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Il paradosso
22 Marzo Mar 2019 0600 22 marzo 2019

Solo la Cina può salvarci dal cambiamento climatico (e già lo sta facendo)

Con 13 giga tonnellate di diossido di carbonio prodotto, la Cina è per definizione il Paese più inquinante. Ma è pure la nazione con il maggior numero di risorse e di investimenti per combattere il cambiamento climatico. Perlomeno, l’Occidente impari la lezione

Xijinping China Linkiestsa
FRED DUFOUR / POOL / AFP

È in Cina che si gioca buona parte del futuro che gli adolescenti di tutto il mondo, una settimana fa, hanno fatto sapere di voler riprendersi. Ed è la Cina la sorpresa più grande nella lotta contro il tempo che deve impedirci di superare il “punto di non ritorno” – fissato in un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi rispetto a quelle prevalenti nel periodo che precede la rivoluzione industriale – oltre il quale, secondo gli scienziati del gruppo di lavoro (IPCC) creato dalle Nazioni Unite, si innescherebbero processi non più controllabili per una civiltà che è vulnerabile.

È, del resto, la Cina il più grande produttore di diossido di carbonio del mondo: da sola ne produce 13 giga tonnellate, che equivale ad un terzo di più degli Stati Uniti e dell’Unione Europea messi insieme. Ma è, ancora, la Cina che – con i ritmi che può avere solo un Paese con quelle forme istituzionali e con una propensione all’investimento (40% del PIL) che nessun altro può avvicinare – sta realizzando la trasformazione più imponente. Una trasformazione che spinta proprio dall’urgenza di dover rispondere alla sfida che, più di qualsiasi altra, ha prodotto proteste nei confronti del regime, ha avviato quei processi di accumulazione di conoscenza e di innovazione tecnologica che hanno portato la Cina a sfidare gli Stati Uniti per la leadership del ventunesimo secolo.

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, è installata in Cina più di un quarto (564 gigawatt) della capacità produttiva di energia rinnovabile del mondo. E siccome i cinesi si sono accorti in maniera dolorosa che una parte assai consistente della battaglia del clima, si gioca sulle strategie per sfuggire alla sindrome della civiltà fondata sull’automobile, sono, oggi, in Cina più di un terzo dei chilometri di metropolitane e di automobili elettriche, nonché due terzi delle linee ferroviarie ad alta velocità del mondo (ed è meglio che Di Maio non faccia sapere a Xi Jinping che, invece, in Europa stiamo discutendo da vent’anni di una tratta lunga 50 km).

Certo, parte di questi numeri sono spiegati dalla dimensione del gigante rosso e, tuttavia, i dati sono superiori, persino, alla quota (18%) di popolazione mondiale che abita in Cina. Soprattutto, ciò che impressiona è la velocità della trasformazione e come ciò si accompagni ad un grande investimento in tecnologie.

Oggi la Cina è, probabilmente, il primo Paese ad essere arrivato alla mitica “grid parity”, alla parità, cioè, di costo – al netto dei sussidi – tra unità equivalenti di energia prodotti usando il sole e il carbone

La più lunga metropolitana del mondo (680 km) è, ovviamente, quella di Shanghai che, però, solo 25 anni fa non esisteva e che 15 anni fa aveva un’estensione inferiore a quella di Roma (60 km). In un solo anno, il 2017, la Cina ha installato una capacità di produzione di energia solare aggiuntiva che è quasi equivalente all’intero stock di impianti fotovoltaici esistente negli Stati Uniti. La notizia vera è, però, che ciò sta innescando processi innovativi di fondamentale importanza: oggi la Cina è, probabilmente, il primo Paese ad essere arrivato alla mitica “grid parity”, alla parità, cioè, di costo – al netto dei sussidi – tra unità equivalenti di energia prodotti usando il sole e il carbone. Ciò potrebbe persino consentire ai cinesi di chiudere, appunto, il rubinetto degli incentivi che, in altri paesi (compresi la Germania e l’Italia), ha prodotto un’emorragia finanziaria prima che i produttori potessero essere in grado di sopravvivere senza aiuti.

La pianificazione economica, che pure spiega buona parte della velocità, è tuttavia la stessa che può produrre clamorosi, dolorosissimi errori. Nel 2013, quando a Pechino provai a correre nei parchi attorno alla città proibita, ho avuto per la prima volta la sensazione di non poter letteralmente respirare. Lo scorso anno quando ci sono tornato per scrivere il libro che ho appena pubblicato e che cerca di ragionare sui limiti e sui meriti di quel modello (“Democracy and growth in the Twenty-First Century” edito da Springers Nature che anticipa quello con Solferino – Rcs che esce il 4 Aprile), ho trovato un cielo, finalmente, terso. Il livello di polveri sottili si era ridotto del 30% e, però, i social media (Sino Weibo che sostituisce Twitter in Cina) hanno registrato l’allarme di milioni di cinesi ai quali era stato ordinato di spegnere tutte le stufe a carbone e che, senza preparativi adeguati, erano restati al freddo.

Certo, i ritmi e le intensità dei cambiamenti che la Cina riesce a realizzare non sono replicabili in Italia e in Europa. E, tuttavia, il messaggio neppure tanto subliminale che Xi Jinping oggi porta a Roma è molto chiaro: senza politiche, senza strategie, senza visione, senza prenderci rischi e senza larghe sperimentazioni sociali, non riusciremo a risolvere neppure uno dei problemi che stanno erodendo la fiducia che l’Occidente ha in se stesso. A partire da quello del cambiamento climatico che – tra i molti nostri guai – ha la forza di essere la migliore rappresentazione di un fallimento di un modello di sviluppo che dovremo, radicalmente, ripensare; confrontandoci, con umiltà, anche con chi non potremo mai copiare.

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