Il leader
1 Aprile Apr 2019 0600 01 aprile 2019

Forte e normale: ecco perché gli italiani si sono innamorati di Matteo Salvini

Non è autoritario, ma rassicurante. Ha il corpo del quarantenne medio. E del governo è socio di minoranza, titolare di un ministero. Eppure comanda e cresce nei consensi. Miracoli di un’arma potentissima: la normalità

Matteo Salvini Congresso Famiglie Linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP

Energico, decisivo, volitivo: questo è Matteo Salvini agli occhi del suo elettorato. Un leader forte, capace di interpretare le richieste dell’elettorato (non solo suo) e di produrre risposte in modo veloce, efficace, puntuale. Come un leader dal polso di ferro, d’altronde, Salvini comunica: i suoi social network sono costellati di “adesso basta” e di “la pacchia è finita” e di altre vigorose condivisioni, altrettanto dure. La sua forza si mostra, indubbiamente, nel momento delle decisioni dure, e nell’espressione pubblica, spesso affidata ai social, dei suoi malumori e rabbiose posizioni politiche su fatti di cronaca. “Sono molto arrabbiato”, scrive ad esempio su Facebook la sera in cui Savona non viene confermato al ministero dell’Economia.

Matteo Salvini non è un leader burbero, sebbene “Truce” sia il soprannome che serpeggia tra i detrattori: in realtà è, nella sua forza, rassicurante. “Ci penso io”, sembra dire ai suoi sostenitori, una presa in carico molto diversa dal ghe pensi mi berlusconiano. È pretesa di poter dimostrare (finalmente) le proprie capacità: presunzione di competenza, anticipatrice di azione fattuale, non sollevamento altrui dalle proprie responsabilità. Ci penso io, perché sono un leader forte.

Per dimostrare la propria forza, Matteo Salvini sfrutta anche la propria corporeità, resa ancora più evidente dell’essere, in fondo, un uomo normale, con un fisico di un quarantenne normale. Un corpo sublimato dalla propria ordinarietà, dal non sembrare costruito, scolpito, studiato. Matteo Salvini, come sottolinea diffusamente Annalisa Chirico, ha un rapporto carnale con la folla, con il proprio pubblico, con i propri sostenitori; al corpo del leader i “fan” si aggrappano, così come lo facevano (e lo fanno tuttora) con altri, chiedendo selfie, testimonianze e attenzione.

Questa posizione mediana, in cui il suo consenso cresce e in cui esiste una controparte a cui poter scaricare la responsabilità di opere incompiute o bloccate, in realtà non lo indebolisce: lo fa apparire imbrigliato, certo, scalpitante, bloccato da questioni politiche, in equilibrio imperfetto tra il volere carnale della folla e le ragioni di Stato

Nel libro Fenomeno Salvini di Giovanni Diamanti e Lorenzo Pregliasco, edito da Castelvecchi, vengono ben sottolineate le caratteristiche della comunicazione e della leadership del ministro dell’Interno: il legame con il territorio, l’iperpresenza mediatica, l’abile utilizzo dei social, la retorica del buonsenso. La sua forza, inoltre, è costantemente riflessa nell’aumento della fiducia che gli italiani ripongono in lui; Salvini verrebbe votato, secondo la Supermedia YouTrend per Agi, da oltre il 30% degli elettori, ma non solo. Secondo l’ultimo sondaggio di EMG - Acqua, inoltre, è Salvini il leader che conta di più nel governo: più di Conte, molto più di Di Maio.

Effetto bandwagon, corsa sul carro dei vincitori, da una parte. Dall’altra, il ruolo che si è ritagliato nella compagine di governo gli è in fondo congeniale: né presidente del Consiglio, né “soltanto” ministro dell’Interno. Una via di mezzo che lo agevola nell’operazione di fagocitare il Movimento 5 Stelle. Anche per questo infatti i 5 Stelle soffrono (nei consensi, e non solo) questo “triangolo”, passando dal 32,7% delle elezioni politiche al 21,6% nelle ultime intenzioni di voto sempre secondo la SuperMedia.

Questa triangolazione, con Conte in mezzo tra Di Maio e Salvini, sulla carta avrebbe potuto indebolire quest’ultimo, scalfendolo nel suo protagonismo. In realtà, lo cristallizza in un ruolo che è una via di mezzo, un’altalena che permette al leader della Lega di “scaricare” sugli alleati di governo le misure non annunciate o i ritardi su altre, ponendolo di volta in volta su piani diversi: “leader del governo” in caso di provvedimenti popolari, “opposizione nel governo” in caso di provvedimenti discussi.

Ecco perché, probabilmente, a Matteo Salvini non conviene più di tanto tornare in tempi brevi al voto. Questa posizione mediana, in cui il suo consenso cresce e in cui esiste una controparte a cui poter scaricare la responsabilità di opere incompiute o bloccate (tra tutte, ad esempio, la TAV), in realtà non lo indebolisce: lo fa apparire imbrigliato, certo, scalpitante, bloccato da questioni politiche, in equilibrio imperfetto tra il volere carnale della folla e le ragioni di Stato. A Matteo Salvini conviene mostrarsi così, come colui che smania per cambiare il Paese. E, proprio per questo, oggi, agli italiani piace.

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