fame di potere
7 Dicembre Dic 2018 0600 07 dicembre 2018

Fase orale perenne: ecco perché Salvini non fa altro che mangiare sui social

Salvini che mangia immangiabili piatti di pasta. Salvini che griglia. Salvini che assaggia. Salvini che cerca mangiando l’affetto della famiglia allargata dei suoi elettori/spettatori. La pasta del Capitano è solo l’ultimo capitolo della saga di un leader per il quale l’Italia è tutto un ragù

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dalla pagina Facebook di Matteo Salvini

«Non sono un mangiatore professionista, ma un ragazzo normale con un appetito anormale». L’unico indizio che ci fa capire che non si tratta dell’ultimo tweet di Matteo Salvini è l’assenza di un «buon appetito Amici». Ma i fan del reality americano «Uomo contro cibo» avranno subito riconosciuto la frase con cui Adam Richman apre ogni puntata del suo programma, prima di affrontare corpo a corpo con porzioni esagerate di cibi indigeribili. Esattamente come quei due etti di bucatini Barilla scotti, impiastricciati di ragù Star in scatola, sbattuti senza pudore su Twitter l’altro giorno dal ministro dell’Interno, un altro «ragazzo normale con un appetito anormale».

Ma più che di anormalità, per la pasta del Capitano possiamo parlare di vero e proprio punk: quell’informe viluppo di carboidrati e proteine è la versione italiana del God Save The Queen cantato dai Sex Pistols, una bestemmia contro l’unica vera religione del Paese, la pastasciutta. Nel continuum psicopornogastrico social cui ci ha abituato Salvini, è la più dissacrante delle performance. Difatti il vicepremier è stato inondato da critiche più che mai indignate, per lo sfacciato product-placement di alimenti di dubbia italianità (la Star è stata venduta a un gruppo spagnolo), ma soprattutto per l’esibizione di quell’immangiabile, oltre che inguardabile, paciugo.

Se dopo questo la maggioranza degli italiani continua a seguirlo, Salvini può permettersi davvero tutto: al «se avanzo seguitemi» abbiamo abboccato, ma al «se mangio da schifo, applauditemi» non eravamo mai arrivati.

Per la pasta del Capitano possiamo parlare di vero e proprio punk: quell’informe viluppo di carboidrati e proteine è la versione italiana del God Save The Queen cantato dai Sex Pistols, una bestemmia contro l’unica vera religione del Paese, la pastasciutta

Nel Paese che idolatra gli chef e dove si fanno i pellegrinaggi al Fico di Bologna, ultimo baluardo della sinistra foodista, questo è il maccarone che provoca davvero, altro che quelli sforchettati da Albertone nel ’54. Lui almeno ci provava ad assaggiare yogurt, marmellata e mostarda «come l’ammericani», anche se poi li dava rispettivamente al gatto, al sorcio e alla cimice e si buttava sulla pasta fredda lasciata nel piatto in cucina, con tutta la fame atavica di un giovane centroitaliano del dopoguerra. Ma quale fame può spingere un quarantenne milanese nel 2018 a buttarsi su un cumulo di spaghetti scotti e malconditi, seguiti a stretto giro da una torta Pan di stelle inzuppata di mascarpone e nutella, e poi chissà da cosa, come il padanissimo Zanni del Mistero buffo di Dario Fo trapiantato nell’era digitale? A forza di mostrarci da mesi, minuto per minuto, cosa mangia e quanto e dove, finirà anche lui per mangiare se stesso?

Già lo scorso aprile Luca Restivo su Rollingstone.it notava che il tema più frequente nei tweet e nei post del leader della Lega, allora non ancora ministro, non era la lotta all’immigrazione clandestina e nemmeno la flat-tax, bensì la pappatoria, sia in versione street/fast che gourmand, dal selfie con il paninazzo in autogrill al primo piano foodporn della tarte flambee consumata a Strasburgo, dalla foto mentre passa in rassegna un reggimento di prosciutti nel Parmigiano all’incontro ravvicinato con una ribollita, per non parlare del comfort-food post batoste del Milan e delle performance barbariche con spiedini e spiedoni di carne alle feste padane.

«Quando si tratta di mangiare non dà mai buca,» confidava un ristoratore milanese suo amico a Quarto grado. E poiché, come ha detto lo stesso Matteo a Mentana, «agli italiani fa piacere che uno rimanga come prima di diventare ministro», dopo l’investitura al Viminale la saga Salvini-contro-cibo è proseguita in versione estiva con i bollettini quotidiani su cozze, gelati, cannoli, mozzarelle e mojito, dalle Alpi al Lilibeo: ormai sono più numerosi i posti in cui il vicepremier ha mangiato di quelli in cui ha dormito Garibaldi. È come se lui l’Italia potesse conoscerla solo mettendosela in bocca, una specialità regionale dopo l’altra, come fa un bebè con oggetti e giocattoli.

Una fissazione orale che apre scenari al contempo inquietanti e disarmanti, perché il cibo, si sa, è un surrogato dell’affetto, in particolare quello che non si è ricevuto da piccoli

Una fissazione orale che apre scenari al contempo inquietanti e disarmanti, perché il cibo, si sa, è un surrogato dell’affetto, in particolare quello che non si è ricevuto da piccoli. E il continuo bisogno di gratificazione alimentare e il bisogno di esibirla a tutti, per riceverne approvazione incondizionata da parte degli «Amici» fanno pensare a Salvini come a un bambinone in enorme arretrato di attenzioni incondizionati, di complimenti, di calore umano H24. Che sia questa la vera fame che lo divora, e che solo oggi ha trovato il modo di soddisfare?

Mentre papà e mamma, genitori vecchio stampo, custodiscono gelosamente la propria privacy (niente interviste coeur in man, niente ritratti privati del celebre figlio, si è parlato di loro solo per un recente furto in casa ad opera di una banda di scassinatori georgiani), siamo noi, gli italiani, la grande famiglia allargata, calda e accogliente che Matteo ha sempre sognato, e che deve dirgli tutti i giorni «come sei bravo, mangia, non ti sciupare, non fare le ore piccole, metti la maglia di lana, quella strega non ti merita.» E per ora la situazione sembra dare a entrambi – a Salvini e al suo popolo – ciò di cui hanno bisogno, in una luna di miele narcisistica in cui ognuno si esalta rispecchiandosi nell’altro. Probabile che in questo love-bombing reciproco Elisa Isoardi abbia finito per sentirsi di troppo.

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