7 Marzo Mar 2019 0600 07 marzo 2019

L'Europa è sempre più diseguale. Ecco perché aumenta il divario tra regioni ricche e povere

La sfida della convergenza europea, l’avvicinamento tra le aree ricche e quelle povere, sembra essere fallita perlomeno a livello regionale. Dalla Spagna alla Germania fino alla Repubblica Ceca, dal 2000 a oggi è aumentato il divario tra le regioni più ricche e più povere di ogni Paese

Poveri_Linkiesta

L’Europa diventa sempre più diseguale. Le aree più ricche accrescono i propri redditi più velocemente di quelle più povere. I dati paiono inequivocabili. Questa è la classifica delle regioni con PIL pro capite maggiore (aggiustate per parità di potere d’acquisto). La media europea è sempre normalizzata a 100, e si può notare come le aree più ricche risultavano nel 2017 ancora più ricche in confronto a questa che nel 2017. La parte Ovest di Londra, che ospita i più facoltosi d’Europa, aveva un PIL 6,26 volte maggiore di quello medio. Era di “solo” 5,37 volte più grande nel 2000. E così anche le regioni seconde, terze, quarte, ecc, erano più distanti dalla media da chi era nelle stesse posizioni all’inizio del millennio. Tra l’altro si nota bene come la provincia di Bolzano, la Lombardia, la provincia di Trento fossero rispettivamente ottava, decima e dodicesima e ora non compaiano tra le prime sedici, dove invece fanno capolino capitali dell’Est come Praga e Bratislava con i propri distretti.

E anche in questo caso con un PIL pro capite più distante dalla media (che è sempre 100) di quanto lo fossero le aree che erano nella stessa posizione nel 2000. Si potrebbe pensare che allora ci sia stata almeno una convergenza tra Est ed Ovest, ed è sicuramente vero. Tuttavia all’interno dei singoli Paesi i divari sono cresciuti, e sono questi che appaiono più evidenti alla popolazione, che ha più rapporti con i connazionali di altre regioni di quanti ne abbia con altri europei. La Repubblica Ceca si è certamente avvicinata ai redditi dell’Ovest, ma al suo interno le disuguaglianze sono aumentate. Il distretto di Praga già di gran lunga il più ricco, è cresciuto di più della regione della Moravia-Slesia, già la più povera nel 2000.

Lo stesso è accaduto in altri Paesi, sia Est che a Ovest, senza eccezioni. In Germania, dove dal 2000 il PIL dell’Alta Baviera è aumentato del 69,2%, mentre quello della molto più povera Sachsen Anhalt solo del 43,9%

In Spagna, dove Madrid è cresciuta molto più della regione meno ricca del Paese, l’Estremadura.

Va allo stesso modo nel Regno Unito, dove addirittura l’incremento del reddito londinese è stato più che doppio di quello gallese, complice una demografia pure diversa.

In Romania è sempre enorme il distacco tra la performance dell’area di Bucarest e il Nord Est rurale, al confine con la Moldova.

E naturalmente anche in Italia dopo la crisi le strade di Lombardia e Campania sono divenute divergenti e sembrano essere destinate a esserlo a lungo.

Quella che doveva essere la sfida della convergenza europea, l’avvicinamento tra le aree ricche e quelle povere, sembra essere fallita perlomeno a livello regionale. La mezza vittoria della crescita sostenuta dell’Est appare più come un effetto della globalizzazione mondiale che il risultato di uno sforzo voluto, di un progetto condiviso. Ed è la stessa globalizzazione che fatalmente provoca lo sviluppo delle capitali, delle grandi città, delle regioni già competitive, che attraggono in modo assolutamente ineguale gli investimenti dall’estero che invece trascurano completamente le zone rurali più periferiche.

Una multinazionale dei servizi avanzati non ha alcuna ragione per impiantarsi a Enna, a Caceres in Estremadura, a Iasi in Romania, nelle foreste del Brandeburgo. Sceglierà Milano, Madrid o Barcellona, Praga o Bucarest. La transizione dall’industria e l’agricoltura ai servizi rende inutile l’esigenza di ampi spazi. Il posizionamento presso crocevia di grandi assi di comunicazione, pur se lontani da grandi città, non è più prioritario.

Con la crisi c’è stata un’accelerazione del declino della programmazione pubblica, il che è stato comprensibile in molti luoghi vista anche l'inefficienza dei decenni precedenti. Ma non è stata sostituita da nulla, non dal mercato, non da un intervento europeo. Non c’è stato per esempio un reale incentivo a modificare uno dei principali driver di sviluppo, l’istruzione. La concentrazione di laureati tra i trentenni rappresenta lo stesso divario, in alcuni casi (Germania e Italia) persino in aumento, già riscontrabile nel reddito.

Non sappiamo se sia nato prima l’uovo della minore istruzione o la gallina del minor reddito, ma si tratta di un circolo vizioso che ha bisogno di essere spezzato da un intervento pubblico. E si potrebbe fare solo a livello europeo. Lo striminzito bilancio comune oggi, indirizzato sui soliti sussidi, rende impossibile una vera azione. Senza la volontà di accrescerlo di alcuni ordini grandezza rimane solo l’azione della globalizzazione. Che renderà il contadino dei Carpazi meno povero rispetto a quello sardo o portoghese, ma scaverà ancora di più il solco tra lui e i giovani colletti bianchi di Bucarest. E sono questi solchi che creano, nonostante la crescita del PIL, il terreno per l’insoddisfazione, l’odio per le elite, il trionfo del populismo, a tutte le latitudini.

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