Poteva andare peggio
9 Gennaio Gen 2019 0600 09 gennaio 2019

Non facciamo gli schizzinosi: ecco tre cose che ci piacciono del reddito di cittadinanza

Gli incentivi alle imprese, l’ambizione di rilanciare le politiche attive, lo sforzo per la digitalizzazione: il reddito di cittadinanza può non piacere, ma vedere tutto nero è sbagliato e ideologico

Dimaio Morde Mani Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Che la povertà possa essere abolita con uno stanziamento da 6,1 miliardi di euro è un'idiozia anche solo pensarlo. Figuriamoci proclamarlo. Figuriamoci sbandierarlo da un balcone. Quella scena, con Di Maio e i suoi, festanti da palazzo Chigi, ha contribuito a rendere fazioso tutto il dibattito sul reddito di cittadinanza. Come spesso è successo in passato, il Paese si è spaccato su una misura che prometteva la rivoluzione e che invece è poco più che un potenziamento del vecchio Reddito d'Inclusione.

Questa nuova e più modesta prospettiva però può essere utile per giudicarla senza eccessi di emotività. Stiano tranquilli gli imprenditori spaventati e non si illudano i tanti bisognosi che in questi anni si sono sentiti lasciati indietro: il Reddito di Cittadinanza non è una misura rivoluzionaria, non porterà il paese sul baratro e nemmeno lo salverà. È un piccolo intervento che ha dentro di sé anche tante cose buone.

La prima è la dotazione: 6,1 miliardi per il 2019, 7,75 miliardi nel 2020, 8 miliardi nel 2021 e 7,84 miliardi nel 2022. Per molto tempo il RdC è stato criticato perché ritenuto uno sforzo di puro assistenzialismo troppo oneroso per il paese. Ma se le poste in gioco sono queste e se vale la garanzia data all'Europa che queste cifre non saranno sforate, allora non si può parlare di sforzo eccessivo. Se anche si trattasse, come dicono molti detrattori, di assistenzialismo allo stato puro, 7 o 8 miliardi di euro sarebbero alla portata di un paese che è pur sempre la settima potenzia mondiale (Confindustria, 2018), con un Pil di 1600 miliardi di euro. Anzi, se il Rei introdotto dal governo Gentiloni aveva un difetto era proprio lo stanziamento di 3 miliardi: ridicolo rispetto alle ambizioni di quella che si proclamava come la prima misura universale di contrasto alla povertà. Perciò cominciamo da qui: questo reddito di cittadinanza è poco diverso dal reddito di inclusione ma raddoppia la dotazione del fondo. E questo non può essere un male.

Il reddito di cittadinanza è anche un gigantesco sforzo di digitalizzazione del paese che sarebbe sbagliato criticare per eccesso di ambizione. Possiamo organizzare le Olimpiadi, possiamo fare grandi opere, possiamo anche cercare di colmare il ritardo digitale

Tra le differenze con la vecchia misura ce ne sono tante discutibili e che infatti sono state criticate. Ma, testo alla mano, ce ne sono anche molte che introducono meccanismi interessanti.

Il Reddito di Cittadinanza, per esempio, prevede incentivi alle aziende che nel REI non c'erano. Se io imprenditore assumo un beneficiario di RdC, l'assegno di cittadinanza me lo becco io sotto forma di sgravio fiscale, fino a un massimo di 17 mesi. Questo cosa significa? Primo, che a pari costo per lo Stato, le aziende saranno incoraggiate ad assumere. E secondo, che saranno le aziende stesse ad avere interesse a sottoporre ai centri per l'impiego i propri posti vacanti, cosa che fino ad adesso era assolutamente inutile. Senza questa spinta anche da parte delle aziende la sfida per riformare i centri per l'impiego sarebbe persa in partenza.

I Centri per l'Impiego restano infatti il punto debole della riforma: sono centrali per il funzionamento del reddito ma al momento inutilizzabili. Per questo forse il testo sul reddito di cittadinanza ha recepito alcuni suggerimenti fondamentali: per esempio, ha incluso nella ricerca del lavoro e nel sistema di incentivi anche soggetti privati accreditati (le agenzie interinali o di selezione del personale). Così l'offerta di lavoro può arrivare anche da lì e magari confluire nelle finora solo sognate grandi piattaforme digitali per le politiche attive e per le politiche sociali (il SIUPL e il SIUSS): un'enorme banca dati digitale nella quale mettere in comunicazione INPS, Centri per l'impiego, Agenzie private, Comuni, Anpal e Ministero del lavoro.

È un gigantesco sforzo di digitalizzazione del paese che sarebbe sbagliato criticare per eccesso di ambizione. Possiamo organizzare le Olimpiadi, possiamo fare grandi opere, possiamo anche cercare di colmare il ritardo digitale. La fascia di popolazione che chiederà accesso al reddito e dovrà interfacciarsi con questi sistemi è probabilmente quella più in difficoltà di fronte ai sistemi digitali. Entrare nei portali, districarsi tra le password, comprendere alcune stringhe della modernità richiederà a molte di queste persone un grandissimo sforzo, di fronte al quale però l'idea di un piccolo sostegno economico non appare più così iniqua. Questo, più di ogni altra proposta che potrà mai arrivare dai Centri per l'impiego, sarà il vero corso di formazione per il paese, il più grande dopo la lotta all'analfabetismo del dopoguerra.

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