Dopo il voto
2 Aprile Apr 2019 0600 02 aprile 2019

Ucraina, la situazione è grave ma non è seria (e infatti ha vinto un comico)

Dilaniata dalla corruzione, dominata dagli oligarchi, attraversata dalle ingerenze straniere: a cinque anni da Maidan, la situazione a Kiev è rimasta immutata. La vittoria di Zelensky contro Poroshenko? Non cambierebbe nulla. E a Usa e Russia va bene così

Zelensky Ucraina Elezioni Linkiesta
Genya SAVILOV / AFP

Per forza doveva spuntare un comico. Perché la questione ucraina, se non ci fossero di mezzo una guerra che nel Donbass ha provocato più di 10 mila morti e le sofferenze di 42 milioni di cittadini, potrebbe anche essere liquidata con una grossa grassa risata. Cinque anni dopo i moti di piazza Maidan, quando anche i vice-presidenti del Parlamento europeo (per non parlare del solito John McCain, che non mancava mai quando c’era odore di rissa) andavano a Kiev a incoraggiare le proteste contro il presidente Janukovich e i suoi protettori di Mosca, la ruota ha fatto il suo giro ed è tornata al punto di partenza. Ricordate gli articoli-sensazione sulla corruzione di Janukovich e dei suoi, sulla mega-villa presidenziale con i bidet d’oro (non era vero ma andava bene lo stesso, come con Gheddafi e Saddam), sugli oligarchi? Ecco. Siamo sempre lì. Con la sola eccezione, forse, dei bidet inventati.

L’anno scorso lo European Council on Foreign Relations, che non può certo essere accusato di simpatie filo-russe, ha pubblicato un rapporto intitolato Ukraine on the Brink of Cleptocracy (L’Ucraina sull’orlo della cleptocrazia) che stroncava ogni credibilità del presidente Petro Poroshenko. E non solo: il testo chiedeva alla Ue “di agire subito”, perché forte è il rischio che “le élite ucraine perseguano una propria agenda mentre si atteggiano a europeiste… Ma i recenti eventi dimostrano che, con l’attuale classe politica al potere, non c’è futuro europeo per l’Ucraina”.

Si rubava prima di Maidan, insomma, e altrettanto si è rubato dopo Maidan. Nel 2012 Ernst&Young metteva l’Ucraina tra i tre Paesi più corrotti al mondo (insieme con Colombia e Brasile). La stessa Ernst&Young nel 2017 rimetteva l’Ucraina tra i Paesi più corrotti del pianeta. Ma non è solo questo. Un’indagine del Centro Anticorruzione Ucraino nel 2018 ha rivelato che il 25% di tutte le licenze rilasciate dall’Ucraina per l’estrazione di gas e petrolio è nelle mani di sole 11 persone, tutti noti oligarchi o politici. Ed è questo il tratto più significativo: Janucovich era un politico tenuto in piedi, oltre che dalla Russia, dagli oligarchi; Poroshenko (come peraltro la pasionaria Timoshenko) è un oligarca; Volodimyr Zelensky, il comico televisivo che al primo turno delle presidenziali ha ottenuto oltre il 30% dei voti, è la creatura di un altro oligarca, quell’Ihor Kolomoyskiy che è il terzo uomo più ricco del Paese. Come prima, più di prima.

Bella storia, quella di Kolomoyskiy. Sponsor di Maidan fin dal primo istante e finanziatore del famigerato battaglione Azov (il Congresso Usa ha passato una legge per bloccare qualunque forma di aiuto all’Azov, viste le sue inclinazioni neo-naziste), era addirittura diventato governatore della regione di Dnipropetrovsk. Durò un anno, poi Poroshenko lo cacciò, Kolomoyskiy si trasferì in Svizzera e da allora i due sono nemici giurati. Il comico Zelensky, star del canale Tv “1+1” che appartiene appunto a Kolomoyskiy, è frutto di un’invenzione a freddo. L’anno scorso un sondaggio del Razumkov Center, noto centro studi di Kiev, diede i seguenti risultati: per il 71% l’Ucraina stava andando nella direzione sbagliata, per il 61% erano necessari cambiamenti radicali, per il 66% bisognava scegliere nuovi leader tra persone che non avessero mai occupato posizioni di potere. Zelensky era diventato uno dei volti più celebri dell’Ucraina proprio con uno show intitolato “Servo del popolo”, dove sosteneva il ruolo di un uomo qualunque diventato potente e deciso a battersi contro i corrotti. Perfetto per una battaglia politica in cui oligarchi ugualmente infidi si sfidano a base di promesse sulla lotta alla corruzione. Nellostesso periodo era stato “testato” anche il cantante rock Svyatoslav Vakarchuk, che dopo qualche mese di sondaggi meno brillanti di quelli di Zelensky ha però annunciato di non voler abbandonare la musica.

Volodimyr Zelensky, il comico televisivo che al primo turno delle presidenziali ha ottenuto oltre il 30% dei voti, è la creatura di un altro oligarca, quell’Ihor Kolomoyskiy che è il terzo uomo più ricco del Paese. Come prima, più di prima

Il comico, che al primo turno ha quasi doppiato il presidente in carica Poroshenko, non è affatto sicuro di diventare a sua volta presidente. Al ballottaggio i boss del dopo-Maidan potrebbero riallinearsi in nome del sistema di cui hanno approfittato finora e lottare insieme contro il nuovo venuto. In più, c’è almeno un 20% di elettori che si dichiara tuttora incerto e pronto a cambiare parere. Però la sua cavalcata è indicativa dell’insoddisfazione interna e n on sarebbe stata possibile se, nel frattempo, non fossero anche mutate le condizioni esterne.

Zelensky si era subito schierato con Maidan, nel 2014, e aveva fatto anche importanti donazioni a favore delle forze di sicurezza ucraine impegnate nel Donbass contro i secessionisti. Ma non ha certo cavalcato il tema della guerra come ha invece fatto Poroshenko, che in la campagna elettorale ha spesso indossato la mimetica e ha speso dosi industriali di retorica. Altra mossa astuta, quella del comico. Il Donbass è una mina, ma nessuno vuole innescarla. È un ordigno che nessuno vuol far detonare, almeno per ora. È chiaro infatti che, allo stato attuale, entrambi i contendenti hanno raggiunto molti dei propri scopi. La Russia, riannettendo la Crimea, ha eliminato il rischio di vedere le portaerei americane attraccare al porto di Sebastopoli. La secessione del Donbass, inoltre, che Mosca può accendere e spegnere a piacimento, è un monito molto preciso nei confronti di chiunque governi a Kiev. Tanto più che, controllando i due lati dello Stretto di Kerch, la Russia ora può “regolare” il traffico marittimo tra il Mar Nero e il Mare di Azov, soffocando pian piano i maggiori porti commerciali ucraini.

Anche l’Ucraina, però, ha dei risultati da vantare. La secessione del Donbass è stata limitata al minimo: ora riguarda solo il 4% del territorio nazionale, 23 dei 26 distretti del Donbass sono tornati sotto il controllo di Kiev e il progetto di Novorossija, ovvero di uno Stato federale, autonomo e filorusso nell’Est dell’Ucraina, è tramontato. La perdita della Crimea e la guerra non hanno fatto crollare lo Stato ucraino, anzi: in un certo senso l’hanno rafforzato. Gli Usa, che tanto si erano spesi e tanto avevano speso per destare e indirizzare la bufera di Maidan, si sono mobilitati con crediti, aiuti militari, sanzioni contro la Russia e discrete sollecitazioni agli amici perché dessero anche loro una mano. L’Unione Europea ha fatto altrettanto, siglando anzi patti economici con l’Ucraina e concedendo libero ingresso nello spazio di Schengen ai suoi cittadini. La retorica anti-russa e lo spauracchio della guerra hanno spinto il Fondo monetario internazionale a liberare crediti che altrove, in mancanza di una seria politica di riforme, sarebbero stati negati. Un equilibrio di interessi contrapposti che, come ai tempi della deterrenza nucleare e della guerra fredda, non produce la vera pace ma un suo simulacro che, per il momento, conviene a tutti.

Situazione disperata ma non seria, come nel film degli anni Sessanta. Alla fin fine, vista da Washington o vista da Mosca, la morale è sempre quella: sì, è un puzzone, ma è il mio puzzone. Quindi va bene così. Zelensky e compagnia bella permettendo.

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