggiore che tra chi è occupato a tempo pieno, ma è il trend che è interessante. Anche perchè è in Italia più che in altri Paesi che questo aumento tra chi ha un lavoro non part time si è verificato.
Nella UE in media c’è stata una piccola crescita, in Francia e Germania un decremento, in Spagna un aumento simile al nostro, e tuttavia meno intenso.

Dati Eurostat

La cosa più degna di nota tuttavia è la differenza di trend tra occupati e disoccupati. Anche se chiaramente una differenza in percentuali assolute rimane, nel primo caso si scorge un incremento nel rischio povertà che nel secondo non si vede. Anzi.
Nel 2017 c’è stato in Italia un crollo tra i disoccupati, si è andati dal 48% del 2014 al 42% del 2017, si è tornati di fatto ai livelli pre-crisi. Al contrario tra gli occupati la crescita del rischio povertà è accelerato proprio con la ripresa. L’anno scorso era del 12,3%, un record decennale.

In effetti appare come proprio la ripresa, che ha provocato un aumento dell’occupazione per molti versi insperato, possa essere tra le cause della crescita della povertà tra i lavoratori.
I nuovi posti di lavoro sono stati spesso non solo precari, ma in ambiti che non potevano offrire stipendi adeguati, nella ristorazione, nella gig economy, nei servizi non avanzati, laddove insomma è necessario il capitale umano più che la tecnologia, e anche per questo un capitale umano che costi poco. Nel resto d’Europa questa dinamica è stata meno forte, anzi pare siamo gli unici tra i grandi Paesi in cui vi è stata una diminuzione del rischio povertà tra chi cerca lavoro.

Una spiegazione può anche risiedere nel fatto che in Italia molti tra i disoccupati che erano in condizioni economiche peggiori hanno accettato di impiegarsi, pur in condizioni non ottimali, più di quanti in qualche modo potevano contare su aiuti esterni.
Ancora non lo sappiamo, può darsi che se la disoccupazione scendesse a livelli minimi rimarrebbero in tale condizione solo le fasce più fragili, tra cui la povertà è altissima, come in Germania, ma non è quello che sta accadendo. Al contrario è tra i lavoratori che la situazione diventa più preoccupante.
Per questo non possono bastare i sussidi o i redditi di cittadinanza, come li vogliamo chiamare, che per le ridottissime risorse di cui disponiamo possono essere limitate a situazioni in realtà estreme (anche la proprietà di una casa diventa una discriminante, come vediamo).

Per ovviare alla crescente povertà tra i lavoratori sono indispensabili interventi mirati flessibili, anche limitati, che vadano incontro alle diverse esigenze dei lavoratori, che potrebbero avere bisogno di una piccola integrazione, di aiuto per permettersi i trasporti per recarsi al lavoro o, anche senza pensare a sussidi monetari, di esenzioni e detrazioni per l’asilo dei figli, considerando che è soprattutto la fascia dei 30enni-40enni quella in cui gli stipendi non reggono il confronto con quelli dei coetanei di decenni fa. Si tratta di un approccio complesso, neanche necessariamente costoso, ma difficile da concepire in un momento in cui sono i grandi interventi, semplici e facili da spiegare in un social, quelli che insomma mettono “i soldi nelle tasche degli italiani” senza tanti approfondimenti e analisi.

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