Apocalissi
21 Dicembre Dic 2018 0600 21 dicembre 2018

Usa e Russia, torna l’incubo della guerra nucleare. E l’Europa? Squittisce

A forza di provocazioni Russia e Usa rischiano di portarci alla guerra nucleare. Per capire la crisi si veda l’esempio dell’Ucraina. Intanto, l’Europa resta a guardare. E l’Italia? Si tiene 70 testate nucleari sul suo territorio.

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Juan MABROMATA / AFP

Durante la solita conferenza stampa monstre di fine anno (1.700 giornalisti, traduzione simultanea in inglese, tedesco e francese, Tv, radio, ecc. ecc.), Vladimir Putin ha detto alcune cosette che non tutti gradiscono. Per esempio, che «il mondo sottovaluta la possibilità di una guerra nucleare», la quale «potrebbe portare alla fine della civiltà e forse alla fine del pianeta», e che sta prendendo piede l’idea di «usare armi nucleari a bassa potenza per uso tattico». Ha dileggiato il giusto («Se arriveranno i missili in Europa, poi l’Occidente non squittisca se reagiremo: dobbiamo garantire la nostra sicurezza») e tributato un omaggio appena formale al dovere dell’ottimismo: «Confido che l’umanità avrà abbastanza buon senso da evitare il peggio». Cin cin, Buon Natale.

I cattivacci hanno sempre torto, si sa. Però Vladimir Putin ha ragione e le sue parole andrebbero seriamente meditate. Usa e Russia, ovvero le due massime potenze nucleari, hanno gestito malissimo l’eredità ricevuta dall’epoca della perestrojka e della fine dell’Urss. L’ultimo esempio è l’uscita dagli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, trattato che permise di chiudere la stagione degli euromissili, i sovietici SS-20 e gli americani Pershing e Cruise. Con quella firma vennero eliminati 2.700 missili a medio raggio (500-5.500 chilometri) e banditi i vettori con cui le parti avrebbero potuto colpire l’Europa.

Gli Usa accusano la Russia di aver violato il Trattato per prima, piazzando due battaglioni di missili da crociera Novator 9M729 ai propri confini occidentali. Poi ci sono altre accuse, mai esplicitate però per “ragioni di sicurezza”. La Russia risponde che quei missili sono su lanciatori mobili, mentre l’Inf probisce solo i missili lanciati da basi fisse a terra. E aggiunge che nulla sarebbe successo se il buon Barack Obama non avesse avviato, in Polonia e Romania, i lavori per la costruzione del sistema missilistico Aegis Ashore, e che anche gli americani hanno sistemi missilistici simili al Novator, su basi mobili e su navi. Gli americani (e la Nato) ribattono che l’Aegis Ahore serve a proteggere l’Europa da eventuali azioni ostili dell’Iran, i russi dicono ma certo, come no, con quei radar che possono scandagliare quasi tutta la Russia, e con quei sistemi di lancio così facilmente adattabili alle testate made in Usa. E così via, di provocazione in provocazione, di missile in missile.

Gli americani ribattono che l’Aegis Ahore serve a proteggere l’Europa da eventuali azioni ostili dell’Iran, i russi dicono ma certo, come no, con quei radar che possono scandagliare quasi tutta la Russia. E così via, di provocazione in provocazione, di missile in missile.

La verità è che entrambi ciurlano nel manico, e basterebbe andare a vedere i sistemi d’arma impiegati in tutte le ultime guerre, dalla Libia allo Yemen alla Siria, per capirlo. Ma tant’è. La Casa Bianca non ha mai smesso di tenere la Russia nel mirino delle sue politiche di contenimento e di pressione. L’unica novità degli ultimi anni è che il Cremlino, costretto dalla propria debolezza a restare passivo per tutti gli anni Novanta e i primi Duemila (mentre gli Usa ristrutturavano la Ue, i Balcani e il Medio Oriente a propria immagine e somiglianza), ha cominciato a reagire. Tra i due contendenti l’Europa che, come dice crudelmente Putin, «squittisce» e non decide nulla.

Sono stato molto di recente a Mosca dove, tra politologi, ex diplomatici e diplomatici in servizio, mi è parso di percepire una vera preoccupazione. Basta su tre considerazioni. La prima, appena sottolineata, è l’inerzia dell’Europa di fronte a un’escalation militarista che punta a intimidirla (e infatti Trump ha alzato di molto l’asticella sulle spese per la Nato) e ad allontanarla da qualunque intesa con la Russia, indebolendola anche dal punto di vista economico. La seconda è l’imprevedibilità della politica americana. Non perché, come si scrive ogni giorno da noi, Donald Trump è tonto o incapace ma perché questa strategia anti-russa pare, ai russi, ormai antistorica. La Russia debole degli anni Novanta non c’è più e credere che si possa agire, sullo scacchiere internazionale, come se la Russia non contasse nulla è davvero da sciocchi.

La più importante, però, è la terza considerazione. Se Usa e Russia continuano a impegnarsi in questo botta e risposta a salire, finiscono col consegnarsi a uno qualunque dei tanti terzi incomodi che trovano sulla loro strada. Il caso tipico è l’Ucraina. Quello che a Mosca più si teme, ora, è una provocazione di Petro Poroshenko e dei suoi. Non robetta come i tre barchini spediti nelle acque territoriali russe, qualcosa di molto più serio. Abbiamo ben visto che cos’è successo coi barchini: Usa e Ue subito allineati a Kiev, prima ancora di sapere che cosa fosse successo. E se la Russia costretta a scegliere se rispondere o farsi umiliare. E se non fosse Poroshenko ma Erdogan? O gli ayatollah? Immaginiamo se…

Se Usa e Russia continuano a impegnarsi in questo botta e risposta a salire, finiscono col consegnarsi a uno qualunque dei tanti terzi incomodi che trovano sulla loro strada. Il caso tipico è l’Ucraina.

Ecco, non immaginiamolo. Perché basta e avanza la realtà. Parliamo di noi. Nel 1975 l’Italia ha firmato il Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari che all’articolo 2 stabilisce: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni esplosivi, direttamente o indirettamente”. Peccato che la Nato ci abbia “consigliato” di non ratificarlo, ragion per cui oggi, sul nostro bel territorio avito, ci sono 70 testate nucleari Usa, nelle basi di Ghedi e Aviano.

E i famosi F35 li dobbiamo comprare perché dovranno portare in volo le nuove bombe nucleari americane B61-12, che sono appunto armi “tattiche”, quelle “bombe nucleari a bassa potenza” di cui ha parlato Putin, che possono essere usate con una certa tranquillità perché distruggono Torino e provincia, mica tutto il Piemonte. E nel bilancio di previsione 2018 del Pentagono sono stati stanziati 65 milioni di dollari per lo sviluppo di un nuovo missile a raggio intermedio “per ridurre il divario provocato dalla violazione russa del Trattato Inf”.

E insomma, qui stiamo. Impegnati a costruire serenamente un potenziale olocausto. Questo loro, Trump e Putin. Noi possiamo sempre squittire.

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