guerra tra poveri
20 Novembre Nov 2018 0600 20 novembre 2018

La rivolta dei gilet gialli non è una rivoluzione, è una guerra tra consumatori frustrati

Quella che negli ultimi giorni si è scatenata contro la Carbon Tax voluta dal governo Macron non ha niente a che fare con la rivoluzione e con la libertà, ma è soltanto la reazione cieca e furente di una classe media divisa che lotta per mantenere dei finti privilegi

Gilet Gialli Francia Linkiesta
FREDERICK FLORIN / AFP

287.710 persone. 2034 posti di blocco. Circa 5000 agenti di polizia a presidio. 355 persone interrogate di cui 157 arrestate. 409 feriti di cui 14 in gravi condizioni. 1 morto. Cifre che fanno pensare all’inizio di una guerra civile, che non stonano persino con quelle della presa della Batiglia del 14 luglio 1789, il giorno in cui nacque la Francia repubblicana, quando 1000 insorti attaccarono la prigione di Parigi presidiata da 82 veterani invalidi e 32 guardie svizzere.

Eppure questo è soltanto il bilancio, tra l’altro parziale, di una protesta che non ha nulla di rivoluzionario: la cosiddetta rivolta dei gilet jaunes — hanno preso il nome dai giubbotti gialli che gli automobilisti sono tenuti ad indossare in caso di pericolo — una rivolta che è scoppiata per protestare contro la Carbon Tax proposta dal governo Macron e che negli ultimi giorni ha messo a dura prova la Francia intera.

Insomma, una volta i cittadini francesi sfidavano le autorità per lottare contro l’aumento delle tariffe del pane, contro i privilegi di classe della nobiltà, e combattevano per guadagnarsi il diritto a partecipare alla vita politica. Ora invece lo fanno per protestare contro l’aumento delle tariffe della benzina, che fa parte del progetto politico del governo Macron di tassare i carburanti sia per finanziare progetti ambientali, sia per detassare il lavoro.

Migliaia di persone che lottano per difendere il proprio diritto di usare la macchina sulle tangenziali e sulle autostrade francesi, è vero, ma che non si accorgono che quel diritto non è un affatto un diritto, ma è un privilegio, e persino di quelli inutili, che servono per mascherare una prigione. Sì, perché l'automobile, per molti di loro non è certo il mezzo che gli apre la stada della libertà, ma è una vera e propria schiavitù, soprattutto nelle tangenziali e nelle strade della Capitale, nelle quali, a causa del traffico, la velocità media delle auto è ormai scesa a 38 km/h in tangenziale, e addirittura a 13 km/h, 2 in meno che in bicicletta, in città.

I giubbotti gialli non sono dei poveri idioti. Sono solo le vittime di un potere che mentre fa gli interessi di se stesso e si schiera a difesa delle classi privilegiate, li ha attirati in una prigione usando lo zuccherino della finta libertà individuale.

Ma attenzione, perché i giubbotti gialli non sono dei poveri idioti. Sono solo le vittime di un potere che mentre fa gli interessi di se stesso e si schiera a difesa delle classi privilegiate, li ha attirati in una prigione usando lo zuccherino della finta libertà individuale. Ma contemporaneamente, e drammaticamente, essi sono le vittime di se stessi, carnefici a propria insaputa delle proprie stesse libertà. Sono vittime che invece di unirsi e collaborare per il bene della collettività e per il futuro del pianeta (e quindi anche dei propri figli) si battono gli uni contro gli altri in una guerra civile al ribasso, fatta di rabbia e furore.

Per capire la dimensione di questo paradosso basta guardarsi intorno, e prendere i mezzi pubblici. Si scoprirà che la Francia non è messa meglio dell’Italia. La RER, ovvero l’insieme delle linee interurbane dell’Ile de France, è una rete che serve milioni di pendolari ogni giorno, e funziona malino: è spesso guasta, interrotta, mal funzionante. Non è troppo diversa, insomma, dalla rete che ogni giorno fa impazzire milioni di lavoratori italiani coi suoi ritardi e malservizi. Eppure nessun sciopero dei pendolari è stato mai indetto, nessuna lotta è stata fatta per esigere l'emancipazione della mobilità e la libertà di gestire il proprio tempo senza dover passare ore al giorno rinchiusi in una macchina.

«I giubbotti sono gialli, ma la rabbia è nera», gridano i partecipanti a questa ondata di protesta senza precedenti. È una rabbia vera, profonda, esplosiva. Ma è una rabbia che sta venendo convogliata male, malissimo, che sta esplodendo ciecamente e che sta causando una guerra civile tra povera gente, lavoratori esasperati che il sistema ha portato a vivere a decine di chilometri da dove li costringe a lavorare e, nello stesso tempo, ha convinto di essere più liberi da soli che insieme.

Dividi et impera, dicevano i senatori dell’antica Roma, che in quanto a conservazione del potere ne capivano abbastanza. E quelli che ora sono al loro posto, a un paio di millenni di distanza, non fanno molto diversamente.

Dividi et impera, dicevano i senatori dell’antica Roma, che in quanto a conservazione del potere ne capivano abbastanza. E quelli che ora sono al loro posto, a un paio di millenni di distanza, non fanno molto diversamente: hanno capito che è molto più comodo dividere i subalterni, isolarli gli uni dagli altri, rinchiuderli in piccole gabbie di acciaio semovente, convincerli che il vicino è il loro nemico e che la lotta giusta è quella per avere il proprio posto — fermo — in mezzo al traffico, piuttosto che riguadagnare il tempo della propria vita.

Nell’agosto del 2011, a Londra si scatenò una delle rivolte più violente (per ora) del XXI secolo. Iniziata da una manifestazione pacifica di circa 200 persone, la protesta invase le strade di molti quartieri della città. Migliaia di persone si riversarono in strada e attaccarono negozi e attività commerciali. Il loro obiettivo non era lottare per avere più diritti, ma prendersi con la forza ciò che gli era stato promesso ma che non avevano soldi per avere. Non pane, ma iPhone. Il governo cercò di contenere la rivolta schierando 16.000 poliziotti. I morti alla fine di quella settimana furono 5, quasi 200 i feriti. Circa 1500 gli arresti. «Snatch and grab, get anything you want, anything you ever desired», disse un 19enne che partecipò agli scontri al giornalista del Guardian che lo intervstò.

Lotta e protesta non per avere il pane, ma avere gli iPhone. Non per l’emancipazione e per i diritti di tutti, ma per il proprio privilegio al consumo. Ieri gli iPhone, oggi le macchine. Questa non è per niente una rivoluzione, è una reazione. È la reazione di un ceto medio imbrutito e frustrato, che ha dimenticato che la propria forza è la coscienza della propria subalternità e l’unione nella lotta. Un ceto medio imbestialito che non lotta per il futuro del proprio lavoro, dei propri figli e del pianeta, ma che, vittima di se stesso e della propria rabbia, privo della lucidità e della coscienza necessaria a capire chi e cosa sono il nemico. Un ceto medio fatto di gente che, pensando solo al proprio ombelico, sta massacrando se stessa, il pianeta e il futuro dei propri figli.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook