Dossier
Greenkiesta
guerre
1 Marzo Mar 2019 0600 01 marzo 2019

Le tensioni tra India e Pakistan non finiscono qui: in futuro ci saranno “guerre dell’acqua”

La crisi tra i due Paesi, da sempre ostili, appare dietro l’angolo. Non va dimenticato che condividono, oltre alla minaccia nucleare, anche territori e corsi d’acqua. E forse sarà qui il vero pomo della discordia

000 1DZ3H5
NARINDER NANU / AFP

Immaginate due Paesi che si odiano, che da tempo si lanciano scaramucce (attacchi aerei da una parte, terrorismo dall’altra), che hanno la bomba atomica e che, in più, condividono territori e corsi d’acqua. Cosa mai potrebbe andare storto?

Il problema è che la tensione tra India e Pakistan, sempre più evidente, rischia di degenerare. Non si arriverà – si spera – all’uso dell’atomica, ma ci sono studiosi che ipotizzano una prossima “guerra dell’acqua”. Come riporta Foreign Policy, la decisione di costruire una diga sul fiume Ravi, al confine tra i due Stati, è già un atto di ostilità: le acque sono indiane, ma una porzione viene lasciata scorrere in Pakistan. Andare a colpire dove fa male – cioè sulle risorse idriche – non farà che aumentare il disaccordo tra i due Stati, soprattutto perché il Pakistan, sotto questo profilo, non se la cava bene: nel 2025, si prevede, la scarsità di acqua sarà altissima e avrà un impatto profondo su tutte le attività umane, in primo luogo l’agricoltura.

Ma la guerra dell’acqua, almeno tra questi due Paesi, non sarebbe una novità. Come spiega Sunil Amrith, professore di Studi Asiatici all’Università di Harvard, tutto comincia con il Trattato per l’acqua del Indo, “spesso indicato nei corsi universitari come uno dei rari casi di accordo efficace tra Paesi ostili”, ma che “viene sempre indicato dai politici interni come causa di ogni male”.

Secondo il trattato, ratificato nel 1960, gli affluenti dell’Indo, fiume principale del Pakistan sono stati suddivisi tra i due Paesi: le acque del Sutlej, del Beas e del Ravi spettano all’Inda, quelle dell’Indo occidentale, del Jhelume del Chenab al Pakistan.

da Wikimedia

Questo significa che per i primi tre l’India può accampare tutti i diritti di sfruttamento che desidera: le acque vengono fatte convogliare nelle campagne vicine per favorire l’agricoltura. Quello che scorre, finisce al Pakistan. Adesso, per aumentare la resa del fiume, mettono una diga. “Avrebbero potuto farlo prima”, spiega il professore, “ma lo fanno solo adesso”. Un po’ la piega politica, un po’ “il fatto che, sulle questioni idrologiche, i conflitti sono più intra-nazionali, cioè tra le regioni che si disputano lo sfruttamento dell’acqua, che internazionali”.

Ma nell’area (India, Nepal, Bhutan, Pakistan) ci sono più di 400 dighe in costruzione o pianificate. Altre ancora saranno costruite al confine tra India e Cina. E questa furia costruttiva potrà innescare nuovi conflitti e nuovi disastri ecologici. Non solo con il Pakistan: l’India, per esempio, teme la “colonizzazione” cinese del Brahmaputra.

Insomma, le previsioni delle “guerre per l’acqua” sono fosche. Anche perché, in mezzo, ci sono economie di villaggi, province e regioni. E il rischio, quello serio, di una guerra guerreggiata.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook