Guerre senza soldati
9 Dicembre Dic 2018 0617 09 dicembre 2018

Perché il caso Huawei è il guanto di sfida degli Usa alla Cina (e al resto del mondo, noi compresi)

Dietro l'arresto di Meng Wanzhou ci sono motivi commerciali, tecnologici, geopolitici, di intelligence. La Cina ha messo in discussione il ruolo dell’America come unica superpotenza, e Washington ha risposto. Mettendo in guardia tutti gli altri, Europa compresa

Huawei Linkiesta
LLUIS GENE / AFP

Nel caso Huawei - più precisamente, l'arresto avvenuto lo scorso giovedì 6 dicembre della direttrice della società cinese Meng Wanzhou - confluiscono aspetti di diverso ordine che si incastrano fra loro: commerciale, tecnologico, geopolitico e di intelligence.

In primo luogo c’è la guerra commerciale fra Usa e Cina per la conquista di quote di mercato. Come si sa Trump ha dato il via alla guerra commerciale con la Cina (e con l’Europa) per sostenere l’industria automobilistica americana e mantenere le promesse elettorali agli Stati del rust belt che gli avevano consegnato la vittoria nel 2016. Nel summit di Buenos Aires, era uscita dal cilindro una tregua dei 90 giorni nell’applicazione dei dazi doganali, certo. Ma proprio in quella stessa serata era partito il mandato d’arresto per Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo, prontamente eseguito dallo zelante suddito canadese cui era immediatamente rivolta la domanda di estradizione. Come dire che l’accordo era limitato, solo una momentanea tregua su un singolo tratto del fronte, mentre la guerra proseguiva (e con rinnovato slancio) in altra parte di esso. Gli Usa non accettano l’idea di essere scalzati dalla Cina in settori decisivi sia sul piano commerciale che strategico e sono pronti ad una guerra senza limiti per impedire che ciò accada.

In secondo luogo c’è la delicatissima partita per il dominio tecnologico. In questi trenta anni, la Cina è enormemente cresciuta grazie ad esasperate pratiche di reverse engeneering ma anche grazie ad accordi commerciali con le aziende occidentali che decidevano di delocalizzare nel loro paese e che prevedevano l’obbligo cella condivisione dei segreti tecnologici. Oggi la Cina non è più la grande fabbrica per prodotti low cost del mondo: non più jeans, giocattoli e mattoni a buon mercato, ma anche produttore high tech ed a livelli decisamente buoni. E la Huawei è un fiore all’occhiello: nel mercato degli smartphone suoi prodotti sono al secondo posto mondiale, immediatamente dietro la sud coreana Samsung e davanti alla Apple. In questo risultato c’è tanto effetto dello spionaggio industriale quanto lo sviluppo della ricerca locale, senza dimenticare l’accesso privilegiato alle terre rare, indispensabili per questi prodotti e delle quali la Cina detiene circa il 90% dei giacimenti attualmente attivi.

In terzo luogo c’è l’aspetto geopolitico che non si limita allo scontro con l’Iran al quale Tramp ha voluto rinnovare le sanzioni, ribaltando le decisioni del suo predecessore. Dentro c’è una questione particolare di grande importanza: gli Usa pretendono che le loro leggi abbiano una efficacia extraterritoriale, e, per esempio, ritengono che anche soggetti di altri paesi siano tenuti ad applicare le norme di embargo decise unilateralmente. Il presupposto è che, siccome le transazioni internazionali sono eseguite in dollari ed il dollaro è moneta Usa, questo implica che ogni soggetto debba accettare le sanzioni Usa per poter usare i dollari necessari alla transazione e poter accedere alla clearing house dove registrare l’accordo.

Nel caso specifico, sembrerebbe che la Huawei avvia fornito all’Iran, attraverso una società di comodo, materiale coperto da sanzioni della comunità internazionale. Può anche darsi, come può darsi che i prodotti contenessero elementi di tecnologia americana, ma, anche in questo caso, in base a quale principio giuridico il mandato d’arresto per Meng Wanzhou è stato emesso da una Procura americana? E tanto più, in base a quale norma debba essere un tribunale americano a giudicarla?Quale altro paese potrebbe fare la stessa cosa?

Da questo punto di vista, la mossa americana non è rivolta solo contro una importante manager cinese (ed, attraverso essa, contro la Cina), ma ha un contenuto di “avvertimento” all’Europa e al Giappone. Sin qui c’erano stati casi simili (prevalentemente sanzioni economiche contro banche europee che avevano concesso crediti al’Iran in violazione alle norme sull’embargo) , ma non erano stati toccati soggetti delle altre due grandi potenze mondiali, Cina e Russia. Ora, con questa mossa, gli Usa esigono il tacito riconoscimento di super potenza mondiale anche nei confronti della Cina. La cosa acquista particolare peso e significato ove si tenga presente che nelle prossime settimane l’Europa dovrà decidere se rinnovare le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e, a questo proposito, la crisi del mar d’Azov è giunta come il cacio sui maccheroni, con i russi che sono cascati pienamente nella provocazione tesagli. Il messaggio del caso Huawei serve anche nei confronti dei governi italiano e tedesco, semmai volessero farsi promotori della fine o anche solo di una attenuazione delle sanzioni. E questo conferma che gli Usa hanno nel Dipartimento della Giustizia il loro braccio operativo nella guerra economica, strumento attraverso il quale gli Usa esercitano un dominio anche politico.

La Huawei si muove su un terreno di diretto interesse politico e militare, avendo accesso ai nodi delle comunicazioni attraverso la fornitura di parti della componentistica, il che ovviamente significa la possibilità di tenere sotto controllo le comunicazioni sia istituzionali che private di ben più di mezzo mondo

Infine, l’aspetto dell’intelligence.

La Huawei si muove su un terreno di diretto interesse politico e militare, avendo accesso ai nodi delle comunicazioni attraverso la fornitura di parti della componentistica (per l’Italia la questione riguarda la rete Sparkle che serve la Telecom) il che ovviamente significa la possibilità di tenere sotto controllo le comunicazioni sia istituzionali che private di ben più di mezzo mondo. E, infatti, la Huawei lavora a stretto contatto sia con l’Armata Popolare di Liberazione cinese sia con i vari organismi di intelligence del paese e, proprio per questo, ha ripetutamente goduto di quei sostanziosi aiuti bancari, incoraggiati dal governo, che ne hanno consentito la rapida ascesa. Dunque, non stupisce che essa fosse nel mirino dei servizi americani ben prima del caso di questi giorni ed è del tutto intuitivo che, attraverso la Huawei, la Cina eserciti una massiccia opera di spionaggio a livello mondiale. Sin qui gli americani non hanno torto nell’avvertire il pericolo, se non fosse che loro non sono affatto da meno sullo stesso piano: ci siamo dimenticati della faccenda di Echelon? O di quando venne fuori che la Cia spiava i cellulari di tutti i capi di governo europei, compresa la Merkel? O i cento altri casi di spionaggio di massa dei servizi Usa? Il fatto è che agli americani non dà per nulla fastidio lo spionaggio: quello che non gli sta bene è che a farlo siano altri.

Tutto questo premesso, si capisce bene quale sia la portata dell’episodio che non va disgiunto dalla questione dei dazi o da altri aspetti della guerra economica che oggi vede gli Usa impegnati contro la Cina, come ieri contro il Giappone, domani chissà…

E questo significa che ci sarà una risposta cinese. Forse è il caso di ricordare che sono stati proprio due alti ufficiali dello Stato Maggiore cinese a teorizzare la guerra senza limiti, o se preferite, la guerra asimmetrica. Per cui è del tutto plausibile attendersi qualche contrattacco cinese proprio in vista della “pax economica” mondiale che gli Usa intendono come pax americana ma che a Pechino è vista in termini diversi. È realistico che assisteremo ad un complesso tira e molla per cui da un lato la Cina farà concessioni sul piano dello scambio commerciale, per riequilibrare il rapporto con gli Usa, ma dall’altro si muoverà su altri piani. Ad esempio quello monetario: quanti bond americani sono ancora nelle casseforti della banca centrale cinese? E quanti dollari liquidi? Potremmo assistere ad una improvvisa immissione sul mercato di queste riserve.

Ma anche sul piano politico è facile attendersi delle reazioni: a parte il consolidato rapporto con la Russia, occorrerà vedere come si muoverà Pechino verso l’India e l’Indonesia. Non il Giappone, che, almeno per ora, sembra allineato agli Usa nel boicottare Huawei, ma questo non è detto che basti. Ad esempio potremmo assistere ad un allargamento ad India e Indonesia della “Comunità di Shanghai” prefigurando una sorta di mercato comune asiatico che cambierebbe gli equilibri del mondo globale.

Per ora non resta che attendere e vedere.

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