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15 Marzo Mar 2019 0600 15 marzo 2019

Al nord non piove più, e la siccità distruggerà l’agricoltura italiana

Il colpevole è sempre il solito: il cambiamento climatico. Le precipitazioni toccano un nuovo record negativo e mettono a dura prova coltivazioni ed ecosistemi, in un territorio già segnato da inquinamento e consumo di suolo. La soluzione? Cambiare tutto

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HO / NASA / AFP

Nell’ultimo secolo le temperature medie globali si sono alzate di un 1,5 gradi centigradi. In Pianura Padana, di 2,5. Basta questo dato come indizio della situazione attuale: l’area del bacino del Po è ormai uno degli hotspot del global warming, al pari delle Alpi. E nell’Italia settentrionale aumento delle temperature significa siccità: le fasi critiche come quella che l’area sta attraversando in questi mesi si sono fatte sempre più frequenti, mettendo in ginocchio il sistema agricolo e minacciando la biodiversità.

L’Anbi (Associazione nazionale consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue)- ha segnalato come al momento le condizioni del fiume Po siano in linea con quelle registrate durante l’intensa siccità del 2007, considerata dagli esperti ancora più grave di quella che nel 2017 costò all’agricoltura del Nord Italia ben 2 miliardi di danni. E il climatologo Luca Mercalli è arrivato a paragonare il clima su cui si assesterà la Pianura Padana nel prossimo secolo con quello del Pakistan, territorio in continua emergenza idrica caratterizzato da temperature record che toccano i 53 gradi.

La tendenza sul lungo periodo è quindi ormai chiara. Per monitorare fenomeni di questo tipo è nato L’Osservatorio Siccità (Drought Observatory), sviluppato dall’Istituto di Biometeorologia (IBIMET) del CNR con l’intento di ridurre il gap temporale fra insorgere ed evolversi degli eventi siccitosi, migliorando così la gestione delle emergenze. Ramona Magno, ricercatrice del CNR-IBIMET e del Laboratorio di Meteorologia Modellistica Ambientale (LaMMA) della Regione Toscana, nonché coordinatrice scientifica dell’Osservatorio Siccità, chiarisce la dinamica a cui stiamo assistendo: «Dall’inizio del secolo si sono verificati episodi siccitosi di intensità elevata e di medio-lunga durata, fra i 6 e i 12 mesi. Dall’analisi di questi episodi emerge come il deficit di pioggia interessi sempre più frequentemente il periodo tardo autunno-invernale, per poi proseguire nelle stagioni successive, quando le temperature raggiungono i valori più alti dell’anno, determinando ulteriori perdite della risorsa idrica per evapotraspirazione. In tale situazione si creano problemi non solo nella portata di fiumi e laghi, ma anche a livello di falda, con gravi impatti sulle attività agricole e progressivamente sulla disponibilità di acqua per usi potabili e industriali».

Nei primi mesi del 2019 la portata del Po è già stata di molto inferiore alla media stagionale, toccando il -70% in gennaio e il -40% in febbraio. A richiamare l’attenzione è anche la situazione dei grandi laghi lombardi, i cui livelli sono fortemente al di sotto la media. Ramona Magno spiega: «Anche questo autunno-inverno si è caratterizzato come decisamente anomalo, con scarse e spesso intense precipitazioni; anche la neve caduta è stata poca e concentrata a quote elevate».

Con uno zero termico registrato quest’anno anche a 3000 metri, la scarsità di manto nevoso riduce ulteriormente la speranza che laghi e fiumi si riassestino dopo lo scioglimento primaverile. L’origine del problema va cercata sull’Atlantico: «Negli ultimi quattro mesi la circolazione atlantica che porta le piogge nei periodi freddi si è mantenuta molto più a nord rispetto al normale, favorendo una maggior frequenza di tipi di circolazione anticiclonica e, quindi, anche temperature al di sopra delle medie del periodo. Inoltre le previsioni stagionali che abbiamo per i prossimi mesi primaverili, abitualmente piovosi, indicano piogge nella media se non lievemente al di sotto e temperature presumibilmente superiori». Una congiuntura che si traduce in un verdetto infausto per l’economia agricola, ossia in «una scarsa probabilità di riuscire a recuperare il deficit accumulato, con il conseguente verificarsi di un nuovo prolungato evento siccitoso».

Tra le tante sfaccettature del processo di riscaldamento capaci di avere ripercussioni sull’economia troviamo in primo luogo la “finta primavera”, che anticipa il risveglio dei germogli rendendoli così vulnerabili alle gelate ancora possibili tra marzo e aprile. I danni per la produzione in questo caso sono incalcolabili. Salta poi la programmazione delle colture, con ortaggi diversi che maturano nello stesso momento a causa delle temperature anomale. Contemporaneamente, aumenta passo passo la risalita del cuneo salino lungo il delta del Po, minacciando aree produttive e habitat protetti di dimensioni sempre più ampie. L’acqua dolce del fiume, ridotta al minimo, non contrasta più l’immissione di acqua salata, che riesce così ad espandersi per oltre nove chilometri modificando interi ecosistemi. Sommati agli effetti diretti della riduzione delle precipitazioni questi fenomeni hanno già portato in febbraio a un aumento dei prezzi di frutta e verdura del 18%.

Il verdetto per l’economia agricola in poche parole: «Una scarsa probabilità di riuscire a recuperare il deficit accumulato, con il conseguente verificarsi di un nuovo prolungato evento siccitoso».

Il costo da pagare è elevato in termini economici e ambientali e potrà essere contenuto solo guardando in faccia la realtà. Il rischio è che in un circolo vizioso le tecniche agricole scorrette si sommino all’aumento delle temperature determinando un irrecuperabile impoverimento del territorio. «Gli effetti dei cambiamenti climatici in Pianura Padana sono già visibilmente all’opera» dichiara Claudio Celada, Direttore Conservazione Natura della Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU), associazione sempre più impegnata nello studio e nella proposta di nuovi modelli agricoli compatibili con la conservazione faunistica. «In questo contesto la biodiversità deve già fare i conti con elevata urbanizzazione e consumo del territorio, un’agricoltura molto intensiva e poco ospitale per la diversità biologica, presenza ubiquitaria di infrastrutture lineari (strade, ferrovie, elettrodotti).

Un’agricoltura peraltro dominata da coltivazioni a mais utilizzate soprattutto come foraggio per gli allevamenti di bestiame; il mais richiede molta acqua, una risorsa che nei prossimi anni scarseggerà, ed elevati input chimici che dobbiamo a tutti i costi ridurre fino ad annullarli, anche perché sono causa di elevate immissioni di gas clima-alteranti».

Aumenta passo passo la risalita del cuneo salino lungo il delta del Po, minacciando aree produttive e habitat protetti di dimensioni sempre più ampie. L’acqua dolce del fiume, ridotta al minimo, non contrasta più l’immissione di acqua salata, che riesce così ad espandersi per oltre nove chilometri modificando interi ecosistemi

Che strada percorrere allora per limitare i danni? Se su larga scala è necessario lavorare per temperare l’ormai avviato processo di riscaldamento globale attraverso la riduzione dei gas serra, sul territorio servono soluzioni immediate che combinino la tutela della ricchezza biologica con un’agricoltura realmente sostenibile, che non intacchi l’equilibrio ambientale: «Ormai nella programmazione agricola della Pianura Padana occorre mettere in conto il cambiamento climatico» ha dichiarato Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, «bisogna iniziare a riprogrammare per aumentare la resilienza, diversificando le colture, migliorando la risposta del suolo agli stress idrici, aumentando le rotazioni».

Celada aggiunge: «Dobbiamo fermare immediatamente il consumo del suolo, affidandoci unicamente alla rigenerazione urbana. Il dibattito politico è dominato dalla contrapposizione su si/no alle grandi opere. Noi pensiamo che occorra grande prudenza in questo settore, migliorando la gestione di quanto esiste ed evitando nuove opere inutili». E conclude: «Serve un adattamento che avvantaggi le comunità umane in termini di salute e di risorse per le prossime generazioni, perché oggi ci stiamo giocando anche la fertilità dei suoli. Contemporaneamente dobbiamo consentire alle specie animali e vegetali di persistere in un ambiente già di per sé parecchio compromesso. Di vitale importanza è prendere sul serio aree protette, parchi naturali e riserve naturali, inclusi i siti Natura 2000 protetti dalle direttive europee, come laboratori per operare questo cambiamento. La politica decida e si prenda le sue responsabilità, invece di marginalizzare il ruolo di queste aree preziosissime. Non c’è più tempo per rimandare queste decisioni».

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