Risveglio Dem
14 Gennaio Gen 2019 0600 14 gennaio 2019

Il piano di Zingaretti: un listone arancione per riunire tutto il centrosinistra (e uccidere in culla il partito di Renzi)

Intercettare i cittadini delusi dalla politica corrente e creare un fronte ampio, che peschi anche tra gli elettori pentastellati di sinistra. Così l’onda arancione del primo candidato democratico punta a una coalizione solida, che vada oltre le europee. E che non necessariamente richieda il Pd

Nicola Zingaretti_Linkiesta
AFP

È il 28 maggio 2011. Piazza Duomo a Milano è invasa da decine di migliaia di persone, ognuna delle quali indossa qualcosa di arancione per celebrare la chiusura della campagna elettorale di Giuliano Pisapia e l'annunciata vittoria che riporterà la sinistra al governo della città dopo due decenni di amministrazioni di centrodestra. 12 gennaio 2019, sette anni e mezzo dopo, la piazza arancione è quella di Torino, che manifesta per dire sì alla Tav ma anche per contrapporre un modello politico, culturale e sociale al governo di Lega a Movimento Cinque Stelle.

Cosa hanno in comune questi due eventi? Il colore dominante e il civismo, ossia quel senso di appartenenza che va al di là degli steccati dei partiti e che mette insieme anche persone che non la pensano su tutto alla stessa maniera. Ed è esattamente ciò che ha in mente Nicola Zingaretti, favorito per la corsa a segretario del Partito Democratico, quando dice che il suo obiettivo sarà quello di aprire ad un'alleanza ampia che si contrapponga ai gialloverdi. Tanto da farlo arrivare ad affermare che «presentarsi con il simbolo del Pd alle prossime elezioni europee non è un dogma».

Nella testa di Zingaretti, racconta chi lo conosce bene, c'è l'idea di creare un terzo polo che sia veramente alternativo a Lega e Cinque Stelle: «Nicola vuole andare oltre le alchimie e i patti tra leader - spiegano dal suo staff -. Vuole intercettare il consenso di quella fetta larga di elettorato che non sa dove rifugiarsi di fronte all'ondata populista. Non è semplice, bisogna dosare ogni singolo passo».

Il punto di partenza è, come detto, culturale: «In un Paese in cui si legittimano i capi ultras pregiudicati, per lo più estremisti neofascisti dichiarati, e si mettono sotto accusa i volontari delle Ong, c'è il dovere di mettere in campo qualcosa con una simbologia forte, c'è ampio margine d'azione». Il senso di queste parole si può sintetizzare in una linea politica: riunire tutto ciò che non si riconosce nel manistream sovranista, non tanto sotto un simbolo o sotto un nome, ma sotto un colore, l'arancione per l'appunto, già pieno di significato politico, sia a livello nazionale che internazionale. Una narrazione tutta da costruire che però potrebbe portare a risultati attualmente insperati.

Il senso di queste parole si può sintetizzare in una linea politica: riunire tutto ciò che non si riconosce nel manistream sovranista, non tanto sotto un simbolo o sotto un nome, ma sotto un colore, l'arancione, già pieno di significato politico, sia a livello nazionale che internazionale

«È l'arancione - ricorda un dirigente zingarettiano - che ha segnato l'inizio della rinascita milanese, che noi tutti oggi celebriamo oggi come un modello vincente». Eccola, dunque, la via che vuole intraprendere il governatore. Una via che passa per il "suo" Lazio e arriva fino alla capitale economica e morale del Paese. Tutto questo da costruire attraverso un'alleanza tra gli elettori, più che tra i loro (presunti) rappresentanti, per superare la narrazione tossica e ormai compromessa delle coalizioni di partito.

In cosa potrebbe tradursi tutto questo? Sicuramente in un "listone" che alle Europee superi i recinti di partito, che non sia la sommatoria delle singole forze politiche, ma che riesca ad intercettare l'elettorato sconcertato per ciò che sta succedendo nel Paese. In questo senso le adesioni preventive di Carlo Calenda e Laura Boldrini, la "benedizione" silenziosa del sindaco di Milano Beppe Sala, le aperture di Gentiloni e Bersani, lasciano ben sperare. «Non vogliamo andare a formare un centro antisovranista settario alla Macron - specifica la nostra fonte - ma un centrosinistra civico, popolare e di governo, sicuro di poter rappresentare una grande fetta di Italia che oggi si sente politicamente orfana».

Il piano è ambizioso e si propone, a sua volta, di centrare altri due obiettivi. Il primo è togliere spazio politico alle ambizioni scissioniste di Matteo Renzi. Davanti all'onda arancione, l'ex premier non avrebbe terreno fertile dove provare a far attecchire un suo neonato soggetto, che potrebbe sì andare a pescare tra le fila di Forza Italia e di alcuni reduci centristi, ma che difficilmente riuscirebbe a scalfire l'elettorato. Il secondo è quello di solleticare quei soggetti che stanno lavorando ad un'alternativa, sia dentro che fuori la maggioranza di governo. Magari con un respiro più di lungo periodo, che vada oltre l'appuntamento delle europee.

Il primo interlocutore, in questo senso, potrebbe essere Federico Pizzarotti, che si sta facendo strada con il suo "Italia in Comune", ed ha già cannibalizzato i Verdi, così poco attraenti nel panorama politico nostrano, ma con grandi margini di crescita, come dimostrano i recenti exploit elettorali in molti paesi europei, dalla Germania all'Austria, dall'Olanda al Belgio. Ma in prospettiva non si escludono convergenze con quello che sta diventando sempre più un partito nel partito, ossia l'ala sinistra del Movimento Cinque Stelle, rappresentata da Roberto Fico e da un rinvigorito Beppe Grillo, sempre più deluso e distante dalle posizioni filo-salviniane di Di Maio, Di Battista e, soprattutto, Casaleggio.

«Il sentiero è molto stretto - riconosce la nostra fonte - ma vale la pena provare. Di qui passa il futuro della nostra democrazia e della sinistra italiana».

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook