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30 Aprile Apr 2019 0600 30 aprile 2019

Perché la Svizzera immagazzina beni di prima necessità per le emergenze

Senza sbocco sul mare, chiusa tra Paesi dal passato bellicoso, la Confederazione preferisce non correre rischi e accumulare riserve. Non ci saranno guerre, ma i problemi nelle rotte commerciali non mancano mai

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da Pixabay

Neutrali, indipendenti e, per quanto possibile, autosufficienti. È la vocazione degli svizzeri, che pure in tempo di pace continuano ad accumulare riserve di beni e viveri per le emergenze. Certo, con alcune variazioni possibili: ad esempio, a metà aprile, hanno deciso di smettere di mettere da parte caffè, non più considerato un “bene essenziale” dall’Ufficio federale per le forniture economiche nazionali. D’ora in avanti le 16.500 tonellate di caffè immagazzinate tra le Alpi saranno messe in vendita.

Non è nemmeno la prima volta. Al variare delle possibili minacce, variano anche le scorte migliori da preparare. Se una volta si sceglieva di tenere da parte saponi, viti, cacao e tabacco, adesso ci si concentra su zucchero, olio e cerali. Non manca la benzina per i motori e le medicine (antibiotici e vaccini) per coprire, secondo le stime, un periodo di circa tre mesi.

Questa abitudine, che è organizzata dallo Stato centrale ma è demandata ai privati, ha origine dal passato traumatico della Svizzera e dal suo isolamento geografico. In quanto Paese privo di sbocco sul mare, dipendente dalle importazioni, è dal Medioevo che nei Cantoni elvetici vige la pratica di mettere da parte beni per affrontare le difficoltà e le emergenze. L’episodio più grave, per, avvenne durante la Prima Guerra Mondiale, quando per mancanza di preparazione il Paese si trovò nel mezo di una crisi profonda: una situazione che, grazie allistituzione di un ufficio apposito per la raccolta del cibo, non si sarebbe ripetuta nella Seconda.

Ma oggi, nell’Europa pacificata, serve ancora questa preparazione? Certo, ma non per mettersi al riparo dagli attacchi missilistici dei Paesi vicini, bensì per intervenire di fronte a ritardi nella consegna di beni fondamentali. Nel 2018, per esempio, la siccità del Reno aveva interrotto l’afflusso di navi mercantili nel Paese, mettendo a repentaglio la fornitura di fertilizzanti, mangimi e olii minerali. L’anno prima, invece, hanno accumulato medicinali per far fronte alla scarsità globale di un antibiotico. La guerra del nuovo secolo, in un certo senso, passa attraverso i commerci.

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