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15 Marzo Mar 2019 1720 15 marzo 2019

Siti web lenti e non aggiornati: le startup italiane bocciate sul digitale

Secondo il report annuale di Instilla sullo stato di digitalizzazione delle startup italiane, la metà delle giovani imprese nostrane non ha un sito web, e meno di una su tre ne ha uno che carica velocemente ed è compatibile con i dispositivi mobile

Startup Linkiesta
(Pixabay)

Il Registro delle imprese le definisce startup innovative, ma per diventare digitali hanno ancora molto da fare. Secondo il report annuale di Instilla sullo stato di digitalizzazione delle startup italiane, la metà delle giovani imprese nostrane non ha un sito web, e meno di una su tre ne ha uno che carica velocemente ed è compatibile con i dispositivi mobile. Siamo ancora molto indietro, insomma. Ma c’è stato comunque un miglioramento rispetto all’anno scorso, quando le startup che arrivavano al “livello base” erano appena il 12,4 per cento.

Su 9.705 imprese innovative iscritte a novembre 2018, il 79% dichiara di avere un sito. Ma a un’attenta analisi, solo poco più della metà (55,87%) di questi siti è effettivamente funzionante. In molti casi (66,2%) il sito web non è accessibile e tanti (28,7%) risultano ancora in costruzione. E nel 5% dei casi, il dominio risulta addirittura in vendita, mostrando come non tutte le startup abbiano una storia a lieto fine.

Ma non basta neppure avere un sito che funzioni perché sia efficace. Non tutti i siti sono promossi. Tra quelli funzionanti, ce n’è una parte (14,3%) che non rispetta i criteri di Google per fa sì che il sito sia riconosciuto dal motore di ricerca come mobile responsive. Un dato che fa riflettere, si legge nel rapporto, «se si considera che già da alcuni anni il traffico mobile ha superato quello da desk». Senza dimenticare la velocità di caricamento delle pagine – molte startup italiane hanno ancora siti web troppo lenti – e soprattutto l’attenzione alla strategia Seo. Un dato su tutti: solo il 3% delle startup con un sito funzionante è rintracciabile facilmente sui motori di ricerca tramite i suoi prodotti e servizi. Una percentuale che, dice Alessio Pisa, ceo di Instilla, «dovrebbe essere invece molto superiore».

Solo il 3% delle startup con un sito funzionante è rintracciabile facilmente sui motori di ricerca tramite i suoi prodotti e servizi

Altro elemento negativo: tra i 3001 siti oltre il livello base, solo il 41% ha aggiornato i termini che riguardano Privacy e gestione dei Cookie. Un dato «preoccupante», si legge nel rapporto, non solo perché dimostra disattenzione nei confronti degli utenti, ma anche perché il Gdpr (il regolamento europeo sulla privacy in vigore dallo scorso maggio) ha inasprito le sanzioni per la violazione delle norme a tutela della privacy. Va meglio invece, sul fronte dell’integrazione con i social network: i “pulsanti social” di Twitter, Facebook o LinkedIn sono presenti in due siti su tre.

Ma anche l’Italia delle startup innovative e digitali si muove a diverse velocità. La maggioranza di quelle che raggiungono un “livello base” di velocità dei siti si trova nel Nord Italia (59,8%), in particolare a Nord Ovest, mentre il Sud risulta ancora sotto la media nazionale per livello di digitalizzazione. Alcune regioni, però, spiccano sulle altre. Prima sul podio la Sardegna, dove il 41% delle startup raggiunge il livello base, con un risultato che è quasi quattro volte quello del 2017. Fanno bene anche Liguria, Molise, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Friuli. Ultime in classifica, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Tra i settori, i servizi e il turismo sono quelli in cui si concentrano maggiormente le startup digitalizzate. Il dato più interessante riguarda il turismo, che passa dall’essere l’ultimo settore nel 2017 al secondo posto nel 2018 per livelli di digitalizzazione. Un dato interessante se si pensa come quello turistico sia un settore pervaso dall’utilizzo del digital e popolato da startup del booking e dell’ospitalità diventate velocemente big player globali.

Prima sul podio la Sardegna, dove il 41% delle startup raggiunge il livello base

L’analisi dedica poi una sezione all’influenza di incubatori, acceleratori e investitori, dimostrando come la loro presenza spinge anche verso una migliore digitalizzazione. I siti di startup affiancate da questi “facilitatori” sono funzionanti nell’85% dei casi (contro il 55% del totale), sono più veloci, meglio adattabili per il mobile e fanno meglio anche sul fronte Seo (anche se la percentuale resta sul livello basso del 6%). «Questo testimonia come, dove ci sono delle regole di mercato e gruppi più strutturati a supportare gli interessi di crescita delle startup, gli obiettivi di digitalizzazione, consapevolezza e competitività vengono raggiunti più rapidamente», spiega Francesco Inguscio, ceo dell’acceleratore Nuvolab.

Anche tra acceleratori e incubatori, però, c’è chi ha un’influenza maggiore o minore. I “facilitatori” che nella propria scuderia hanno almeno il 60% di startup con siti promossi sono appena 12 su 52. Ma «emerge ancora la mancanza di sensibilità sulle tematiche Seo», si legge nel rapporto: ben 25 facilitatori non hanno nemmeno una startup oltre il livello base.

Startup, insomma, non vuol dire digitale. Ma «non rispondere a questi requisiti minimi per le startup innovative, come per qualsiasi altra impresa», conclude il rapporto, «vuol dire perdere posizionamenti nei risultati delle ricerche organiche e visite, quindi potenziali clienti».

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