14 Marzo Mar 2019 0600 14 marzo 2019

La sfida di Xi Jinping: ecco come la Cina vuole diventare una potenza globale (senza fare troppa paura)

Nessun leader cinese ha mai viaggiato più di Xi Jinping in lungo e in largo fuori dai confini nazionali. Anche per questo per la prima volta da anni la Cina sta cercando il riconoscimento del suo status da parte della comunità internazionale

Xi Jinping_Linkiesta
FRED DUFOUR / AFP
FRED DUFOUR / AFP

Pubblichiamo un estratto del libro "L'amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina" di Kerry Brown pubblicato in Italia dalla Luiss University Press

Il Partito comunista osservante delle regole, rinnovato e nuovamente motivato sotto il comando di Xi Jinping, con il suo approccio comprensivo e la sua missione mirante a perseguire una grande visione, è anche un partito globale, quantunque usi un concetto di globalizzazione che ha sempre più caratteristiche cinesi. Subito dopo aver assunto il potere, Xi convocò una riunione del Politburo nella quale chiese ai suoi colleghi diraccontare meglio la storia della Cina. Le autorità avevano la percezione che ci fosse una scarsa comprensione reale delle intenzioni della Cina e che il mondo esterno facesse troppe deduzioni negative sul Paese. Xi stesso era consapevole che le critiche si erano moltiplicate durante l’èra di Hu, specialmente le accuse rivolte al partito di avere una leadership fiacca e non intenzionata a dire, o forse incapace di farlo, che cosa volesse la seconda economia più grande del mondo oppure, più importante ancora, a confutare alcune delle accuse più persistenti mosse alle sue intenzioni. Negli Stati Uniti ha iniziato a prendere piede lo slogan della “minaccia cinese”. Gli investimenti cinesi sono diventati un problema, perché sospettati di mascherare ben altre intenzioni politiche.

Gli Istituti Confucio, aperti in oltre cinquecento campus universitari stranieri in tutto il mondo, sono diventati catalizzatori di sospetti circa le reali intenzioni della Cina, accusata di averli aperti per promuovere opinioni favorevoli, non critiche nei confronti del Paese, nell’ambito dell’operato del FronteUnito, il settore del partito deputato a mantenere irapporti con le comunità cinesi d’oltreoceano e altre forze della società, di promuovere una visione coesa del partito e di agire negli interessi di tutti. Xi stesso è diventato il diplomatico di più alto grado impegnato in questo tentativo di presentare la storia cinese in questi termini. Egli si è anche fatto promotore di un miglioramento delle relazioni internazionali. Nell’epoca di Hu, in genere il ministro degli Esteri era uno dei personaggi meno importanti del partito (un illustre personaggio politico del Regno Unito mi ha addirittura riferito intorno al 2011 che “quando Henry Kissinger va a Pechino, ormai considera il capo del ministero degli Esteri cinese semplicemente come colui che gli apre la portiera della macchina quando deve recarsi da qualche parte per un appuntamento con qualcuno che conta davvero!”). Sotto il comando di Xi, al momento il ministero degli Esteri è afdato a Wang Yi, che fa parte del comitato centrale, composto da ben trecentocinquanta membri, ma non del Politburo e tantomeno del comitato permanente. Il consigliere di Stato Yang Jiechi è il politico di più alto grado a sovrintendere agli afari internazionali, ma fino al 2017 non ha fatto parte dell’ufcio politico del Partito comunista cinese, il Politburo.

Le cose oggi sono radicalmente cambiate, e Yang è entrato a far parte dei “ventiquattro capi più importanti”. Cosa ancora più degna di nota, Wang Huning – in passato professore universitario a Shanghai ed esperto di relazioni internazionali, con un background in lingua francese e studi sui diferenti concetti di sovranità – compare tra i neopromossi al comitato permanente de litburo. Non avendo una grande esperienza amministrativa di cui parlare (non è mai stato segretario provinciale del partito, né incaricato di guidare un ministero), Huning ha avuto il grandissimo talento di saper tradurre le idee dei leader politici cinesi di tre generazioni dall’epoca di Jiang in efcaci slogan concisi, per poi dare loro premesse e giustificazioni teoriche. Wang, personaggio giallognolo e introverso che ha smesso ufcialmente di pubblicare qualsiasi cosa non appena è scomparso dietro le mura del complesso della leadership centrale nel 1994, è noto per aver dato vita all’idea di “neo-autoritarismo”. Egli è il primo specialista in relazioni internazionali a essere stato elevato a quella carica, e la sua presenza accanto a Xi dimostra che adesso si è compreso chiaramente quanto sia fondamentale promuovere un’idea di Cina globale. Nel 2017 il Paese è stato collegato al mondo esterno come mai prima. Benché Xi sia stato chiamato il cantastorie-in-capo dentro la Cina, nessun leader cinese ha mai viaggiato più di lui in lungo e in largo fuori dai confini nazionali. In ogni caso, è apprezzabile che, malgrado gli siano stati ascritti poteri enormi a livello interno e sia stato criticato perché coinvolto in ogni area politica possibile, Xi trovi il tempo di viaggiare. Le sue trasferte all’estero non sono sporadiche: nei cinque anni intercorsi dal 2013 ha visitato quasi cinquanta Paesi e ogni continente di questo pianeta. Tra questi vi sono alcuni alleati fedeli come Russia e Indonesia, ma anche destinazioni impensabili come Isole Fiji, Arabia Saudita e Cile. Xi è stato nel Regno Unito e in Germania, ma anche nella Repubblica Ceca e in Nuova Zelanda. Si è recato in visita negli Stati Uniti molte volte e in Africa due. Il fatto stesso che il funzionario di più alto grado del PCC abbia trascorso tanto tempo in volo per raggiungere destinazioni globali così diverse testimonia una cosa assai chiara: alla Cina il mondo esterno interessa come mai prima d’ora e la nazione ha un’enorme posta in gioco e un ruolo da espletare nel suo sviluppo futuro.

La Cina continua ad aver bisogno dei suoi mercati, della sua proprietà intellettuale, della sua concorrenza (per rendere le sue imprese più efficienti) e della sua solidarietà su questioni che le stanno a cuore. Ma sta anche cercando qualcosa di più: il riconoscimento del suo status da parte della comunità internazionale. La cosa più esplicita afermata dal Pensiero di Xi Jinping sulla visione internazionale della Cina è il desiderio di essere una grande potenza. È significativo a tal proposito che, durante il congresso del 2017, l’Iniziativa della cintura e della strada (BRI) sia stata inserita sia nella costituzione del partito sia nel Pensiero di Xi. È la prima volta negli anni più recenti che la Cina ha proattivamente messo in chiaro una visione internazionale, in particolare questa grande idea che ufficialmente interessa più di sessanta Paesi (ma molti altri a livello informale). Alle critiche mosse nel primo decennio del nuovo secolo dagli StatiUniti e da altri Stati di non essere abbastanza esplicita circa le sue opinioni sul suo ruolo nel mondo e sul suo potere sempre più grande, la Cina ha risposto rispolverando la vecchia idea delle Vie della seta, rapporti commerciali instaurati in epoca antica tra Medio Oriente, Europa e terre ancora più remote e le varie dinastie cinesi susseguitesi nell’arco dei secoli. Ci sarebbe molto da discutere sulla forma e sull’intensità storica di quei rapporti commerciali, ma l’idea sembrò aver preso piede, con il grande vantaggio direndere possibile alla Cina dare accesso al suo mercato e rendere più solide le sue relazioni commerciali, il modo forse più facile per creare l’immagine di un Paese che guarda fuori dai suoi confini ed evita aree contenziose come la sicurezza o le alleanze politiche. La BRI in parte risolve un dilemma per la Cina di Xi.

Negli anni Novanta, sotto il comando di Jiang, si comprese che mentre le zone del Paese lungo le coste erano riuscite a svilupparsi in tempi rapidi grazie ai loro collegamenti logistici con il mondo esterno e a un’ubicazione più favorevole per la produzione, le aree centrali e occidentali del Paese erano rimaste indietro. Tra le altre province, Tibet, Xinjiang, Gansu, Sichuan e Yunnan erano afflitte da scarse infrastrutture, servizi pubblici scadenti o inesistenti, bassi livelli di istruzione della popolazione e un’enorme quantità di altri problemi ambientali, sociali e di natura diversa. Mentre nel 2012 Shanghai godeva di un Pil pro-capite di oltre diecimila dollari, la provincia di Gansu nel nord-ovest del Paese arrivava a stento a tremila. C’erano anche problemi endemici, come il trasferimento della popolazione istruita in aree più benestanti o addirittura all’estero, la corruzione, una governance di qualità mediocre, e il guaio ulteriore di movimenti separatisti locali nello Xinjiang e nel Tibet, alcuni dei quali erano scivolati nel terrorismo.

Nel 2013 e 2014 l’amministrazione Xi ha avuto esperienza diretta di ciò quando un’autobomba è esplosa nello spazio sacro di piazza Tienanmen o quando, l’anno seguente, alcuni estremisti islamici hanno aggredito a coltellate la popolazione civile nella stazione di Kunming. Il professore Wang Jisi, ancor prima del 2012, aveva fatto presente che una soluzione semplice per lo sviluppo delle regioni occidentali non avrebbe dovuto comportare investimenti su ampia scala da parte del governo centrale e programmi di aiuto interni, come era stato proposto in precedenza, ma avrebbe potuto basarsi invece sullo sfruttamento degli asset di quelle regioni – come il fatto di confinare con Paesi come India, Russia e Pakistan, e da essi accedere all’Asia centrale e oltre. Questo non soltanto avrebbe aperto nuove potenziali fonti di crescita, ma avrebbe anche diversificato le vie di approvvigionamento delle risorse cinesi, in buona parte dominate da una stretta striscia di mare nello Stretto di Malacca a Sud, che per gli Stati Uniti era facile tenere sotto controllo. Con infrastrutture e investimenti degni di questo nome, la Cina avrebbe avuto accesso al petrolio e ad altre risorse del territorio, lontano dalle interferenze degli Stati Uniti.

In questa audace visione c’erano, ovviamente, numerose problematiche. Sarebbe stato indispensabile, tra le altre cose, avviare negoziati con Stati con i quali la Cina aveva rapporti molto tesi (l’India, per esempio, dove la questione delle frontiere rimaneva irrisolta). La Cina avrebbe anche dovuto garantire che la Russia, che considerava l’Asia centrale il suo giardino sul retro, non si innervosisse. E infine avrebbe dovuto riflettere bene su come comportarsi nei confronti di una regione con la quale nella sua storia recente aveva avuto davvero molto poco a che fare. Ma sotto il comando di Xi l’imperativo, almeno in questo ambito, è attuare i piani, agire e occuparsi dei rischi relativi, invece di non cimentarsi del tutto a causa di possibili problemi. La BRI dà alla leadership di Xi anche una contestualizzazione in politica estera che comporta l’esportazione del Sogno cinese. Il mantra sentito e ripetuto in tutto il mondo, influenzato da questa grande visione, è quello del win-win, per cui tutti ne traggono vantaggio.

La Cina si spinge addirittura a dire che la sua grande idea non è imposta, ma basata sul consenso e finalizzata a creare una struttura mondiale multipolare, nella quale il vecchio predominio di un’unica potenza è acqua passata. Mentre scrivo questo libro, i progetti concreti relativi alla BRI sono stati pochi e sporadici, a fronte di un interesse e di un impegno evidenti.Alla metà del 2017 una grande conferenza che ha visto la partecipazione a Pechino di ventisette capi di Stato e di governo si è focalizzata esclusivamente su questa idea. Si è parlato di ingenti somme di denaro, da gestire tramite il Fondo perla Nuova via della seta e la Banca per lo sviluppo della Cina. Ancor più importante, nel 2015, grazie a piùdi cinquantasei membrifondatori, ènata la Banca di investimento perle infrastrutture inAsia (Asia Infrastructure Investment Bank, AIIB). Un progetto colossale come la BRI mette in evidenza gli aspetti strategici del tipo di amministrazione di Xi e di come il suo stile interno influisca sulle sue relazioni all’estero. Al tempo stesso, mentre Xi diceva al meeting del Politburo di “riferire bene la storia della Cina” e di garantire che il Paese si faccia sentire e capire meglio, quando si è rivolto ai diplomatici ha anche detto che la Cina doveva assumere una posizione più proattiva negli afari internazionali.

Essendo la seconda economia più grande al mondo, nella quale, perdipiù, c’era in gioco una posta così alta, il Paese non può più permettersi di restare passivo e aderire al famoso slogan di Deng Xiaoping di una ventina di anni prima: “Tieni sempre un basso profilo e non avere fretta”. La Cina doveva iniziare ad agire per quello che è: una potenza tra le più importanti e con una vera influenza. Per poter assumere questa nuova posizione, sotto il comando di Xi è stato indispensabile occuparsi di un nu- mero enorme di anomalie. Malgrado la grande attenzione riservata all’identità cinese, il Pensiero di Mao Zedong se non altro aveva una componente universalistica. Il maoismo era stato esportato nei Paesi in via di sviluppo in Africa e in America Latina per contribuire a fomentare la lotta contro il mondo capitalista. All’inizio degli anni Settanta, la Cina aveva appoggiato la battaglia rivoluzionaria in Vietnam tra i comunisti vietnamiti e gli Stati Uniti, e in altre zone del Terzo mondo, come era chiamato a quei tempi.

Nel 1974, quando Deng Xiaoping si recò alle Nazioni Unite appena uscito dagli arresti domiciliari, dichiarò che la Cina aveva un ruolo di leader peril Terzo mondo. Dopotutto, quella definizione si era udita perla prima volta proprio in Cina. Movimenti maoisti si difusero in ogni regione dell’Asia, ispirati dall’inimitabile pensiero del presidente e trasmessi perlopiù tramite il ben noto “Libretto Rosso”, più propriamente intitolato Citazioni dalle opere di Mao Zedong. Il Pensiero di Xi Jinping non è in evoluzione nello stesso modo. A Pechino non ci si fa illusioni sul fatto che il mondo esterno all’improvviso abbracci “la modernizzazione del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova èra”. Il motivo principale di ciò è da ricercarsi all’interno dello slogan stesso: come può il mondo esterno adattarsi a idee specificatamente legate al Paese, e a concetti quali “identità cinese” e alle sue qualità eccezionali? L’approccio della Cina di Xi consiste nel conferire maggiore rilievo alla necessità di pluralità e tolleranza e nel dare al Paese legittimità. Ciò implica di esigere uno spazio strategico, in particolare alla periferia cinese nel Mar cinese orientale e meridionale e intorno alle sue frontiere, nel territorio conteso che essa occupa.

La BRI e l’AIIB, insieme ad altre idee più antiche ispirate alla Cina o alla cui guida c’è la Cina – per esempio la Shanghai Cooperation Organization o i BRICS, la compagine formata da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – puntano in molte direzioni diverse. E tutte sono unite da una caratteristica fondamentale: gli Stati Uniti non ne fanno parte. Per decenni, gli Stati Uniti sono stati presenti nel mondo cinese, quasi condizionandolo. L’insoddisfazione che ne derivava era tangibile negli anni di Hu, quando i soldati americani erano in Corea del Sud, Giappone e Afghanistan.Gli Stati Uniti hanno dato vita a un riavvicinamento con il Vietnam, e sono stati profondamente coinvolti nei cambiamenti politici in Myanmar. Sembrava che gli StatiUniti avessero un dito in tutti i barattoli della marmellata, e divenne imperativo cercare di sottrarsi alla presenza degli Usa ovunque la Cina guardasse. Ciò fu fatto dichiarando in modo inequivocabile gli obiettivi della Cina, dando maggiore rilievo alla necessità di mantenere il sistema politico cinese, che a quel punto era destinato a essere parte integrante della sua stessa identità, dichiarando con forza un interesse legittimo nei confronti delle isole del Mar cinese meridionale, ed esprimendosi al riguardo di Taiwan. A tutto ciò si sommò la nuova capacità del Paese di appoggiare le sue richieste con l’hard power – con una flotta che, quantomeno in termini di navi, era pari per potenza a quella degli Stati Uniti, sebbene di fatto fosse arretrata di interi decenni dal punto di vista tecnologico.

Malgrado il Pensiero di Xi Jinping non sia rivolto al mondo esterno, la sua Cina presenta al mondo tre nuovi aspetti straordinari che quella di Mao non ha mai avuto. Il primo è che per tutta la sua storia moderna la Cina è stata sempre afitta dall’ingerenza coloniale o dall’aggressione imperialistica giapponese durante la Seonda guerra mondiale, e troppo spesso ne è rimasta vittima. Nell’epoca di Mao era considerata rinchiusa su di sé, isolata, il “grande malato dell’Asia”. Sotto il comando di Xi, invece, alla Cina finalmente si ascrivono forza e determinazione. Si tratta di qualità completamente diverse, che presentano sfide diverse sia alla Cina sia a coloro che vengono a contatto con esse. La Cina, per esempio, non può più dipingersi come vittima. Oggi siede spesso al posto di comando, soprattutto adesso, con la presidenza degli Stati Uniti affidata a Donald Trump che ha creato opportunità in termini di accordi peril libero commercio e per la leadership ambientale che la Cina non aveva mai assaporato in precedenza. Anche il mondo esterno ha lunga esperienza dirapporti con una Cina debole. Ma quel Paese non esiste più. La Cina ha le capacità, come mai prima d’ora, di poter esercitare un’influenza sul mondo che la circonda. Adeguarsi a questa nuova realtà esige un cambiamento enorme.

Molti Paesi sono ancora fossilizzati sullo stereotipo della “minaccia cinese” e di conseguenza non stupisce che ritengano la sua nuova posizione di potere alla stregua di una sfida. Alcuni vogliono che la Cina non abbia uno spazio legittimo che non le sia stato accordato da fuori, mentre altri temono che essa diventi il nuovo “poliziotto globale”, seguendo ciò che accadde nel caso degli Stati Uniti, aspetto per il quale essa ha dimostrato scarso interesse fino a questo momento. Il secondo è che c’è scarsa consapevolezza sul tipo di potenza marittima che la Cina potrebbe essere. Dal breve periodo (per altro assai insolito) risalente a quasi sei secoli fa, quando la Cina dei Ming fu una nazione marinara sotto il comando dell’ammiraglio eunuco Zheng He, la Cina ha smesso di avere una marina militare funzionale. Perché il Paese avesse una flotta di navi efcienti bisognò attendere gli anni Ottanta, quando il generale Liu Huaqing promosse la formazione di una flotta navale moderna.

Nel 2017 la Cina è riuscita a dotarsi di un numero di navi superiore a quello degli Stati Uniti, anche se – come già anticipato in questo capitolo – è molto più arretrata dal punto di vista tecnologico. Questa capacità di esercitare il potere ben al di là dei suoi confini terrestri dà all’influenza cinese una nuova dimensione, che già si avverte nel Mar cinese meridionale e in quello orientale. Nel 2015, per la prima volta nella sua storia, la Cina ha inaugurato una sua installazione militare a Gibuti, sulla costa orientale dell’Africa. Che poi questa ingente quantità di navi abbia qualche probabilità di essere usata è un’altra faccenda. Potrebbe darsi che sia poco più che simbolica. Paradossalmente, dal 1979 la forte Cina è stata un Paese che si è astenuto dal combattere contro gli Stati a lei vicini, come quando era al potere Mao. Il vero conflitto, oggi e nel futuro, si sta combattendo nel mondo virtuale. In questo contesto, la Cina ha avuto un successo considerevole,riuscendo a infiltrarsi all’interno dei sistemi al punto da essere stata accusata addirittura di aver hackerato quello personale della cancelliera tedesca e quello informatico del governo australiano. Ma la flotta militare cinese e le sue ostentate dichiarazioni di potere se non altro incoraggiano il mondo esterno a considerare il Paese in un’ottica nuova. La Cina di oggi è diversa da quella del passato, e ha le capacità, qualora fosse necessario, di combattere una guerra in mare.

L’ultimo dei tre fenomeni è il più ambizioso e difcile da gestire. Nessuno, tantomeno la Cina, capisce chiaramente o sa come potrebbe essere un mondo amministrato secondo le idee cinesi. Nella storia moderna, fino a tempi recenti la Cina è stata una potenza emarginata, spesso dimenticata. Perfino nella nuova èra dell’ambizione e della fiducia sotto il comando di Xi, nella quale la Cina a livello interno è profondamente contraria a quella che essa chiama i valori illuministici che fanno proselitismo, in buona parte associati con l’Occidente, e nella quale oppone resistenza a quelli che definisce discorsi universali, soprattutto quelliriguardanti i valori nazionali, la Cina deve ancora presentare un modello che le piacerebbe che fosse seguito da altri Paesi. Perfino in un periodo di dubbi e confusione circa il futuro della democrazia, nel quale la Cina è stata accusata di cercare di promuovere la propria filosofia tramite istituzioni come gli Istituti Confucio, il Paese non è riuscito a proporre un ordine mondiale basato sui valori che sembra sposare – quelli dell’armonia, della multipolarità, della non ingerenza e dell’equilibrio – o addirittura a esprimerli adeguatamente all’interno dei suoi stessi confini, e tantomeno a farli comprendere al di fuori della Cina. Questi valori potranno essere adottati sul serio alla stregua di criteri in conformità dei quali il mondo potrebbe amministrarsi in futuro? Ed è questo ciò che la Cina vuole davvero, in definitiva?

Una critica che le è stata mossa è che nei primi trent’anni delle sue riforme e dell’apertura, la Cina ha vissuto in due domini. Da un lato ha tratto sicuramente benefici enormi da un clima internazionale regolamentato, ordinato e prevedibile, per esempio quello disciplinato da istituzioni come l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), in un modo che ha fatto sì che la Cina potesse attivarsi negli scambi commerciali internazionali ma anche mettere a punto riforme interne tramite la concorrenza esterna. Al tempo stesso, tuttavia, il Paese è riuscito a aderire al suo mantra dell’eccezionalismo, dichiarando a ogni singolo passo di strada che stava soltanto attuando queste riforme e adottando queste regole esterne in conformità alle peculiari circostanze culturali del Paese. È stata capace di adottare questa posizione unica e talvolta condiscendente mentre era un’economia relativamente piccola, ma a mano a mano che è cresciuta dal punto di vista economico e che ha migliorato la sua preminenza diplomatica, le è diventato sempre più difcile mantenere la posizione di potenza umile e di seconda classe seguendo semplicemente la scia delle altre.

In verità, la scia della Cina era più che sufficiente a mandare chiunque altro fuori rotta: a causa delle sue dimensioni e del suo tasso di crescita, soltanto conformandosi ai sistemi altrui li ha modificati per tutti. Sotto il comando di Xi Jinping, la Cina sta venendo a patti con l’idea di essere un Paese che ha potere, e che può stabilire le regole oltre che limitarsi a osservarle. Lo sta facendo malgrado un mondo tutto intorno che, nel migliore dei casi, è confuso e nel peggiore è contrario alla missione cinese di avere uno spazio definito più grande al di fuori dei propri confini sul quale esercitare la sua sovranità. Sotto l’amministrazione del presidente Trump, oltretutto, questo spazio si è ancor più dilatato. Il problema adesso è che questo momento di maggiore responsabilità perla Cina di Xi è anche un periodo di grande esposizione. La Cina non ha mai creduto nei princìpi impliciti sui quali si regge il sistema basato su regole a livello internazionale a partire dal 1978. Non approva il medesimo concetto di legge, come ho già illustrato precedentemente, né l’idea di libertà come quelle di espressione,religione, libero flusso delle informazioni. L’ordine mondiale del secondo dopoguerra guidato dagli Stati Uniti e adottato finora si regge su questi valori liberali, e la Cina si è impegnata nei confronti di questo sistema a partire da pragmatismo e utilità. Dal suo impegno ha ottenuto molto e in un certo senso si è pasciuta di esso. Ma adesso che la fiducia in quel sistema è stata intaccata, la questione è capire se la Cina abbia un insieme di valori con i quali rimpiazzare il sistema. Ma c’è dell’altro, e più importante: lo scettico mondo esterno li accetterà?

Il Pensiero di Xi Jinping implicitamente – ed esplicitamente – riconosce che affrontare e risolvere le sfide dello sviluppo cinese è previsto in un contesto globale, che i suoi problemi interni e internazionali sono strettamente collegati. Il diciannovesimo congresso del partito, con la sua coreografia sapientemente coordinata, è stato un evento destinato all’opinione pubblica cinese, ma anche a un mondo che cerca di cogliere alcuni indizi circa la natura della potenza cinese e su come il Paese si considera oggi, sotto la leadership di Xi Jinping. Ciò che il congresso ha dimostrato è che in questo periodo particolare, avvicinandosi il raggiungimento del suo primo obiettivo del secolo e di quella modernità con caratteristiche cinesi con il Partito comunista all’estero. Quando Xi viaggia in tutto il mondo, porta avanti questa ricerca di riconoscimento. È il teatro dell’affermazione, nel quale alle masse di persone plaudenti e sorridenti del posto si sostituiscono stranieri che si beano nella gloria dell’ascesa della Cina e della sua nuova grandezza. Per essere significativa, questa grandezza con caratteristiche cinesi deve essere riconosciuta dagli stranieri.

Forse, questa caccia allo status, questo spasmodico desiderio di ottenere ciò che il mondo già ha, è l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno. Ha poco valore raggiungere la grandezza se non si ricevono conferme dagli altri. L’atto ha bisogno di due parti. Nel dominio dell’ideologia, tuttavia, la Cina di Xi è appesantita da una molteplicità di idee e strutture sulle opinioni in politica estera dello stato del partito che risalgono al periodo maoista. Ci sono i “Cinque princìpi della coesistenza pacifica”, che risalgono alla metà degli anni Cinquanta, epoca in cui la Cina era una piccola economia che emergeva dalla devastazione della guerra ed era in buona parte isolata sul piano diplomatico. Quei princìpi sottolineavano il genere di cose che un Paese nella situazione della Cina vorrebbe preservare – la non ingerenza altrui, il rispetto per una sovranità conquistata a duro prezzo, ilriconoscimento reciproco. Negli anni Ottanta, sotto la nuova leadership di Deng, con la sua direzione strategica pragmatica più forte, la frase strategica dei “ventiquattro caratteri” diceva: “Mantieni un basso profilo, cerca la collaborazione, non avere fretta e trova il tempo di occuparti delle sfide interne significative del Paese”.

Nel 2000 a tutto ciò andò a integrarsi l’idea di Jiang Zemin di un periodo di opportunità strategica che sarebbe durato vent’anni. Questa era per certi aspetti un’idea più azzardata, che alludeva a un futuro in cui la Cina sarebbe stata maggiormente in grado di decretare quello che voleva. Verso il termine dell’èra di Hu, il suo responsabile diplomatico Dai Bingguo suggerì una serie di obiettivi prioritari: preservare il sistema politico attuale del Paese e la sicurezza del suo territorio, favorire la sostenibilità e allo stesso tempo non arrendersi mai alle sue giuste e doverose pretese, dall’ottica cinese, sul territorio nel Mar cinese meridionale e nel Mar cinese orientale. Tutto ciò fu coronato dalla definizione di “ascesa pacifica” sponsorizzata all’epoca, che apparve sistematicamente nei discorsi dei leader. La Cina, lo si disse chiaramente, non sarebbe stata come le altre potenze. Non avrebbe usato la sua ricchezza per dissestare il sistema internazionale. La sua ascesa sarebbe avvenuta sui presupposti del consenso e dell’armonia. Questa, quantomeno, era la teoria.

Al cuore di queste varie reiterazioni – e del problema di fondo col quale Xi e i suoi colleghi hanno dovuto vedersela – c’è il semplice fatto che il loro Paese adesso è immensamente superiore, benestante e influente. Ha asset e investimenti all’estero, ha catene di rifornimento che si espandono in ogni angolo del pianeta. A diferenza dell’epoca di Mao, ha capitali e legami logistici con il mondo che lo circonda e vive in un clima profondamente internazionale. Per questo motivo Xi ha parlato al World Economic Forum, svoltosi a Davos all’inizio del 2017, per la prima volta in assoluto, esprimendosi in difesa del sistema della globalizzazione considerato a rischio per la nuova presidenza di Trump. L’ultimo Stato comunista monopartitico più importante al mondo è diventato a quel punto il più strenuo difensore di un processo fino ad allora associato alle democrazie multipartitiche.Il paradosso è sicuramente considerevole e sensazionale. Questa nuova posizione ha dato alla Cina un’identità diplomatica quasi paranoica. Negli ultimi settant’anni le sue formulazioni in tema di politica estera hanno oscillato dalrappresentarsi come un attore piccolo e trascurabile al rappresentarsi come un protagonista che si sente al centro di un nuovo ordine mondiale dopo la sua ascesa allo status di “potenza pacifica”. Sotto il comando di Xi, la Cina ha confermato il suo desiderio di sognare per sé un ruolo futuro leggendario, anche se spesso ciò è percepito come arroganza. Ma dall’acquisizione di posizioni diplomatiche del passato, oggi inserite in un contesto completamente diverso, sorge un problema pratico del tutto nuovo.

La Cina è un Paese che si colloca al sesto posto nel mondo per quantità di investimenti all’estero. È il secondo importatore e il più grande partner commerciale del mondo, e fa affari con oltre centoventi Paesi. Le agitazioni e i tumulti nei Paesi partner più importanti adesso sono causa di problemi. In Medio Oriente, dove si procura la metà del suo petrolio di importazione, i problemi di politica interna hanno un efetto enorme sulla sicurezza dei suoi rifornimenti. Quanto è sostenibile, perciò, una posizione di non-interferenza, quando la Cina ha da prendere posizione e intervenire, anche soltanto per proteggere i suoi stessi interessi? La posizione di semplice testimone va bene quando si tratta di questioni che non la riguardano più di tanto, ma quando queste sono di estrema importanza peri suoi cittadini non può restare semplicemente a guardare. Nel 2011, per esempio, trentasettemila cittadini cinesi sono dovutirimpatriare dalla Libia, dove è scoppiata la guerra civile. E nel 2017 la Cina è stata accusata di essere stata l’ago della bilancia dietro la caduta di Mugabe in Zimbabwe. Il Paese è stato sottoposto anche a forti pressioni da parte diUnione Europea, Cina e altri Paesi afnché accettasse di diventare mediatore in Myanmar in occasione delle insurrezioni lì scoppiate. L’èra di Xi è l’èra della Cina globale.Già questo è suffciente a segnalare l’esigenza di un nuovo linguaggio diplomatico.

La Cina non può più fingere di essere un topolino, quando tutti gli altri sanno con certezza che è un elefante. La discrepanza tra la sua stessa terminologia – al riguardo della sua limitata capacità e influenza diplomatica – e quella del mondo fuori dai suoi confini che non vede nient’altro che manifestazioni di potere, pressioni e forza, è notevole e allarmante. La Cina sembra sempre puntare a risultati che soddisfino tutti, stringe accordi asimmetrici nei quali è sempre vincente, e antepone i propri interessi a una posizione più altruistica e generosa nei confronti del mondo in generale. Ha la mentalità di una potenza minore, che si considera vulnerabile, ma ha le qualità materiali di una superpotenza. Con l’Iniziativa della cintura e della strada e con la sua dialettica, Xi sta quantomeno cercando di affrontare questa discrepanza per trovare la voce di una Cina che sia davvero globale e possa parlare al mondo in quanto tale. Ma c’è un problema ulteriore, e nessuno saprà come darvi risposta per qualche tempo ancora. Oggi la Cina ha l’occasione e il margine di manovra necessari per diventare un attore globale, e molti Paesi nel mondo sono addirittura pronti ad abbracciarla in quanto tale.

Tuttavia, con il suo eccezionalismo e la sua fede nell’insieme esclusivo dei suoi valori, la Cina riuscirà ad agire come una potenza che trascina, impegna e coinvolge gli altri, come gli Stati Uniti fecero ai bei vecchi tempi? Oppure il Paese è destinato a restare per sempre il grande outsider, e a creare un sistema che torna utile soltanto a sé, nel quale ogni cosa ha a che vedere con utilità e pragmatismo, ma non porta mai a ideali comuni e a identità più globali? Quel modello sarebbe ormai obsoleto, un passo indietro sotto molti punti di vista verso la priorità dello Stato nazione, il tentativo di ingaggiare il mondo in genere per una missione centrata sulla Cina e soltanto su di essa. Per un po’ potrebbe funzionare, ma non a lungo. Si presenterebbero grossi problemi alriguardo della sostenibilità. Un approccio di questo tipo metterebbe la sovranità e la capacità di intervenire della Cina in una posizione privilegiata, ricreando la gerarchia del passato dalla quale la Cina afferma di voler prendere definitivamente le distanze. Un ordine globale comunista confuciano è sempre sembrato bizzarro a dispetto dell’eloquenza di Xi. Potrebbe rivelarsi benissimo una chimera assoluta prima di quanto chiunque si aspetti.

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