Dossier
Greenkiesta
Intervista
8 Marzo Mar 2019 0600 08 marzo 2019

Enrico Giovannini: “No, l’ambientalismo non è roba da ricchi. Ma non facciamo gli errori di Macron coi gilet gialli”

C’è il rischio che la missione ambientalista diventi un altro campo di contrapposizione tra élite e popolo, come la rivolta dei gilet gialli dimostra. Giovannini: “Serve la giusta transizione ecologica per minimizzare l’impatto sui più poveri, che godranno invece della nuova crescita economica”

Gilet Jaunes Linkiesta
(JEAN-FRANCOIS MONIER / AFP)

C’è un grande rischio nella missione ambientalista che sta animando la sinistra mondiale, dagli Stati all’Europa: quello che diventi un altro dei temi che contrappone le élite al “popolo”. Certo, il cambiamento climatico è una minaccia per il pianeta. Ma tra chi si mette in coda per avere il sussidio di disoccupazione o il reddito di cittadinanza la tutela dell’ambiente non è la priorità. Anzi, la “transizione verde” per le classi sociali più povere sarà tutt’altro che «un pasto gratis», fa notare l’economista francese Jean Pisani-Ferry: i più colpiti dalla chiusura degli impianti a carbone o dalla ecotassa sulle vecchie auto inquinanti saranno operai, impiegati, precari, non certo i banchieri che sponsorizzano i green bond. L’aumento della tassa sui carburanti, d’altronde, è stata all’origine della stessa rivolta dei gilet gialli francesi, che dalle aree suburbane devono per forza spostarsi in auto per andare al lavoro. L’ambientalismo, allora, è solo una roba da ricchi?

«Certo che no», risponde l’ex ministro Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. «Si tratta invece di un’opportunità per tutti, a patto che si attui però quella che viene chiamata la “giusta transizione ecologica”, in modo da minimizzare l’impatto per i più deboli. D’altronde l’unica modalità per sfuggire alla trappola della bassa crescita nei Paesi sviluppati, che colpisce proprio i più poveri, è reinventare il capitalismo passando a un’economia sostenibile. Ma non deve essere l’ambiente contro tutti calato dall’alto. Bisogna rivedere il modello economico in modo sistemico, di modo che la tutela ambientale possa creare anche nuova crescita economica e nuove opportunità di lavoro per tutti».

Se l’ambientalismo salverà soprattutto le classi sociali più deboli, cosa c’è stato allora di sbagliato nella tassa sui carburanti francese che ha portato ai gilet gialli?
Basta guardare la sequenza con cui il governo francese ha attuato i suoi interventi. Per prima cosa ha approvato una maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro, poi ha messo la carbon tax e solo successivamente ha annunciato misure per i più poveri. Una sequenza di questo tipo aumenta l’ansia di chi sta indietro. Questo è l’errore da evitare. Serve una coerenza delle politiche per portare un Paese verso lo sviluppo sostenibile.

Non si può negare però che l’aumento delle tasse sulle auto più inquinanti colpisca i più poveri, o che la chiusura delle centrali a carbone creerà disoccupati tra gli operai.
Il 2018 negli Stati Uniti è l’anno in cui il numero delle chiusure degli impianti a carbone ha raggiunto il suo massimo, checché ne dica Trump. Il mercato va in questa direzione, quindi più o meno velocemente quei posti di lavoro andranno persi. Il vero tema è che se un Paese non prepara la giusta transizione ecologica, dove per “giusta” si intende anche la preoccupazione di trovare posti di lavoro diversi, ti scoppia in mano la sostenibilità sociale e politica. La stessa cosa si applica all’automotive: secondo uno studio, a causa del ritardo accumulato in questo campo a causa di errate scelte, se l’Italia facesse un salto immediato all’auto elettrica, si perderebbero 900mila posti di lavoro lungo tutta la filiera produttiva. Ma non possiamo scaricare solo sui lavoratori questa transizione. Non si tratta solo di tutela dell’ambiente, ma del cambiamento del modello di sviluppo che apre a nuove prospettive economiche. Prospettive a cui in particolare i più poveri sono interessati.

(SAUL LOEB / AFP)

Se un Paese non prepara la giusta transizione ecologica, dove per giusto si intende anche la preoccupazione di trovare posti di lavoro diversi, ti scoppia in mano la sostenibilità sociale e politica

Mi fa un esempio?
Con l’Agenda 2030, l’Italia si è impegnata per far sì che tutte le città italiane entro 2020 si dotino di piani per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ha idea di quanti posti di lavoro si potrebbero creare in questa direzione? O di quanti posti di lavoro si potrebbero creare nella riqualificazione urbana, magari favorita da una legge contro il consumo di suolo, che la scorsa legislatura non è stata invece capace di approvare? Oggi costruire una casa richiede un numero di occupati inferiore rispetto a un lavoro di riqualificazione dell’esistente. Le imprese che sono andate verso l’economia circolare hanno ridotto l’impatto ecologico, hanno aumentato l’occupazione perché per riciclare servono più persone che per produrre prodotti ex novo, e hanno migliorato redditività e profitti.

Sta dicendo quindi che le classi più povere potrebbero invece beneficiare dalla transizione ecologica?
Certo, basti pensare che in Italia ci sono 60mila morti l’anno per malattie legate all’inquinamento, e mezzo milione all’anno in Europa. A pagare è soprattutto chi non si può permettere le cure. Senza dimenticare che la crescita economica che deriva dall’economia circolare interessa soprattutto chi è in povertà. Secondo quanto dice l’Ocse, nei prossimi decenni ben che vada i Paesi sviluppati cresceranno dell’1,7% l’anno. Una crescita del genere non risolverà il problema dei 113 milioni di europei a rischio di povertà o esclusione sociale. Reinventando il capitalismo attraverso il passaggio a un’economia sostenibile, questo +1,7% potrebbe essere molto più alto.

Come?
Il cambiamento climatico non solo è una realtà e la tutela dell’ambiente può diventare un modo per ricostruire l’economia. Oscar Farinetti una volta ha raccontato di aver detto a Donald Trump: “Donald, abbiamo fatto un sacco di soldi sporcando il mondo, adesso possiamo fare un sacco di soldi ripulendolo”. Questa battuta significa molto.

Abbiamo fatto un sacco di soldi sporcando il mondo, adesso possiamo fare ancora un sacco di soldi ripulendolo

Ricorda un po’ la camorra che dopo aver fatto i soldi con il traffico illecito di rifiuti ora ha messo le mani anche nelle bonifiche.
Il paragone è azzeccato. La differenza fondamentale è tra chi guarda i piedi e chi guarda l’orizzonte. Ed è qui che anche i Paesi si stanno attrezzando in modo diverso. La Cina, con il vecchio modello di sviluppo copiato pari pari dall’Occidente, ha contribuito significativamente alla distruzione del pianeta. Ora però sta facendo una sterzata radicale perché ha capito che questa è un’occasione di competitività, non di costo. Lo stesso accade nella cosiddetta finanza sostenibile e responsabile. Quando il capo di BlackRock annuncia ai suoi azionisti che non investirà più un dollaro nelle società che non rispettano i criteri Esg (Environment, Social, Governance), lo fa perché è diventato improvvisamente ambientalista o perché è seriamente preoccupato della sostenibilità economica dei suoi investimenti?

E in Italia come siamo messi?
L’Italia nel 2016 è stato l’ultimo Paese europeo a recepire nel suo ordinamento la direttiva sulla rendicontazione non finanziaria, che richiede alle imprese di descrivere anche l’impatto ambientale e sociale, limitando però l’obbligatorietà alle grandissime imprese e neanche a tutte. Di fatto sono circa 220 le imprese italiane soggette a questo obbligo. Dopo due anni gli stessi lobbisti che avevano spinto per quella scelta si sono resi conto che ormai una parte crescente della finanza non si avvicina più alle imprese che non rendicontano in questo modo. Tanto che molte medie e piccole imprese lo stanno facendo volontariamente per non essere messe da parte. A livello “macro” segnalo che la legge 221 del 2015, il cosiddetto collegato ambientale, prevede che ogni nuova legge, compresa la legge di bilancio, venga valutata alla luce dell’impatto che ha sul cosiddetto “capitale naturale”. Una norma che porta le mie “impronte digitali” (benché fossi ministro del lavoro) completamente inattuata. Per le forze politiche italiane, lo sciopero per il clima degli studenti del prossimo 15 marzo potrebbe essere l’occasione per impegnarsi finalmente a rispettarla.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook