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20 Marzo Mar 2019 0600 20 marzo 2019

Le materie umanistiche non servono a niente? Macché, sono la base di tutti i lavori del futuro

Ormai sembra che se non studi ingegneria o fisica sei fregato. Non è così: le competenze umanistiche e culturali di base sono fondamentali, se sai come usarle. L’ultimo libro di “Skuola.net” spiega perché

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Photo by Niketh Vellanki on Unsplash

Che fare dopo la maturità? Skuola.net propone un metodo che permette di scegliere tenendo conto dei veloci cambiamenti del mondo del lavoro. In questa guida vengono ribaltati molti luoghi comuni e si scopre, per esempio, che una laurea umanistica è ancora spendibile; che è meglio essere flessibili che superspecializzati; che allenare una squadra di calcio dopo le lezioni è un punto a favore nel curriculum. Un libro che dà idee ai ragazzi, rassicura i genitori e rischiara il futuro con una buona notizia: c’è un posto per tutti.

Pubblichiamo un capitolo di Dopo la scuola. Come costruire il tuo futuro in sei semplici mosse di Skuola.net (ed. Sperling & Kupfer)

A una lettura un po’ ruffiana, sembra che ti stiamo indicando una strada da sfaticato: che in fondo in fondo puoi pure non studiare, perché le soft skills si maturano anche non studiando, inteso nel senso classico di stare sui libri e superare le verifiche. Falso. Servono entrambe le cose ma con equilibrio: eccedere da una parte o dall’altra può essere controproducente. E ti stiamo continuamente parlando di matematica, fisica, chimica. Quindi come se ti stessimo dicendo di abbandonare la cara vecchia cultura umanistica. Falso anche questo. «Spesso la gente ritiene che le scienze, le arti e le discipline umanistiche appartengano a compartimenti stagni che non comunicano tra loro. In realtà sono tutte espressioni somme della creatività umana e dobbiamo rompere le barriere che le separano». Così la pensa Fabiola Gianotti, una scienziata che probabilmente conosci perché è molto presente sui media ed è la direttrice del Cern di Ginevra. Questo mix – scienza e cultura, umanesimo e tecnica, poesia e management – è il massimo della competenza richiesta sul mercato, tant’è che è ritenuta altamente apprezzabile proprio per i top manager.

Per come l’abbiamo raccontata finora, infatti, sembra che o uno studia informatica, ingegneria, fisica e chimica o è fottuto. Non è così. Le competenze umanistiche e culturali di base sono fondamentali, e hanno e avranno un larghissimo mercato. Ma a patto che vengano rielaborate in competenze professionali. Facciamo un esempio culinario. La metà delle cose che ci piacciono di più sono fatte con la farina (dalla pasta ai dolci, passando per le pizze, i biscotti, le merendine eccetera). Eppure avere solo farina non significa avere un piatto. Per continuare nella metafora: una preparazione informatica è un dolce già fatto con tanto di panna e ciliegina, e può essere immediatamente spendibile sul mercato del lavoro. Una formazione umanistica è un prezioso, adorabile, imprescindibile sacco di farina: quanto di più flessibile e potenzialmente fruibile, ma a patto che ci si lavori su.

Il problema è che questa «riconversione» sta tutta ed esclusivamente nella capacità del singolo. Non è una minaccia o un disincentivo a seguire percorsi umanistici, se sono in linea con i tuoi interessi, ma semplicemente il richiamo a una consapevolezza che ciascuno deve avere prima (prima, non dopo, ok?) di avventurarsi nelle lettere, nelle arti, nella musica eccetera. Ma sia chiaro: il grande manager del domani non è l’iperspecialista nerd e smanettone. È quello che si definisce il «manager ibrido». L’economista Frans Johansson l’ha descritto nel suo libro Effetto Medici: tra le sue pagine spiega come, nella Firenze del XV secolo, la famiglia Medici seppe rompere le barriere connettendo stimoli differenti, creando nuovi punti di intersezione tra il mondo dell’arte e quello della scienza. Un atteggiamento di enorme potenza attrattiva per i talenti: le migliori menti dell’epoca si ritrovarono alla corte medicea, contaminandosi a vicenda e generando in pochi decenni capolavori artistici e innovazioni scientifiche senza eguali in qualità e quantità. Insomma, un motivo in più per amare questa città e questa epoca, oltre ad aver regalato a qualcuno indimenticabili ore di gioco ad Assassin’s Creed.

Il Mit, il prestigioso politecnico di Boston, per fare una ricerca sulle automobili autoguidate ha avuto bisogno di un gruppo di filosofi che introducessero delle categorie etiche per programmare i comportamenti dell’auto

La tendenza è ormai consolidata, ed emerge chiaramente dalle analisi che ogni anno svolge l’Osservatorio ExpoTraining, che mette a confronto le opinioni di circa cinquecento tra manager di grandi, medie e piccole imprese, esperti di formazione e di comunicazione. Solo nel 2016 il 27% del panel aveva indicato le materie umanistiche come «strategiche» nel futuro del lavoro. Ma nel 2018 siamo già al 35%. Le materie umanistiche, secondo ExpoTraining, sono e saranno sempre più preziose per vari motivi, ma soprattutto per la capacità di «produrre contenuti interessanti», fondamentali per il web, dai social all’e-commerce. E questo solo per parlare di grandi aziende, ma le competenze umanistiche hanno una loro spendibilità anche nella gestione delle piccole e medie realtà di cui l’Italia è ricca. Senza contare il settore pubblico (già oggi pieno di laureati in discipline letterarie), il turismo e tutte le attività connesse con l’arte e lo spettacolo.

«Oggi la tecnologia avanza velocemente, e ormai non è un problema per nessuno realizzare un sito internet, aprire dei profili sui social o avviare un’attività di e-commerce. Quindi l’attenzione delle aziende, più che sulla forma, si sposta sempre più sul contenuto, sulla capacità di raccontare e di raccontarsi, di creare contenuti interessanti», ha dichiarato Carlo Barberis, presidente di ExpoTraining. «Delle materie umanistiche sono inoltre apprezzate le capacità di sintesi e quella di mettere in collegamento tra loro fatti, suggestioni, idee».

Il Mit, il prestigioso politecnico di Boston, per fare una ricerca sulle automobili autoguidate ha avuto bisogno di un gruppo di filosofi che introducessero delle categorie etiche per programmare i comportamenti dell’auto. Laureati in filosofia sono stati utilizzati anche da aziende italiane per la gestione degli archivi e la classificazione del sapere. Senza dire dei linguisti applicati alle tecnologie di assistenza vocale o degli psicologi per la gestione dei cookie nei motori di ricerca. Insomma, l’idea è che per avere una grande capacità di risposta alle esigenze di un mondo in rapida evoluzione, le competenze specialistiche si debbano innestare su un substrato di preparazione culturale molto solida. E di cultura umanistica. È la farina di cui dicevamo.

Certo, se studi filosofia e vuoi diventare il massimo ricercatore su Socrate, puoi anche farlo. Ma sappi che è un filo più difficile trovare un impiego remunerato per fare questo. Sempre che Netflix non decida di produrre una serie su di lui, e tu sia disponibile a piegarti alle sporche logiche del mercato.

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