Teledisastri
17 Dicembre Dic 2018 0600 17 dicembre 2018

Matteo Renzi ha fatto un documentario sul suo ego. E, giustamente, non l’ha visto nessuno

Verrebbe da dirgli: cambia mestiere. Ma c’è il pericolo che torni a fare il premier. Fatto sta che Renzi in tv è un disastro: si piazza davanti alle opere, parla di quando bigiava la scuola da piccolo. E, comprensibilmente, gli spettatori scappano

Firenze Secondo Me

Non lo invitiamo a cambiare mestiere, sennò poi ce lo ritroviamo di nuovo a fare il premier. E sarebbe un’eventualità decisamente più pericolosa rispetto al ruolo tutto sommato innocuo dell’Alberto Angela dei poveri. Il debutto di Matteo Renzi alla “conduzione televisiva”, sogno nel cassetto sin dai tempi della Ruota della fortuna con Mike Bongiorno, non è stato esattamente un successo. Il documentario “Firenze secondo me” dedicato alla sua città ha fatto meno ascolti della Fabbrica dei biscotti su Tv8: uno share dell’1.8% su Nove, contro il 2.2. Anche se è vero che ormai gli ascolti tv, come la matematica, sono un’opinione, visto che il produttore Lucio Presta grida al trionfo, o meglio ad “ascolti nella media di rete”.
Certo pure lui, Renzi: chiedere agli italiani, che non lo hanno seguito al Referendum e alle politiche, di seguirlo il sabato sera…c’è del masochismo che andrebbe analizzato.
L’ex presidente del consiglio ed ex sindaco di Firenze cammina tra le vie della città culla del Rinascimento e ne illustra le bellezze. Ma si ha come l’impressione che l’opera non sia un documentario su Firenze ma su quanto Renzi ami Firenze. Il suo noto ego spunta sempre, qui e là. Lui sulla barchetta davanti al Ponte Vecchio, lui davanti al tondo di Michelangelo agli Uffizi. Viene quasi da dire: “Renzi, spostati, che vorrei vedere”.

“Palazzo Pitti, Firenze, Italia”. Così si apre il documentario, con Matteo che recita bene la particina: “Questi palazzi hanno ancora qualcosa da dirci? Qualcosa da dare a noi cittadini del XXI secolo? La bellezza serve. La bellezza serve se ciascuno di noi accetta di mettersi in cammino contro la banalità, contro la mediocrità, contro l'ignoranza”. Renzi ammette, come se ce ne fosse bisogno: “Io non sono un esperto. Non sono una guida turistica, non sono un critico letterario. Non sono uno storico dell'arte”. Vuole dire che lui, essendo stato sindaco, ha avuto su Firenze uno sguardo sicuramente privilegiato, dunque qualcosa può raccontare. Il suo eloquio è accalorato ma l’emozione non arriva; se vuole imparare a trasmettere qualcosa, si riguardi la puntata di Alberto Angela in cui camminava per le vie di Roma a raccontare il rastrellamento degli ebrei nel Ghetto.

Il massimo lo raggiunge ancora una volta quando con la scusa di raccontare un’opera ci parla di sè. L’occasione ghiotta è un dipinto di Botticelli

Non risparmia cliché e frasi fatte da sussidiario delle medie (“destino cinico e beffardo”, “lotte fratricide”, “gioco di luci e colori”). Il tragitto parte da Palazzo Pitti e fa immediatamente tappa al meraviglioso Giardino di Boboli. Qui, ci racconta l’ex Rottamatore, lui da giovane si dava appuntamento coi compagni di classe per bigiare la scuola. Un aneddoto imperdibile, grazie per avercelo fatto sapere, mancava solo che raccontasse su quale panchina ha pomiciato per la prima volta con Agnese, sua futura moglie.

Dopo la grotta del Buontalenti passa al formidabile corridoio vasariano, fatto appunto da Giorgio Vasari, “che permetteva ai Medici di transitare dalle abitazioni agli uffici al riparo dal popolo”. E qui Renzi ancora una volta infila una frecciatina: “Per me che ho fatto il sindaco, la cosa che fa uscire di testa ancora oggi non è lo stupore dei turisti, ma l’ aspetto amministrativo”. Cioè? “È stato fatto in cinque mesi. Quando i Medici partono, non ci sono blocchi. In Italia per fare un progetto burocratico, otto mesi servono solo per portare le carte all’ufficio competente. Qui, nel 1565, Vasari in fece la rivoluzione”.
Per carità, in mezzo a tanta televisione inutile, un programma culturale non può che essere accolto con un plauso, ma l’operazione ha tanti difetti. Renzi non è il primo politico, come avevamo fatto notare, a buttarsi nella cultura, non sarà l’ultimo, ma dove vuole arrivare? Forse a togliersi qualche sassolino, però in modo nobile. C’è la “Firenze traffichina, piena di furbi e mestatori”, una metafora dell’Italia, forse

Finalmente entriamo negli Uffizi. Matteo parte dal Tondo Doni di Michelangelo, e cosa fa? Si piazza davanti all’opera. Poi la descrive più asettico di Wikipedia: “L’unico capolavoro pittorico che realizza su tavola. La Vergine, Gesù e San Giuseppe formano un gruppo inestricabile. Una divina famiglia di giocolieri, sintesi perfetta di plasticità ed energia in movimento”. Aridatece Vittorio Sgarbi.
Il massimo lo raggiunge ancora una volta quando con la scusa di raccontare un’opera ci parla di sè. L’occasione ghiotta è un dipinto di Botticelli, meno noto della Venere o della Primavera. “La Calunnia di Botticelli”, dice, “rappresenta Re Mida che è mal consigliato dal sospetto e dell’ignoranza e il calunniato che è trascinato per i capelli dal livore, dall’insidia e dalla frode. Mentre dall’altra parte la verità rimane sola, isolata”. E quindi: “Nella Calunnia del 1495 c’è non solo un cambio di stile, ma anche un messaggio politico. Potremmo definirlo il quadro delle fake news”. No Maria, io esco.

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