Profezie
17 Gennaio Gen 2019 0631 17 gennaio 2019

No, Casaleggio: il lavoro non finirà nel 2054. Ma finirà l’Italia, se continuate così

Quello della fine del lavoro è uno spauracchio agitato dai tempi di Marx, che non si è mai verificato. Semmai, il lavoro cambia di continuo. E finiremo nei guai se non ci attrezziamo al cambiamento, puntando sulla scuola anziché sui sussidi

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Utopisti d’ogni colore e fattura, da lungo tempo, predicano che un giorno le macchine – oggi più elegantemente chiamate robot – produrranno tutto ciò di cui vi è bisogno, mentre il lavoro degli umani svolgerà un ruolo minimo ed ancillare nel processo di produzione e distribuzione di merci e servizi. Nella versione più celebre e, in un certo senso, ottimista di questa predizione Marx vaticinava che questo avrebbe coinciso con la realizzazione del comunismo. Nel comunismo i beni di produzione sarebbero stati di proprietà comune (dopo una fase intermedia, il socialismo, durante la quale sarebbe stato necessario gestire la produzione attraverso un controllo statale, quindi coercitivo, di tali mezzi di produzione) e gli umani, finalmente liberati dal bisogno che la scarsità impone, avrebbero vissuto comunitariamente felici e contenti. Una visione non molto diversa da quella di Keynes il quale – in un articolo del 1930 intitolato Economic Possibilities for our Grandchildren – faceva una predizione praticamente simile. L’economista inglese, essendo chiaramente più sicuro di se di quanto non lo fosse il filosofo di Treviri, si arrischiava anche a predire quando tale liberazione dalla scarsità sarebbe avvenuta: più o meno ai giorni nostri.

Come tutti abbiamo modo di constatare guardandoci attorno, entrambe le previsioni (e molte altre simili, seppur meno celebri) sono tristemente fallite: la scarsità ed il bisogno sono ancora con noi. I regimi socialisti sono crollati quasi tutti a seguito di immani catastrofi mentre quelli che ancora resistono, da Cuba alla Corea del Nord passando per il Venezuela, affamano i propri sudditi. Ma anche nei paesi dove il progresso tecnologico si è maggiormente realizzato grazie all’esistenza di una qualche forma di proprietà privata – va detto che JMK, nell’articolo in questione, rimase cautamente silente sulle forme di proprietà che avrebbero permesso gestire l’abbondanza prossima ventura – l’abbondanza è ben lontana dall’essere realtà.

Eppure continuano ad apparire guru, santoni e futurologi di vario tipo ad annunciare che il cambiamento tecnologico – oggi sotto forma di intelligenza artificiale, i robot appunto – sta eliminando il lavoro e che questo problema, la mancanza di lavoro, va curato con qualche intervento statale che redistribuisca le enormi ricchezze prodotte dalle macchine da coloro che quelle macchine possiedono ai nullatenenti e nullafacenti. La qual cosa, neanche a dirlo, richiede un radicale cambiamento del “paradigma economico dominante” (che ci sia ognun lo dice) da sostituirsi con un “approccio totalmente innovativo” (dove sia nessun lo sa).

In questa visione contemporanea, decisamente meno ottimistica di quelle di Marx e Keynes, gli umani finiranno per esser divisi in due categorie. I pochissimi proprietari delle magiche macchine vivranno da nababbi nuotando in una ricchezza infinita mentre tutti gli altri saranno ridotti all’indigenza e ad una vita priva di dignità e, ovviamente, di strumenti autonomi di sostentamento. Il buon Bill Gates medesimo, qualche anno fa, si è lasciato andare ad un pindarico volo di questo tipo suggerendo che era assolutamente urgente tassare il reddito prodotto dai robot per distribuirlo a coloro il cui lavoro i robot avevano sostituito. Sembra sia poi diventato silente quando qualcuno gli ha fatto osservare che la sua notevole ricchezza si era accumulata nei decenni attraverso la produzione, guarda caso, del “cervello” dei moderni robot e che, quindi, il primo da espropriare era esattamente lui.

Buon ultimo è arrivato ieri anche Davide Casaleggio il quale – in una intervista/proclama al Corriere della sera, corredata di elegante video e le cui ovvie finalità politiche immediate cercherò di ignorare – s’arrischia d’imitare John Maynard Keynes predicendo che nel 2054 il lavoro “così come lo conosciamo”, non ci sarà più. Quest’ultima previsione, devo dire, quasi quasi la sottoscrivo anche io visto che, nel 2018, il lavoro così come lo conoscevano nel 1982 non esiste più: il cambio tecnologico, da sempre, cambia quel che gli umani fanno quando lavorano.

Tralasciamo, per mancanza di spazio, l’elenco delle corbellerie contenute nel video didattico; le televisioni italiane ci hanno purtroppo assuefatti a ben peggio. Concentriamoci invece sui due problemi che questo tipo di cambio tecnologico sta generando: (i) la domanda per nuove forme, mai esistite prima, di lavoro umano e, (ii), la difficoltà che molti incontrano nell’adattarsi a tale cambiamento e ad utilizzarlo in modo tale da migliorare le proprie condizioni di vita. È importante sottolineare che questi due processi stanno avvenendo in maniera non dissimile, anche se forse quantitativamente più rapida, a quella con cui essi si sono realizzati nei decenni e secoli precedenti.

Nel 1940 in Italia gli occupati nell’agricoltura erano il 50% del totale, mentre oggi sono meno del 5%: nulla di nuovo sotto il sole. Il che non implica, ovviamente, sia opportuno ignorare il problema, anzi. Implica invece che questo processo di cambiamento va affrontato con lo stesso ottimismo, lo stesso realismo e, soprattutto, la stessa volontà di cambiamento con cui lo affrontammo e lo gestimmo positvamente allora

Occorre avere una memoria storica molto debole per scordare le enormi migrazioni dalle campagne alle città, avvenute durante il secolo scorso nei paesi che oggi chiamiamo “avanzati”, e la conseguente sparizione di quasi tutti i lavori più diffusi all’inizio del 1900, sostituiti da altri allora inconcepibili. La risposta a queste gigantesche trasformazioni si fondò su tre pilastri. L’ampliamento ed il miglioramento dell’educazione che cambiò le professionalità di cui la popolazione era in possesso. L’utilizzo dei risultati della ricerca scientifica per migliorare la qualità della vita nelle città e risolvere i problemi di trasporto, congestione ed inquinamento che venivano emergendo. La progressiva flessibilizzazione del rapporto fra individuo, professione e luogo di residenza che ci ha portato ad essere capaci sia di cambiare posto di lavoro che professione e stile di vita quando opportuno.

Se oggi molte occupazioni che, per due o tre generazioni, ci eravamo abituati a considerare come “naturali” sta scomparendo ricordiamo che nel 1940 in Italia gli occupati nell’agricoltura erano il 50% del totale, mentre oggi sono meno del 5%: nulla di nuovo sotto il sole. Il che non implica, ovviamente, sia opportuno ignorare il problema, anzi. Implica invece che questo processo di cambiamento va affrontato con lo stesso ottimismo, lo stesso realismo e, soprattutto, la stessa volontà di cambiamento con cui lo affrontammo e lo gestimmo positvamente allora. E qui casca l’asino non solo della Casaleggio e del suo proprietario ma dell’intero movimento culturale che egli rappresenta ed oggi, purtroppo ci governa.

Non è con il disprezzo della scienza, con lo sminuimento della professionalità e del merito, con la distruzione per mancanza di finanziamento e considerazione sociale di scuola ed università, con l’apologia di un passato tanto inesistente quanto inventato, con la chiusura nelle frontiere nazionali ed il rigetto delle nuove energie umane che in Italia vorrebbero vivere, con il rifiuto del cambiamento e del rischio, con la richiesta di sussidi al far niente o al mantenimento dell’esistente, che possiamo gestire positivamente questo processo . Al contrario, dovremmo fare l’esatto contrario. Ovvero l’esatto contrario non solo di quanto Davide Casaleggio predica al Corriere ma anche, soprattutto, l’esatto contrario di quello che questo governo – la maggioranza del quale fa a lui riferimento – sta facendo ed intende fare.

Il mondo non intende invertire rotta né la invertirà, per la semplice ragione che centinaia di milioni di persone stanno uscendo da millenni di miseria grazie al cambio tecnologico ed alla crescita. La rotta dobbiamo invertirla noi italiani mostrando il nostro genio al mondo. Solo questo ci permetterà di inventare i milioni di nuovi posti di lavoro – meno pesanti, più creativi, soddisfacenti e remunerativi di quelli che stanno sparendo – e di cavalcare questa nuova onda del cambiamento tecnologico mondiale, anziché venirne travolti perché paralizzati dalle nostre paure ed insicurezze su cui dei cattivi predicatori hanno costruito e stanno rafforzando il loro potere signorile.

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